La Bohème: benvenuti all’opera!

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Il 1 febbraio 1896, sul palcoscenico del Teatro Regio di Torino e guidato dalla bacchetta di un giovane Arturo Toscanini, vedeva la luce in prima assoluta quello che sarebbe diventato uno dei titoli d’opera più amati e rappresentati di sempre: La Bohème di Giacomo Puccini.

Centoventi anni più tardi il nostro Teatro rende omaggio a questo capolavoro senza tempo aprendo la Stagione 2016-2017 con un nuovo allestimento firmato dal regista Àlex Ollé, del gruppo catalano La Fura dels Baus, che proietta i grandi temi pucciniani, oggi più che mai attuali, nel paesaggio di una metropoli contemporanea.

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La Bohème è un’opera di nostalgia per la perdita della freschezza e l’irruenza giovanile che sognano di esprimersi nell’arte e nell’amore ma sono costrette a scontrarsi con la freddezza del mondo, dove i sogni non bastano a scrivere il lieto fine. Siamo certi che non ci sia un titolo più adatto di questo per accompagnare per la prima volta ragazzi e adolescenti alla scoperta del teatro d’opera.

Le scuole medie e superiori potranno scoprire Puccini e La Bohème attraverso i nostri ormai storici progetti All’opera, ragazzi! e Un giorno all’opera.

Per un pubblico ancora più giovane e per chi non se la sentisse di affrontare una recita  abbiamo pensato ad una versione speciale secondo la formula ormai collaudatissima della pocket opera, ancora una volta nata dalla penna di Vittorio Sabadin: andrà così in scena La Bohème, i ragazzi e l’amore dove sarà Musetta in persona ad accompagnarci all’ascolto delle celebri pagine pucciniane.

E a chi volesse approfondire il discorso con un approccio inedito e alternativo, proponiamo l’attività Opera e cinema: Bohème e bohémien in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema.

Attenzione: le prenotazioni per questi spettacoli e le attività collegate cominciano già il 19 settembre!

Per saperne di più e impostare al meglio il percorso didattico invitiamo i docenti all’incontro di preparazione che si terrà giovedì 22 settembre alle ore 17 presso la Sala Pavone.

Pronti per ricominciare!

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Settembre è nuovamente alle porte; non è mai facile riprendere la routine quotidiana, ma noi vogliamo darvi il bentornato tra i banchi di scuola e le pagine di questo blog nel modo migliore.  Siamo felici quindi di presentarvi il nostro programma di spettacoli, attività e percorsi didattici per la Stagione 2016-17.

Stagione per la Scuola Primaria e dell’infanzia
Stagione per la Scuola Secondaria di primo e secondo grado

Vi invitiamo naturalmente a dare un’occhiata alle locandine, ma il modo migliore per scoprire questo denso e ricchissimo cartellone sarà sicuramente farselo raccontare dal nostro Direttore Artistico Gastón Fournier-Facio*.

Vi aspettiamo quindi numerosi lunedì 26 settembre alle ore 17: appuntamento in Sala Caminetto!

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* clicca per leggere l’intervista

Una visita in sartoria

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Il nostro torneo on line Il gioco dell’opera è ormai concluso: i partecipanti hanno consegnato i loro elaborati -complimenti a tutti!- e, in attesa del verdetto della giuria, pubblichiamo ancora un’intervista, questa volta alla Responsabile di sartoria e vestizione, la signora Laura Viglione.

In cosa consiste il suo lavoro?
Ci sono due aspetti da considerare: il primo è la funzione del trait d’union tra il costumista, che quasi sempre arriva dall’esterno e porta in questo teatro il suo spettacolo, e il lavoro della sartoria interna che si traduce poi nella messa in scena. Poi c’è un aspetto più tecnico -e anche burocratico- dell’organizzazione del personale, dei ritmi del lavoro e delle prove dei costumi.
Nello specifico, nel momento in cui uno spettacolo arriva qui in teatro, il mio compito è quello di controllare i costumi e i materiali in arrivo, organizzarlo, programmare le prove e l’eventuale riadattamento prima dell’andata in scena. Nel caso si tratti invece di uno spettacolo nuovo, bisogna innanzitutto prendere contatto con il costumista e poi partendo dai suoi bozzetti organizzare la produzione dei costumi. Per ogni bozzetto insieme al costumista vanno definite le caratteristiche, i tessuti, i materiali e il taglio d’epoca di ogni singolo abito, dando quante più specifiche possibili. Viene quindi fatta una gara di appalto in modo che le sartorie teatrali possano fornire un preventivo. Si sceglie la sartoria più adatta anche in base alla tipologia di costume richiesto -alcuni laboratori sono specializzati nelle ricostruzioni d’epoca, altri in lavori di fantasia- e si segue il lavoro in tutte le varie fasi della realizzazione, assegnando le misure e i ruoli, seguendo la scelta delle comparse. Infine i costumi arrivano in teatro e si procede alla convocazione delle varie parti per le prime prove. Si definiscono quindi eventuali adattamenti e quindi le calzature, le acconciature, le parrucche e il trucco che completerà la caratterizzazione di ogni personaggio: il fine è quello di presentarlo nella sua completezza, caratterizzarlo dalla testa ai piedi per così dire.
Poi c’è l’aspetto più di routine, coordinare e organizzare gli orari del personale, la necessità di contratti per gli aggiunti, coordinare i truccatori che pur essendo personale esterno fanno riferimento a noi, fino alle prove in costume in palcoscenico dove insieme al regista e al costumista si prende nota di tutto quello che non va … e alla prima prova c’è sempre qualcosa che non va! La gonna troppo lunga o il pantalone troppo corto, ad esempio: cose di cui ci si accorge nell’insieme. Si effettuano quindi le ultime correzioni.
In questo momento in sartoria lavorano una decina di persone: a queste vanno ad aggiungersi dai sei ai dieci collaboratori, a seconda della grandezza dell’allestimento, che vengono solamente alla sera per aiutare nella vestizione e nei cambi.

Come si arriva a diventare sarto teatrale?
Io non sono sarta: ho fatto una scuola di moda e costume presso l’Istituto d’arte Passoni, dopodiché ho seguito un tirocinio presso la sartoria teatrale Devalle che è stata una scuola eccezionale. Presso di loro ho lavorato come assistente ai costumi e mi sono occupata di catalogazione e datazione della collezione di abiti d’epoca; ho avuto anche l’opportunità di affiancare alcuni costumisti quando venivano a realizzare i costumi in sartoria. Ho quindi lavorato per qualche anno come costumista RAI, dopodiché sono stata chiamata al Teatro Regio come assistente del maestro Guglielminetti, fino ad arrivare a ricoprire il mio ruolo attuale. Non esiste una scuola dove si possa imparare questo mestiere, bisogna apprendere sul campo come in molte delle professionalità che lavorano in teatro.

Quali sono le sfide che si incontrano nel corso del suo lavoro?
Se ne incontrano ad ogni spettacolo! Ad esempio quando arriva un allestimento già realizzato per un altro teatro e bisogna riadattare tutti i costumi per il nuovo cast, a volte anche apportando delle varianti all’idea iniziale per vestire meglio il fisico del cantante. A volte poi il costume è uno solo e le compagnie sono due: in questo caso si tratta di reperire i tessuti e i materiali più simili per replicare in modo fedele l’originale. Infine c’è il lavoro di mediazione tra le esigenze del costumista e le richieste dei cantanti: bisogna a volte cercare dei compromessi perché il costume rispecchi la concezione originale ma permetta di muoversi e cantare indossandolo.

Quali sono le maggiori soddisfazioni?
La maggiore soddisfazione arriva quando sei in sala, si apre il sipario, e finalmente – quasi magicamente direi – tutto va bene. Tutti i cantanti sono in scena, ben vestiti e ben truccati, e arrivano gli applausi: significa che il nostro lavoro è riuscito.

Cosa direbbe a un giovane per invogliarlo a scoprire l’opera?
Potrebbe sembrare uno spettacolo demodé, un residuo di un’altra epoca agli occhi di un ragazzo, ma bisogna vincere questa iniziale diffidenza e provare a respirare l’aria del teatro, possibilmente anche cercando di scoprire cosa succede dietro le quinte, prima di andare in scena: è uno spettacolo nello spettacolo. E, una volta in sala, lasciarsi prendere dalla musica: a volte è anche bello semplicemente chiudere gli occhi e ascoltare.

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Galleria di una Stagione di fiabe

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Il tempo vola!

Le lezioni sono finite e così anche la Stagione di spettacoli e attività didattiche con La Scuola all’Opera volge al termine. E’ stato un anno ricco di soddisfazioni, di emozione e di grandi titoli …  vorremmo ripercorrerlo con voi con qualche immagine rubata in palcoscenico e in buca d’orchestra!

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Carmina Burana, dicembre 2015

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Musica degenerata, gennaio 2016

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Cats, febbraio 2016

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La Cenerentola raccontata ai ragazzi, marzo 2016

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T come Turandot e Briciole di Turandot, aprile e maggio 2016

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Pirandello suite, aprile 2016

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Pollicino, maggio 2016

 

Quale vi è piaciuto di più?

Intervista al Direttore della Comunicazione

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Nel nostro percorso alla scoperta del teatro d’opera, vi facciamo conoscere oggi un altro importantissimo settore: abbiamo intervistato Paola Giunti, direttore della Comunicazione e delle Pubbliche relazioni.

In che cosa consiste il suo lavoro?

Il mio ruolo significa molte cose: ad esempio avere rapporti con i mezzi di informazione e seguire la nostra attività editoriale, a partire dalla realizzazione degli articoli per Sistema Musica, che è il mensile gratuito che raccoglie tutti gli appuntamenti musicali in città.
Per quanto riguarda i programmi e la Stagione nel suo complesso, il lavoro comincia lanno precedente con la presentazione dei nuovi titoli al pubblico. Ad esempio circa 20 giorni fa abbiamo cominciato a lavorare ai materiali da realizzare per la Stagione 2016/17*.
All’incirca due mesi prima della messa in scena dei singoli titoli si passa poi alla redazione e stesura di articoli e interviste per Sistema Musica. Si procede quindi con la realizzazione del volume di sala con circa un mese di anticipo sulla messa in scena e si passa infine alle locandine e schede di sala. Nel frattempo c’è la complessa tessitura dei rapporti con i giornali, la RAI -ogni prima del teatro va in onda in diretta su RAI Radio 3- e i vari mezzi di informazione. Cerchiamo inoltre di invogliare i critici a seguire le nostre produzioni. È quindi un lavoro complesso e articolato, naturalmente supportato da molti collaboratori.

Nello specifico, può indicarci quali sono gli step che portano all’organizzazione di un importante appuntamento di comunicazione, come ad esempio la conferenza stampa per la presentazione della Stagione?

La presentazione della Stagione è l’evento clou per quanto riguarda il settore della Comunicazione e si tiene solitamente a maggio. Per prima cosa ci si confronta con il Sovrintendente, il Direttore artistico e il Direttore musicale, per capire, al di là dei singoli titoli, quali sono i temi della Stagione che inizierà l’ottobre successivo, quali gli elementi interessanti da sviluppare e da poter comunicare. Si valutano quindi i vari titoli, interpreti, direttori e registi per capire i punti di forza da far risaltare. Ci sono come sempre delle produzioni di punta, per esempio l’apertura di stagione, i nuovi allestimenti, o titoli che vantano un cast d’eccezione. Bisogna quindi saper calibrare il tipo di comunicazione cercando di esaltare gli aspetti significativi della produzione.
Ci sono poi alcune produzioni più difficili da promuovere, come il repertorio moderno e contemporaneo. Ad esempio nella Stagione in corso abbiamo cominciato un progetto Janacek- Carsen e proposto un titolo poco eseguito come La donna serpente di Alfredo Casella**. Sono opere meno conosciute, meno facili per il pubblico e per questo sulla carta presentano alcune difficoltà: soprattutto in tempi di crisi come questi, chi viene a teatro deve selezionare i titoli ai quali assistere ed è più disposto a investire nell’opera “del cuore”, che già conosce e che è sicuro di gradire.
Il nostro lavoro consiste quindi anche nello stimolare la curiosità del pubblico, perché cominci a seguire anche titoli meno noti. Grazie al prezioso aiuto degli Amici del Regio, cerchiamo poi di fare delle promozioni e una politica di prezzi più convenienti, cercando di facilitare il pubblico perché venga a vedere anche opere che forse metterebbe in secondo piano. Per La donna serpente, ad esempio, grazie agli Amici del Regio è stato possibile proporre una promozione per cui per ogni biglietto acquistato se ne riceveva un secondo in omaggio.
Il successo di un titolo dipende però in ultima analisi dalla qualità musicale e della messa in scena: la comunicazione può essere più o meno brillante, ma sono poi il cast, la direzione, la regia di un’opera a conquistare gli spettatori.
Il lavoro dell’Ufficio stampa, inoltre, finisce con la messa in scena: saranno a quel punto il pubblico e i critici a stabilire se lo sforzo collettivo del Teatro per la produzione ha avuto un buon risultato o meno. Fortunatamente il Teatro Regio da questo punto di vista è una garanzia: lo dimostra la sala piena anche in tempi difficili come questi.

Quali sono le principali difficoltà che il suo lavoro presenta?

Le difficoltà sono legate soprattutto alla mole e alla quantità di lavoro: negli ultimi tempi gli strumenti di comunicazione sono molto cresciuti. Mi riferisco ai social network: Facebook, Twitter, Instagram … Sono ottimi mezzi, una forma contemporanea di comunicazione nella quale credo molto, ma non producono da soli i propri contenuti. La cura dei social network si va quindi ad aggiungere ai mezzi tradizionali che abbiamo sempre usato, come i comunicati stampa, i rapporti personali e quant’altro. Questi nuovi mezzi richiedono attenzione e moltissima assiduità, il che ha moltiplicato il nostro lavoro.
Tra le prove in corso, le recite e i titoli che seguiranno, l’impegno è quindi molto elevato.
Abbiamo poi anche i mini-video delle Pillole di passione, interamente girati e montati su tablet: pochi minuti che sintetizzano in modo simpatico e originale una produzione, tramite interviste, curiosità e riprese dietro le quinte. Non è semplice far sì che una puntata da pochi minuti abbia una sua coerenza e uno sviluppo narrativo e ogni produzione richiede la scrittura di un piccolo storyboard.

Può raccontarci la soddisfazione più grande?     

È sicuramente una soddisfazione passare sotto i portici del Teatro, dove sono esposte tutte le nostre locandine, e vedere il pubblico che le guarda, commenta e sceglie le recite alle quali venire, vedere qualcuno che legge Sistema Musica, ricevere complimenti per le Pillole di passione … quando insomma il lavoro che svolgiamo viene riconosciuto e porta frutto.

Cosa direbbe a un giovane per invogliarlo a scoprire l’opera?

Direi che è la cosa più emozionante che possa fare! Uno spettacolo dal vivo cambia tutte le sere, e questo è impagabile. Emozionarsi grazie ad altre emozioni che vengono messe in scena è qualcosa che solo l’opera può dare. Rispetto al teatro di prosa si aggiunge la musica, e l’elemento musicale colpisce prima e direttamente allo stomaco. Certo, la spettacolarità del cinema è ineguagliabile: ma qui tutte le sere solisti, direttore, artisti dell’orchestra e del coro mettono a disposizione del pubblico le proprie emozioni, e questa condivisione si ha solo in un teatro d’opera. E poi, rivedere e riascoltare i titoli del cuore è un’esperienza sempre nuova, come se ogni recita fosse la prima. Noi tutti siamo addicted di emozioni: e il teatro d’opera ne e il più grande fornitore.

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*presentata al pubblico e alla stampa il giorno 9 maggio scorso.
**al compositore torinese è stato dedicato un Festival di due settimane

Il profano al Regio

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Pubblichiamo oggi un altro interessante contributo a firma di tre studenti delle Classi II B e D del Liceo Classico Europeo; i ragazzi hanno assistito allo spettacolo e svolto un approfondimento sui Carmina Burana di Carl Orff, in scena al Teatro Regio lo scorso dicembre. Grazie ancora agli autori per il bel lavoro svolto, alla Professoressa Gavinelli che li ha seguiti e preparati nel percorso, e a voi buona lettura.

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IL PROFANO AL REGIO

1934. Tra vecchi candelabri, volumi rilegati e oggetti d’ogni sorta si aggira il musicista Carl Orff, incuriosito dagli scaffali impolverati di un piccolo negozio di antiquariato della cittadina di Würzburg, in Baviera.
Ed è proprio mentre sfiora con lo sguardo quegli oggetti abbandonati che qualcosa attira la sua attenzione: è un vecchio libro, ricoperto da un sottile strato di polvere e chiuso da chissà quanti anni. Giace inerme su uno scaffale accanto ad altri volumi sgualciti e non sembra avere nulla di speciale, logorato e ingrigito com’è dall’azione del tempo. Eppure c’è qualcosa nei Carmina Burana che attira lo sguardo di Orff e che lo spinge ad aprire questo antichissimo codice.
Risaltano in tutta la loro enigmatica bellezza alcune miniature medioevali che accompagnano versi in latino e in tedesco. Attratto dal magnetismo delle figure, Orff sfoglia il volume e rimane affascinato dal tesoro che nasconde.
È come se l’inchiostro che impregna la pergamena fluisse nella sua mente, dando origine ad un indescrivibile turbinio di colori e suoni. Dalla fantasia del musicista nasce subito un’idea, una tela bianca che si colora delle tinte della melodia e che traduce in melodia il fascino antico trasmesso dalle pagine del codice.
Scegliendo di musicare 24 dei canti presenti nel codice, Orff portò l’opera a riemergere dagli oscuri fondali del dimenticatoio popolare sotto forma di “cantata scenica” mantenendo il titolo di Carmina Burana.
La storia di questi canti affonda le proprie radici nell’antico Medioevo, al tempo dei clerici vagantes o goliardi, studenti  che, dopo aver abbandonato la carriera ecclesiastica, viaggiavano per l’Europa da un’università all’altra al fine di seguire le lezioni dei migliori professori.
Tra l’XI e il XII secolo,alcuni canti più antichi appartenenti alla tradizione goliardica e studentesca furono racccolti e trascritti nel Codex Buranus, un’opera costituita da duecentoventotto testi poetici scritti in latino e tedesco arcaico –i Carmina, appunto- in cui trovavano espressione le realtà quotidiane dei loro autori.
Tuttavia, dietro ai versi che trattano dei classici temi profani – i piaceri del bere e l’amore – si nasconde un velo di ironia e di sarcasmo, indirizzato soprattutto ai membri del clero.
I clerici vagantes, infatti, disponevano di molti strumenti culturali che permettevano loro di guardare con occhio critico la società e la politica del tempo –erano, ad esempio, insofferenti verso la corruzione del clero-, ma erano anche legati ai piaceri della vita terrena ed ostili agli eccessivi moralismi che spesso immaginiamo come caratteristici della loro epoca.
L’esuberante vivacità e la maliziosa spregiudicatezza dei goliardi si riflette nella scelta dei temi dei canti, primo fra tutti quello della Fortuna, intesa come un’entità superiore da cui dipendono i successi e gli insuccessi degli uomini. Essa è il filo conduttore che lega gli altri canti, una legge di fronte a cui l’uomo e la Natura si devono piegare e che agisce ciclicamente sull’intero Cosmo.
L’opera di Orff si apre proprio con il celebre canto “Oh Fortuna”, dedicato alla ruota della Sorte che gira decidendo il destino degli uomini e si chiude con lo stesso brano, per conferire l’idea di ciclicità della ruota stessa.
La Sorte fa da cornice ad altre tre tematiche, ovvero la primavera, la satira politico-sociale e l’amore.
Emblema della rinascita, la primavera è la stagione in cui nascono gli amori e dove la solitudine e la tristezza dell’inverno cedono il posto alla gioia e all’entusiasmo. Il destarsi della natura risveglia nell’essere umano la passione e l’amore, incoraggiando i sentimenti tra i giovani innamorati.
La Fortuna, invece, determina la sorte degli uomini e le differenze sociali vengono meno di fronte al vino e all’allegria. Ricchi, poveri, giovani e vecchi si uniscono in un canto a Bacco, prede dello stato di spensieratezza dato dal vino. Proprio nei canti che parlano della taberna trova la sua massima espressione lo scopo satirico dell’opera, alimentato dai numerosi richiami ai piaceri del bere.
L’ultima tematica dell’opera di Orff è quella dell’amore, trattata nella Cour d’Amours, un canto dove la bellezza delle vergini e la passione diventano oggetto di un elegante inno a Venere, in cui il romantico e il carnale si fondono insieme.
Le tinte con cui siamo soliti dipingere quell’epoca, quindi, si rivelano poco presenti o del tutto assenti in questi carmi, che costituiscono un meraviglioso affresco del Medioevo profano, una delle poche testimonianze laiche – a tratti addirittura anticlericali- di quest’epoca oscura e misteriosa.
Nonostante la critica del regime nazista che, in occasione della prima rappresentazione nel 1937, non li aveva graditi, i Carmina Burana hanno avuto un successo enorme, sia resi sul palco solo dall’orchestra e dai cantanti sia accompagnati da coreografie.
Cantiones profanae cantoribus et choris cantadae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis, ovvero “Canzoni profane per solisti e coro accompagnati da strumenti e immagini magiche”, infatti, fu l’unica indicazione lasciata da Orff per l’interpretazione scenica del suo capolavoro.
Egli creò un’opera musicale autonoma, ma volle dare rilievo anche a quello che più lo aveva colpito del Codex Buranus, ossia la potenza espressiva e il magnetismo creati dalle miniature.
Tuttavia, sebbene l’intenzione di Orff fosse quella di ricreare nello spettatore le sensazioni che le “immagini magiche” avevano suscitato in lui, per anni i Carmina sono stati resi sul palco come una rappresentazione musicale da concerto (orchestra e coro).
Proprio sul palco del Teatro Regio di Torino, grazie alla regista Mietta Corli, quest’opera ha trovato una delle sue rare espressioni complete.
L’interpretazione scenica, infatti, restituisce un’immagine fedele delle tematiche trattate nei canti, filtrata attraverso le sensazioni che accompagnano le parole dei clerici vagantes e guidata da una ritmica variegata.
Sul palco si alternano ambienti e personaggi d’ogni sorta, impegnati ora in canti e danze armoniose ora in lamenti angosciati e liriche. Solisti, cori maschili, femminili e di voci bianche danzano e si alternano in un gioco di colori accompagnati dalle melodie dell’orchestra, creando un’incredibile alchimia di suoni.
Si passa dagli orologi cosmici di Athanasius Kircher che si fanno interpreti della ruota della Fortuna alle armoniose coreografie della primavera, in cui giovani donne vestite di bianco danzano tra gli alberi in fiore sulle dolci note di una melodia estatica.
Ai suoni forti e angosciosi della taberna rispondono movimenti decisi e vigorosi, mentre eleganti figure femminili accompagnano il dolce e caldo canto dell’amore.
Un affresco musicale che si districa tra latino e tedesco arcaico, arricchito dalla potenza espressiva e dalla suggestione create dai suoni e dal movimento: i Carmina Burana sono un vero e proprio caleidoscopio d’arte.
L’alchimia di suoni creata da Carl Orff e la brillante interpretazione scenica delle “immagini magiche” di Mietta Corli danno vita ad una vera opera teatrale, che riflette nell’essenza la realtà etica dei clerici vagantes e che rievoca un’affascinante pagina della storia medievale.
I Carmina Burana costituiscono un ponte tra una realtà passata e una realtà presente e sono mediatori di verità quotidiane che persistono, nelle quali anche i ragazzi del nuovo millennio possono riconoscersi. Oggi come allora, infatti, la ruota della Fortuna fa il suo corso trascinando con sé gioie e dolori, aprendoci porte ed occasioni che siamo liberi di cogliere e sfruttare.

Castellana Giulia, Catalanotto Elena e De Naro Papa Francesco

Intervista al Direttore degli allestimenti

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Abbiamo incontrato e intervistato per voi Saverio Santoliquido, il Direttore degli allestimenti del Teatro Regio, che con molta simpatia e disponibilità ci ha raccontato in cosa consiste il suo lavoro:

Il ruolo del Direttore degli allestimenti consiste nel permettere la fattibilità e la messa in scena di tutte le produzioni che il teatro decide di realizzare o ospitare in palcoscenico.
Bisogna innanzitutto distinguere tra allestimenti noleggiati, repertorio e nuove produzioni.
Per quanto riguarda gli spettacoli con allestimento noleggiato si deve verificare, con un anticipo di circa due o tre anni sulla Stagione nella quale si andrà in scena, se la produzione in questione ha una struttura, delle dimensioni e un funzionamento adatti al nostro palcoscenico e analizzare le caratteristiche tecniche di ogni singolo elemento che la compone. Una volta acquisite queste informazioni, bisogna inoltre capire se l’allestimento in questione potrà coesistere con le altre produzioni programmate per quel periodo, immediatamente precedenti, contemporanee o successive allo spettacolo, valutando anche le esigenze di spazio e di tempo per la preparazione di ogni elemento di costumi e scene e il montaggio in palcoscenico. È necessario quindi considerare tutti i diversi settori professionali che cooperano per la messa in scena e coordinare le diverse fasi di lavoro. Qui al Teatro Regio ospitiamo allestimenti realizzati in tutto il mondo: ad esempio, recentemente abbiamo messo in scena una produzione proveniente dalla Cina.
Abbiamo poi allestimenti di repertorio, cioè di proprietà del teatro: di questi facciamo una documentazione dettagliatissima, per quanto riguarda ogni elemento, attrezzeria, scene, costumi, luci, posizioni dei tiri di scena. Viene creato un archivio che contiene tutte le informazioni precise riguardo a quanti e quali elementi lo compongono e come allestirli in palcoscenico. Ogni componente della produzione è siglato e schedato con misure, disegni e immagini in modo che quando arriva dal magazzino non debba essere nuovamente studiato ma più facilmente ricollocato al suo posto in palcoscenico.
Per quanto riguarda invece i nuovi allestimenti, bisogna partire da zero: pensare a come realizzare scene, costumi e luci, nonché valutare le tempistiche di produzione. Il lavoro è quindi molto complesso; ancora di più in caso si tratti di una coproduzione, ossia di un allestimento realizzato in collaborazione tra più teatri. Bisogna in quel caso realizzare ogni cosa in modo che sia gestibile su tutti i palcoscenici coinvolti, che hanno dimensioni e caratteristiche tecniche a volte diverse. Dai bozzetti si passa a capire, tecnicamente, come realizzare i vari elementi. A quel punto si stende un capitolato e si fa una gara per la realizzazione, seguendo poi ogni fase della produzione, occupandosi contemporaneamente di scene, attrezzeria e costumi.
Nel fare questo bisogna accertarsi di concretizzare l’idea del regista nel passare dai bozzetti alle soluzioni realizzative, per quanto riguarda i materiali, l’utilizzo e il funzionamento di ogni singolo elemento una volta in palcoscenico.
In ogni singola parte del lavoro è richiesta assoluta puntualità, a partire dal trasporto dell’allestimento, ai montaggi, alle varie fasi delle prove; ogni scadenza è importantissima e va rispettata.

Che formazione ci vuole per fare un lavoro così complesso?

Secondo la mia esperienza, questo non è un lavoro che si possa studiare in qualche scuola. Io ho avuto la fortuna di far parte, nel corso della mia vita lavorativa, di moltissimi settori diversi che operano in palcoscenico, maturando quindi le mie conoscenze sul campo. Ho cominciato molto giovane nei laboratori, avendo una formazione dedicata alla costruzione. La tecnologia delle costruzioni teatrali è differente da tutte le altre: ho potuto imparare a costruire le scene con i metodi e le tecniche tramandate nei secoli, seguendo maestri “della vecchia scuola” che insegnavano i criteri e le pratiche tradizionali e sperimentate negli anni. Oltre alle costruzioni, mi interessava apprendere anche nel settore artistico, e di nuovo ho imparato sul campo. Mi ha sicuramente aiutato la mia capacità di fare le cose manuali. Ho dovuto poi imparare anche a gestire personale e lavori complessi. Dopo circa dieci anni di lavoro nelle costruzioni sono diventato vice capo macchinista; ho poi collaborato come assistente con il direttore tecnico degli allestimenti. Ancora adesso penso che il lavoro di ogni giorno, ogni diversa produzione sia un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo. A parte gli spettacoli di repertorio, è difficile che si ripetano cose già fatte in precedenza; mano a mano si acquisisce esperienza e un bagaglio di conoscenza. Un altro aspetto molto importante è la condivisione di questa esperienza con altri, tutte le persone che lavorano in teatro.
Quali sono le soddisfazioni più grandi del tuo lavoro?
Certamente il riconoscimento da parte di registi e scenografi; quando arrivano in teatro non sanno come potranno lavorare e come verrà portato a termine l’allestimento. È quindi molto bello riuscire a realizzare la loro idea, nonostante i problemi e le difficoltà che inevitabilmente si incontrano. È una grande soddisfazione quando alla fine ci si sente dire “ho lavorato bene nel vostro teatro!”.
È importante fare questo mestiere sapendo stare dietro le quinte, rispettando il ruolo del regista. L’idea e il gusto artistico sono suoi e vanno rispettati, anche se non li si condivide. Il giudizio estetico personale non deve condizionare chi lavora all’allestimento, altrimenti si rischia di comportarsi diversamente a seconda del proprio gradimento della produzione. È importante invece fare in modo che ogni allestimento funzioni allo stesso modo senza entrare nel merito delle scelte artistiche di chi ha ideato lo spettacolo. Noi dobbiamo fornire i materiali richiesti, la tela e i colori, ma è il regista a dipingere il quadro.

Perché un giovane dovrebbe venire a teatro?

Nel teatro musicale abbiamo tante forme d’arte messe insieme, le più belle e più importanti che l’uomo abbia mai creato; in più c’è l’aspetto artigianale, una sapienza antica in ogni elemento che compone lo spettacolo. Il saper fare un costume moderno oppure uno tradizionale, il saper costruire un oggetto o una struttura utilizzando materiali differenti … in un periodo storico in cui l’artigianato scompare, il teatro è uno dei pochi luoghi dove queste conoscenze e capacità ancora si mantengono e si tramandano. Sono valori e risorse culturali –e potenzialmente anche economiche- davvero inestimabili, di cui in Italia siamo ricchi.
Il teatro è, in fin dei conti, ciò che il pubblico vede e sente: se le cose sono state fatte bene, all’apertura del sipario gli spettatori entrano in un mondo assolutamente magico. Abbiamo tutti bisogno di vedere e sentire cose belle, non possiamo perdere questa ricchezza.

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