La musica vocale di Vivaldi: spettacolo, teatri e composizioni sacre

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​Proseguendo le nostre puntate alla scoperta o meglio, ri-scoperta – di Vivaldi, è senza dubbio necessario dedicarne una alla sua figura di compositore di opere liriche e musica sacra, ruolo per il quale oggi è pochissimo conosciuto ma che forse allepoca, insieme alla sua bravura come esecutore al violino e alla viola allinglese, fu quello che davvero gli diede la fama. 

Musiche per le grandi liturgie e oratori per celebrazioni religiose, politiche e militari; drammi in musica per i principali palcoscenici e le stagioni più frequentate. Era questa la produzione che maggiormente catturava lattenzione di un pubblico come quello veneziano, con il gusto intrinseco dello spettacolo e della magnificenza. Non dimentichiamo poi la grande fortuna della musica a programma, di cui musica sacra e opera rappresentano, anche se in ambiti particolari, il massimo culmine, con una struttura musicale modellata a servizio di un testo, un contesto e una narrazione extramusicali.

Per quanto riguarda la produzione sacra, altro non sembrerebbe che il campo naturale di espressione del nostro Prete Rosso, che in fin dei conti aveva frequentato da piccolo la Cappella dogale di San Marco, presso la quale era violinista il padre, e avrebbe preso più tardi i voti sacerdotali. In realtà, fu un ambito compositivo tutto sommato sporadico per Vivaldi, che non ricevette mai una formazione musicale specificamente dedicata alla musica sacra e vi si dedicò saltuariamente. Nonostante questo si contano decine e decine di brani a sua firma, parte dei quali commissionati dall’Ospedale della Pietà le cui allieve (le “putte”) li avrebbero poi eseguiti in pubblico. Tra questi,  le pagine più celebri sono certamente il Salmo Nisi Dominus RV 608 per voce di contralto, archi e basso continuo, l’oratorio Juditha triumphans RV 644 commissionato nell’estate 1716 per festeggiare la vittoria di Venezia sui Turchi a Corfù, e il Gloria in Re maggiore per soli, coro e orchestra RV 589ad aprile sarà possibile ascoltare quest’ultimo brano, insieme al Magnificat, cantata in sol minore per soli, coro e orchestra RV 610 nell’ambito del Festival Antonio Vivaldi, interpretati dall’Orchestra e dal Coro del Teatro Regio sotto la guida di Ottavio Dantone. In tutti i brani sacri del maestro veneziano ritroviamo la sua ricca inventiva, la varietà melodica e le caratteristiche orchestrali che caratterizzano anche i suoi brani strumentali, amalgamati con un marcato aspetto teatrale -punto di contatto con la sua produzione operistica. Ciò che cambia è il palcoscenico -in quest’ultimo caso quello dei maggiori teatri veneziani e non solo, nel primo quello di celebrazioni religiose non meno spettacolari.

Click per il link all’ascolto: Gloria in Re maggiore per soli, coro e orchestra RV 589

Per quanto riguarda la produzione operistica, Vivaldi vi approda forse già nel 1705 ma miete i primi veri, duraturi successi di pubblico in età già abbastanza matura, forte dell’esperienza compositiva di quasi un decennio. La concorrenza è spietata: Venezia è in quegli anni la patria del melodramma, con una ventina di teatri attivi, e nessun compositore che ambisca a fama e denaro può esimersi dal dedicare le sue pagine musicali allintrattenimento più popolare del Settecento. Tutti  nobili, borghesia e anche popolo  frequentano le stagioni teatrali, e gli impresari fanno a gara nellaccaparrarsi cantanti, titoli e musica che possano attirare un buon riscontro di pubblico. Non esistendo il concetto di repertorio, rarissimamente le opere vengono riprese e la caccia alle novità è  costante, con tempi di produzione spesso frenetici. Diffusissima la pratica di riciclare e rimaneggiare sia libretti, sia musiche preesistenti, in un generale disinteresse verso la coerenza drammaturgica e anche sonora: il vero punto di forza e richiamo per il pubblico sta infatti nella fama dei cantanti. Personaggi e opere intere sono adattati e cuciti addosso ai virtuosi di turno, che hanno anche facoltà, nel bel mezzo del dramma, di interrompere lazione ed eseguire arie di baule estrapolate da contesti affatto diversi per meglio mettere in luce le proprie doti vocali ed espressive. 

Vivaldi si inserisce in questo mondo particolare non solo come compositore ma anche nelle vesti di impresario, ruolo che ricopre insieme al padre per varie stagioni presso il Teatro SantAngelo, ed acquisisce quindi una sicura dimestichezza con quelle che sono le consuetudini e la macchina produttiva dellepoca. 

La sua popolarità in questo ambito gli attirerà numerosi strali satirici dai giornali e dalle gazzette di spettacolo dellepoca e anche un posto donore nel velenosissimo e divertentissimo  libello Il teatro alla moda pubblicato in forma anonima nel 1720 da Benedetto Marcello: nel pamphlet l’autore elargisce ironici consigli alle diverse figure professionali del mondo del teatro, dagli impresari, ai compositori, ai poeti, ai cantanti, alle madri delle virtuose, denunciandone al contempo i vizi e i malcostumi. Il nome di Vivaldi, mascherato sotto lo pseudonimo Aldiviva, appare addirittura in copertina. Dei 45 titoli operistici firmati dal Prete Rosso, pochissimi sono giunti ai posteri completi di testo e parte musicale, e nessuno è mai entrato in repertorio. Sempre in occasione del Festival Vivaldi, quest’anno al Teatro Regio sarà possibile assistere all’Incoronazione di Dario, finora mai rappresentata a Torino. Si tratta di un titolo decisamente particolare, che Vivaldi scrisse per risollevare le sorti in pericolo di una stagione di carnevale, quella dell’anno 1717, al Teatro Sant’Angelo, suo palcoscenico preferito e del quale fu anche impresario. Dopo il successo della sua Arsilda regina di Ponto andata in scena in autunno, una Penelope la casta di certo Fortunato Chelleri aveva mandato tutto all’aria: durante la seconda rappresentazione il compositore aveva abbandonato il cembalo, dal quale dirigeva l’orchestra, ed era fuggito tra i fischi e gli schiamazzi portando con sé la partitura. Vivaldi è costretto a recuperare in fretta e furia con un riadattamento dell’Arsilda (che la critica definì “minestra riscaldata”) in attesa di terminare la composizione dell’Incoronazione di Dario che avrà il duro compito di ripristinare la reputazione del Sant’Angelo. Libretto recuperato, e parzialmente rivisto, da un testo originale di ben 33 anni prima, dove elementi seri e comici si mescolano in un legame indissolubile; ben 50 scene musicali e 9 ambientazioni diverse si susseguono in un intreccio del tutto bizzarro, e mostrano come Vivaldi non si preoccupi affatto della cosiddetta “riforma” del melodramma ormai in corso, inaugurata da Apostolo Zeno e strutturata da Pietro Metastasio e che puntava a riportare ordine nella composizione e nella drammaturgia, eliminando tutti gli elementi buffi, riportando in auge le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione e strutturando l’architettura musicale in una rigida successione di recitativo e aria. A Vivaldi non interessa, evidentemente, la questione di un rinnovamento della forma in ambito teatrale: quello che vuole -e che senza dubbio ottiene, visto il successo dell’epoca e la bellezza ancora oggi indiscutibile di alcune pagine di questo Dario- è poter esprimere compiutamente il suo estro creativo, la sua capacità espressiva e di trattamento della voce e dell’orchestra in una varietà entusiasmante e divertente, sia a livello scenico sia musicale. Le vicende di Dario, aspirante successore di Ciro sul trono di Persia, innamorato della “semplice”, ingenua all’inverosimile principessa Statira, saranno riportate in vita con la regia di Leo Muscato e le scene e i costumi dell’Accademia Albertina di Belle Arti. In una immaginaria e moderna Metropoli di Persia, tra deserti e oleodotti, vedremo gli inganni della perfida Argene intrecciarsi con i sospiri d’amore del precettore Niceno e dei contendenti di Dario Arpago e Oronte: tutte le parti, interpretate da un cast di altissimo livello, riservano delle sorprese espressive interessanti, in perfetto equilibrio e senza che un personaggio predomini a livello musicale su un altro.

Sarà certamente un’occasione da non perdere per riscoprire un inedito e imprevedibile Vivaldi, fuori dai soliti schemi e oltre le sue pagine più conosciute.

Click per il link all’ascolto: L’incoronazione di Dario – sinfonia

Click per il link all’ascolto: “Sentirò fra ramo e ramo”, aria di Statira – atto III

Recensioni sul balletto

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​Riceviamo e pubblichiamo disegni e commenti da alcuni giovanissimi spettatori della prova generale de La bella addormentata nel bosco, in scena al Teatro Regio a dicembre: la parola agli alunni della classe 1a della Scuola media internazionale europea “Spinelli” e dalle alunne del Centro Culturale Shèhèrazade che, matita alla mano, ci spiegano i passi della coreografia e i loro momenti preferiti dello spettacolo!

Con la scuola, andiamo al Teatro Regio a vedere il balletto «La bella addormentata nel bosco», con musiche di Ciajkovskij e coreografia di Nacho Duato. Sono molto emozionata e non vedo l’ora di assistervi. Non sono mai andata al Teatro Regio e non ho mai visto un balletto con ballerini professionisti, che indossano costumi belli e adatti a ogni ruolo. 
Mi piace molto il foyer, è molto originale, mi sembra come se fosse una strada, perché ci sono dei corridoi che sembrano vie che vanno in tutte le direzioni verso le scale, grandi e larghe, con dei lampadari in tutti gli angoli come quelli che si vedono in città. E da fuori si vede tutto questo perché c’è una vetrata su tutta la facciata che dà sulla strada. Poi, quando si entra nella sala dello spettacolo, si vede una marea di gente, quasi tutta la sala è piena. 

E sopra, sul soffitto, ci sono delle luci strane, però belle, che sembrano stalattiti! Si accendono dalla punta verso l’alto, e si spengono progressivamente fino alla punta. Il palcoscenico, per il momento, non si vede, perché ci sono delle tende rosse di velluto lunghe, lunghe, lunghe. Peccato che si veda poco l’orchestra, che sta nella fossa davanti al palco, perché i musicisti suonano molto bene e c’è pure l’arpa che ha una melodia molto dolce. 

Ho detto che c’è molta gente, sì tantissima, quasi tutti i posti sono occupati. La gente è elegante c’è gente giovane oppure anziana, ho pure visto una signora che guardava con un binocolo! 

Elena

Le emozioni della “Bella addormentata nel bosco”


Cominciato lo spettacolo il mio viso è impallidito per le tante piroette e salti che I ballerini facevano: era meglio che in televisione! Ma la cosa che mi ha sbalordito di più è stato l’adagio della rosa: la ballerina si metteva sulla punta dei piedi e i quattro principi, a turno, la facevano girare; e sulla sua faccia era stampato un sorriso, ma dentro di sè era super concentrata.
Per me i costumi più belli sono stati quelli di Carabosse e dei suoi “diavoletti”, che saltavano di qua e di là sembrando rane impazzite e avevano dei vestiti ricoperti da paillettes e come tinta il bianco e il nero che contrastava, e poi Carabosse con la sua lunga veste, che quando sgambettava la lasciava dietro di sè…

Ma la cosa che ho trovato più bella è stata la musica che combaciava esattamente con i passi dei ballerini, e ogni tanto mi sembrava di aver già suonato questi pezzi e quindi sapevo la nota che stava per arrivare.

Félix

La punta della perfezione

Le luci si spengono e l’orchestra inizia a suonare. Entrano i ballerini piano piano fin quando il palco è pieno di donne e cavalieri bellissimi. Mi colpiscono soprattutto i vestiti femminili, bianchi ed oro, molto ampi che si muovono formando onde spettacolari. La coreografia si adatta bene al contesto allegra, vivace, ma allo stesso tempo raffinata. 
Ecco che entrano il Re e la Regina con la piccola Aurora. I loro costumi (anche questi bianchi ed oro) splendono tantissimo, sono pieni di brillanti. La nuova coreografia è molto simile a quella precedente per questo osservo la scenografia: è molto bella, precisa; mi piace il fatto che non distragga dal balletto. Entrano le fate, il loro costume è perfetto: un tutù colorato e luminescente. Iniziano a danzare vivacemente, sono molto allegre e sorridenti. I loro passi le rappresentano: pieni di salti, piroette e felicità.

La musica cambia diventando più cupa, difatti fa il suo ingresso la strega Carabosse insieme ad altri personaggi che sembrerebbero i suoi aiutanti. Carabosse ha un abito nero ed elegante con molte balze che danno un senso di movimento. Trovo molto interessante l’aggiunta degli “aiutanti” che fanno risaltare meglio la strega, questi interagiscono con gli invitati con passi svelti.

Poi è la volta della fata dei Lillà che esegue un bellissimo assolo che trasmette speranza. Finisce il prologo e vado a vedere l’orchestra. Dentro la fossa dell’orchestra noto un’arpa stupenda!

Francesca

“Una fiaba a passi di danza”

… immaginavo ci sarebbe stata poca gente, invece sembra di essere al concerto di Justin Bieber. Dopo dieci minuti di attesa si spengono le luci e si apre il sipario: sta iniziando il balletto. Durante il prologo la principessa Aurora viene maledetta dalla fata Carabosse; nel prologo mi hanno colpita molto l’entrata spettacolare di Carabosse, la sua bruttezza e soprattutto i vestiti: sono impressionanti! Gli abiti della regina e delle damigelle sono ornati tantissimo; la regina è facilmente riconoscibile grazie alla sfarzosità e al luccichio del vestito.
…Il secondo atto è quello che mi è piaciuto di più perché il principe incontra Aurora e la sveglia dal suo sonno. Di questo atto mi è piaciuta la splendida musica di Cajkovskij e di nuovo i rami che scendono come per magia.
Adesso inizio a parlare del terzo e ultimo atto, nel quale Aurora e il principe Desirée si sposano. In questo atto chi ha disegnato i vestiti delle damigelle ha superato se stesso: la stoffa bianca ornata con l’oro è stupenda, c’è solo un problema con quegli abiti: chissà che scomodi che sono, soprattutto se devi ballare mentre li indossi! Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’entrata in scena delle varie fiabe, tra cui ci sono anche due gatti che sono i miei preferiti: mi fanno morir dal ridere quando muovono le “zampe” e le fermano a mezz’aria.

Martina

Vivaldi: la musica a programma

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Per noi ascoltatori del XXI secolo, abituati al facile consumo di musica in qualsiasi contesto e occasione, può essere difficile calarsi nei panni di una persona vissuta nel Settecento e comprendere cosa possa aver significato l’esplosione di creatività musicale che si ebbe in quel periodo storico.

Per secoli l’ascolto musicale era rimasto relegato in circostanze ben precise: oltre alla musica popolare, non scritta e dunque poco strutturata in senso compositivo, si poteva ascoltare musica soltanto in chiesa, al servizio delle funzioni religiose, oppure nei contesti esclusivi destinati alle classi più abbienti, o infine in ambito militare. Nel Settecento invece, anche grazie all’esplosione del fenomeno dei teatri pubblici e alla fioritura della musica strumentale, si creano nuovi ambienti e nuove possibilità di produzione e fruizione musicale: la musica comincia a diventare, finalmente, un mezzo espressivo della collettività.

Ma di cosa parla, e cosa esprime, la musica del Settecento? In che modo si rivolge ai nuovi ascoltatori, e per quale ragione? Può la musica in effetti “parlare” di qualcosa, e come riesce a smuovere gli affetti e produrre sensazioni in chi la ascolta e la produce?

Siamo pur sempre nel secolo dei lumi e il problema della risonanza affettiva, emotiva e creativa di un brano va razionalizzato in un linguaggio logico e lineare. In generale, in questo periodo, la musica strumentale non riscuote grande considerazione da parte degli intellettuali, proprio a causa dell’assenza ad agganci ad un significato definibile e univoco. La domanda, tuttora ricorrente, “Cosa vuol dire questa composizione strumentale?”, sembra restare senza risposta. Deriva da qui la grande fortuna che in quel periodo storico assume, soprattutto in ambito francese, la cosiddetta “musica a programma”, composta cioè sulla linea narrativa o descrittiva di un riferimento extra musicale, spesso letterario. Non è semplice imitazione, quanto piuttosto l’idea che ciò che è “bello” lo è perché esiste, si associa al “vero”, e che tutto ciò che di artistico viene creato non possa nascere dal nulla ma dal riconoscere un modello preesistente in natura e nel riprodurlo, rielaborandolo, utilizzando un altro materiale, come la pittura o la scultura.

Il discorso è ancora più difficile se il materiale a nostra disposizione è intangibile come quello musicale. La musica, in pratica, trasmette qualcosa all’ascoltatore, e dunque può essere considerato un mezzo di comunicazione: contemporaneamente, però, si sottrae quasi del tutto alla definizione del suo campo semantico, e cioè di una interpretazione univoca del messaggio che trasmette e della modalità che utilizza per trasmetterlo. Associare a una composizione strumentale un testo o un titolo, un riferimento che utilizza un linguaggio univoco e comprensibile all’ascoltatore, può quindi essere un mezzo per isolare lo stesso brano dal contesto e contemporaneamente esprimere in modo accettabile e condivisibile quanto di più indefinibile e inafferrabile possa esistere: la creatività musicale.

La musica può diventare dunque strumento per amplificare la risonanza espressiva e drammatica di un testo, o può evocare – più che descrivere – immagini, situazioni e sensazioni, in alcuni casi arrivando all’imitazione di suoni naturali.

Eccezionali modelli di musica a programma sono proprio i concerti tematici di Antonio Vivaldi, non molto numerosi all’interno della sua immensa produzione, ma celeberrimi ancora oggi: Le quattro stagioni, La notte, La tempesta, Il gardellino ne sono alcuni esempi, anche molto diversi tra loro. Se nel Gardellino o nella Tempesta il riferimento extramusicale è puramente onomatopeico o allusivo, nei concerti delle Stagioni il programma è preciso e articolato, costituito da quattro sonetti (forse di mano dello stesso Vivaldi) i cui versi arrivano perfino a insinuarsi tra i righi della partitura. L’ascoltatore può quindi seguire la descrizione e l’evocazione degli eventi naturali in una sorta di narrazione musicale senza drammatizzazione, dove il teatro prende forma nella mente, e in cui il regista nascosto è il compositore, che ci guida in territori rassicuranti, familiari ma allo stesso tempo inesplorati, comprensibili perché condivisi ma contemporaneamente soggettivi, evocando in chi ascolta una sorta di paesaggio interiore. Una sorta di “guida all’ascolto” creativa che possiamo ripercorrere insieme in uno dei più famosi tra i concerti vivaldiani: L’Estate.

Leggendo il sonetto si riscontrano molti procedimenti di pura imitazione strumentale, quasi onomatopeici – come ad esempio il canto degli uccelli, il ronzio di mosche e mosconi, il vento e il temporale– e altri nettamente evocativi, come la scelta stessa della tonalità di sol minore che richiama l’atmosfera pesante della calura e del torpore estivo. Da un pensiero di stampo illuministico in cui l’elemento naturale extramusicale è regolato e ordinato dall’uomo, in Vivaldi il punto di vista quasi si ribalta: la natura sembra prendere il sopravvento ed è il paesaggio a dominare sulla presenza umana, quasi in un anticipo di romanticismo. Inoltre, diversamente da quanto accadrà in epoche successive e soprattutto nel caso del poema sinfonico, gli elementi extramusicali si integrano nella forma consueta del concerto senza in alcun modo modificarla.

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Paesaggio veneto con strada lungo un fiume [click per il link all'ascolto]

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Paesaggio veneto con strada lungo un fiume
[click per il link all’ascolto]

 

L’estate

Sotto dura stagion dal sole accesa                                            I. Allegro non molto
langue l’uom, langue il gregge, ed arde il pino
scioglie il cucco la voce, e tosto intesa
canta la tortorella e il gardellino.

Zeffiro dolce spira, ma contesa
muove Borea improvviso al suo vicino;
e piange il pastorel perché sospesa
teme fiera borasca e il suo destino.

Toglie alle membra lasse il suo riposo                                     II. Adagio
il timore de’ lampi e tuoni fieri
e di mosche e mosconi il stuol furioso!

Ah che pur troppo i suoi timor son veri:                                  III. Presto
tuona e fulmina il ciel e grandinoso
tronca il capo alle spighe e a’ grani alteri.

 

Una buona occasione per godersi le più famose pagine vivaldiane, i concerti delle Stagioni, op. 8 Il cimento dell’armonia e dell’inventione, sarà il concerto del 10 aprile: l’Orchestra del Teatro Regio, diretta dal primo violino Sergey Galaktionov, ce le farà riscoprire in un abbinamento insolito, accostate a Las cuatro estaciones porteñas di Astor Piazzolla, in un viaggio musicale tra la Venezia del 1725 e la Buenos Aires del 1970.

Una sera con La bella addormentata 

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo gli entusiastici commenti di alcuni giovani spettatori, studenti della classe III della Scuola Media Nigra, che hanno avuto l’occasione di assistere alla prova generale del balletto in cartellone a dicembre, La bella addormentata di Čaikovskij interpretato dallo Staatsballet Berlin di Nacho Duato. 


Già all’ingresso del teatro sono rimasta colpita dalla eleganza degli ambienti del teatro. Quando le luci si sono abbassate ed è iniziata la musica è stato davvero emozionante. L’acustica del teatro era perfetta, mi sembrava di essere al centro della orchestra. Alla prima comparsa dei ballerini ho subito notato la bellezza dei costumi. Credo che i costumisti siano riusciti a combinare il gusto moderno e quello classico. Credo anche che il coreografo, e quindi le ballerine siano riusciti a interpretare bene la musica, trasmettendo perfettamente i sentimenti e le sensazioni che Čaikovskij cercava di suscitare negli spettatori.

Martina

É stato come tornare a quando ero piccola e il mio papá mi raccontava le fiabe, quando chiudevo gli occhi e immaginavo i personaggi presenti nella storia, i loro abiti, le loro abitudini, la loro vita, come passavano le giornate, dove abitavano… La musica esprimeva tutto ció che a parole non sempre viene espresso: le sensazioni, la paura, la tristezza, il timore… tutte sensazioni che quotidianamente teniamo dentro di noi. I ballerini eseguivano passi molto complicati ma con una leggerezza tale da farli sembrare estremamente semplici: ogni abito, ogni coreografia, ogni musica un emozione diversa ma sempre la stessa sensazione lo stesso desiderio di poter tornare lí per guardare di nuovo tutto quello che mi ha profondamente colpito e stupito.

Rachele 

Ho trovato tutto magnifico: dalla scenografia principesca del prologo e del III atto alla foresta incantata del II. Mi hanno molto colpito i rami che sono scesi per impersonare la radura, ho trovato bellissimi i costumi di scena delle fanciulle e i tutù. La musica travolgente di Čajkovskij mi ha rapito molto e ho trovato molto interessante assistere alle prove generali anzichè allo spettacolo perchè ho potuto vedere le correzioni e come un ballerino che recita se si ferma ritorna una persona normale. Mi è piaciuta molto questa esperienza anche perché abbiamo avuto l’opportunità, durante i due intervalli, di vedere l’interno del teatro, già visitato l’anno scorso, osservando come prende vita, ho potuto sperimentare com’è andare a teatro: lasciare i vestiti nel guardaroba, vestirsi eleganti, andare al bar e sentirsi rapiti mentre si guarda lo spettacolo. Grazie per questa bellissima esperienza.
Alice

Ho trovato la prova di grandissima intensità e bellezza, musiche emozionanti di P. Čaikowskij e scenografie perfette.Per non parlare della passione dei ballerini, che ne hanno messa così tanta che, pur se di lunga durata, lo spettacolo non avrebbe mai potuto essere noioso. Un’altra cosa che mi ha colpito è la capacità dei ballerini di trasmettere emozioni e intenzioni senza l’uso della parola ma solo attraverso gesti artistici di grande maestria e efficacia. 

Vorrei quindi ringraziare tutta la produzione e tutte le persone coinvolte per questa indimenticabile esperienza. 

Francesco

Viva Vivaldi: la forma di concerto

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L’epoca in cui l’astro vivaldiano sorge, cresce e infine svanisce è feconda di novità e rivoluzioni dal punto di vista storico, politico e artistico: l’Europa è alternativamente legata e divisa da sovrani assoluti, sconvolgimenti territoriali, sistemi di pensiero condivisi o contrapposti, guerre di successione. Proprio di una di queste fu vittima collaterale Vivaldi, nato artisticamente durante la guerra di successione spagnola (terminata con il trattato di Utrecht nel 1713) e scomparso in miseria a Vienna a causa dell’improvviso insorgere del conflitto per il trono d’Austria, terminato con il trattato di Aquisgrana nel 1748. Guerre determinate dallo scontro di potenze assolute tutt’altro che dimentiche dell’importanza delle arti, soprattutto quella musicale: quando il Prete Rosso nasce, la Francia (e per estensione di influenza buona parte dell’Europa) è dominata da Luigi XIV, il Re Sole, grande promotore dello sviluppo della musica francese e provetto ballerino. Antonio Vivaldi muore nel 1741 mentre si affaccia alla scena politica un altro monarca illuminato, il prussiano Federico il Grande, il “re filosofo”, otiimo stratega militare ma anche eccellente flautista e compositore. In questo complesso quadro politico e culturale l’Italia ancora non esiste: in quasi tutta la penisola dominano gli spagnoli, che cederanno il passo all’Austria a cavallo con il XVIII secolo, eccezion fatta per il nuovo astro sorgente del Ducato di Savoia -che diventerà Regno dal 1713- e per la Repubblica di Venezia, patria di Vivaldi. La Serenissima, provata dai conflitti con l’impero ottomano e dalla crisi dei commerci, conosce un lento ma inarrestabile declino, mascherato dagli splendori di una vivace vita culturale e artistica.

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Canaletto, Il molo, Palazzo Ducale e il Campanile di San Marco, olio su tela. Firenze, Galleria degli Uffizi

In un’epoca così complessa e mutevole in ambito musicale è soprattutto la forma ad evolvere verso qualcosa di nuovo e più stabile: in particolare, la nascita del concerto, di cui proprio Vivaldi diventa maestro indiscusso con oltre 500 titoli al suo attivo. Ricostruire il numero esatto e ricomporre un catalogo di opere è impresa quasi impossibile: Vivaldi pubblica alcune sue composizioni, ma soprattutto trova redditizio vendere direttamente i manoscritti a chi glieli richiede, musicisti esperti o dilettanti che siano, disperdendo così la sua musica nelle biblioteche private di mezza Europa.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di “concerto”? L’etimologia del termine è incerta e in quanto tale suggerisce la doppia natura e le diverse valenze del genere: può essere derivato dal latino concertare, cioè combattere, contrapporre, ma anche da conserere, legare insieme, unire. La forma del concerto nasce, si sviluppa e infine si codifica proprio con questo doppio significato, di mettere insieme e al contempo contrapporre elementi diversi, dialoganti fra loro.

Già nella metà del Cinquecento, con la pratica allora in voga di mescolare strumenti e voci-lasciando che a volte queste facessero le veci di quelli, e viceversa, comincia a comparire il termine “concerto”, che dunque all’inizio della sua storia non definisce necessariamente una composizione esclusivamente strumentale ma la presenza di diversi elementi, o strumentali o vocali, contrapposti, alternati o intrecciati fra loro: degno di nota, il settimo libro dei Madrigali di Claudio Monteverdi è intitolato, appunto, Concerto (1619). Di lì a poco, però, il sempre maggiore sviluppo del basso continuo porta a un’evoluzione della musica orchestrale che acquista più indipendenza e valore espressivo.

Nasce così la sonata come composizione solo strumentale (contrapposta alla cantata), che va codificandosi in una successione di movimenti di espressività diversa. Non resta che applicare a questo contesto una serie di tecniche compositive che erano venute sviluppandosi negli anni: prima fra tutte, la tecnica dei cori spezzati o battenti, in cui una compagine vocale si alternava ad un’altra. Nasce così il concerto grosso, in cui la totalità dell’orchestra (tutti o ripieno) si contrappone al cosiddetto concertino, un ensemble più ridotto di strumenti o uno strumento solista. Il solo o concertino va assumendo sempre maggiore importanza, diventando a tutti gli effetti protagonista del concerto: è il caso del concerto solistico. La scrittura polifonica e contrappuntistica cede il passo a progressioni armoniche o variazioni di registro, alternando al contempo passaggi in forte e in piano come ulteriore elemento espressivo. Strumenti solisti per eccellenza sono il violino e, per la prima volta nella storia, il flauto traverso che da qui in poi conoscerà enorme fortuna soppiantando per sempre il flauto diritto, meno versatile ed espressivo e dal suono più debole. Oltre ai concerti per violino e per flauto, Vivaldi scriverà anche per flauto diritto, violoncello, viola d’amore, oboe, fagotto, ottavino e mandolino come soli, più svariati concerti per due strumenti uguali (tromba, corno e altri) o diversi (ad esempio liuto e mandolino).

Svariati autori, come Corelli e Torelli, concorrono allo sviluppo della forma di concerto, ma è con Vivaldi che si arriva alla sua massima espressione sia sul piano formale sia su quello espressivo. Non è un caso che in alcuni titoli delle sue celebri raccolte (un esempio su tutti, L’estro armonico, 1711 circa) ricorrano termini che richiamano sia l’elemento creativo e fantasioso (estro) sia quello del rigore formale (armonia) e che Johann Sebastian Bach ne sia stato grande studioso e trascrittore.

La maggioranza dei concerti vivadiani prevede un’alternanza di tre movimenti con andamento allegro-adagio-allegro. Nel primo e terzo movimento assistiamo all’alternanza di tutti e solo, mentre il movimento centrale, cantabile ed espressivo, è dedicato al solista o al piccolo ensemble solistico. Un ottimo esempio lo trovate nel concerto per quattro violini op. 3 n. 10 o, di cui vi proponiamo l’ascolto sia in versione originale sia dell’interessantissima trascrizione bachiana per quattro clavicembali.

Concerto op. 3 n. 10 L'estro armonico

Concerto in si minore op. 3 n. 10 RV. 580 – L’estro armonico (click sull’autografo per l’ascolto)

Concerto per quattro clavicembali

Concerto in la minore per quattro clavicembali BWV 1065

Differente è il discorso per un numero ridotto di concerti (nessuno dei quali solistico), che riprendono lo stile cosiddetto da chiesa con prevalenza di movimenti gravi.

Come abbiamo anticipato, Vivaldi ha lasciato ai posteri più di 500 concerti: una simile cifra, assolutamente sbalorditiva per i canoni moderni, avrebbe attirato secoli più tardi i commenti maligni di celebri compositori come Stravinskij, il quale ebbe a dire che Vivaldi non avrebbe scritto centinaia di concerti, ma centinaia di volte lo stesso concerto. A voi ribattere alle accuse scoprendo con il vostro studio e i vostri ascolti la straordinaria varietà e inventiva del Nostro: le sue pagine in assoluto più famose e popolari sono però Le stagioni, i primi quattro numeri dell’opera 8, Il cimento dell’armonia e dell’inventione. Vorreste saperne di più? Seguiteci nel prossimo articolo.

La bohème vista da voi

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Ho assistito a La bohème

di Matilde Marchisio – Istituto Tecnico Economico indirizzo Turistico “Bosso-Monti” – Torino 

 

Dove si trova la felicità quando il tuo petto non smette di tremare? Dove si trova il coraggio di sorridere quando le tue mani non trovano un luogo caldo? Come si vive sapendo di morire?

Io non lo so, forse non lo saprò mai, o forse lo scoprirò presto, ma lei conosceva il segreto e lo custodiva gelosamente in un cassetto, insieme al cerchietto d’oro e al libro di preghiere.

Una persona semplice, la fragile Mimì, dal viso bianco e baciata dalla primavera, come un germoglio bagnato di rugiada. Piccola, con la passione per i fiori e per l’amore. Così viene descritta, tutti parlano di lei e la sua voce delicata rimbomba nei teatri del mondo.

Io ho avuto la fortuna di vedere dal vivo una rappresentazione di Bohème. La cantante, su quel palco, era un tutt’uno con il suo personaggio, era come se la vera Mimì, quella creata dalla penna di Puccini, si fosse impossessata del suo corpo, della sua voce e del nostro cuore non con arroganza, neanche con la pretesa di essere ascoltata, ma in punta di piedi, proprio nel suo stile. Seduta su quella poltrona, insieme a tutti gli altri, guardavo incantata come la storia prendeva forma, come tutto si incastrava perfettamente, mentre le voci dei cantanti si aggrovigliavano e legavano raggiungendo Puccini, seduto spiritualmente in tribuna. Non posso far a meno di pensare all’orgoglio che starà provando, lassù, fiero di aver fatto commuovere anche acidi ragazzi come noi. Perché sì, io mi sono emozionata, quell’insieme di voci, pianti, litigate e amore mi ha fatto ricordare di avere un’anima, di provare dei sentimenti anche quando fuori il cielo è grigio.

Ah Rodolfo, l’amore lo logorava, la sua poesia non riusciva più ad esprimere quello che il suo cuore sentiva. Lui amava davvero Mimì, ma la sua miseria, i soldi che andavano e venivano e il camino che poltriva, non aiutavano a proteggere la sua amata. Come disse lui: « L’amore non basta a tenerla in vita », e aveva ragione: un sentimento, per quanto forte che sia, non potrebbe mai scaldare qualcuno, farlo sentire protetto e libero di ogni male. L’amore non basta mai, e Rodolfo lo sapeva.

Ogni gesto del cantante mi ricordava la difficoltà nel lasciare andare la persona che si ama. Mi pareva un attore di fama internazionale, quando in realtà era solo un ragazzo con abiti usati. La sua voce, il modo in cui si muoveva sul palco, tutto di lui mi ricordava il personaggio interpretato.

Persona emotiva o no, nessuno rimase indifferente a Mimì e Rodolfo, insieme a cantare. Sembravano proprio due innamorati, logorati dalla consapevolezza di doversi lasciare presto. Il tempo loro era prezioso, e non lo avrebbero sprecato.

Ho visto una sola volta la neve, sono sincera, forse nei film o in una cartolina di Natale. Rimasi folgorata quando il sipario si alzò, rivelando il paesaggio invernale. Non era neve vera quella che si posava sul cappotto di Mimì, lo sapevo, ma era così reale! Sentii freddo in quel momento, rabbrividii con tutto il mio corpo, avevo la pelle d’oca. La musica e l’ambientazione mi portarono in un giardino parigino innevato, potevo quasi sentire il gelo delle mani di Mimì e il cuore crepato di Rodolfo. Lasciarsi in inverno? Perché non in primavera, quando i fiori sbocciano e il sole dona colore ai volti pallidi?

All’ultimo atto la fiaba crollò, l’amore sfiorò e la giovinezza maturò, forgiata dal dolore. Mimì, Rodolfo e tutti gli altri erano giovani quando il loro stomaco brontolava, quando il camino dormiva e quando al Cafè Momus si assisteva alle sceneggiate di Musetta. Ignari del futuro, incerti del presente, già feriti dal passato, la giovinezza era l’unica cosa che li faceva sorridere e sperare in un qualcosa di meglio. Erano come bambini piccoli che negavano di voler crescere , ma è impossibile vivere senza soffrire.

Alla morte di Mimì, il piccolo fiore da proteggere, la disperazione e l’amore presero il sopravvento. “Non morire Mimì, non morire”.Perché pensavo a questo, quando sapevo già come sarebbe andata a finire? La speranza è l’ultima a morire, si sa, ma con lei Mimì.

Marcello e Musetta, i due amanti maledetti, quante ne avevano passate insieme! Ma lì, in quella stanza, al capezzale di Mimì, sembravano una coppia unita, senza nessun vecchio a separarli. Nel dolore di Rodolfo loro trovarono la tranquillità, un momento per fermarsi e chiedersi a vicenda: « Vale la pena litigare per futili cose? ». La risposta, ora e per sempre, è “no”.

In primavera la giovinezza muore insieme agli innocenti, all’amore e ai sorrisi. Questo sentirsi giovani e senza pensieri non dura per sempre, anche il più testardo deve arrendersi all’idea di non avere più un motivo per uscire a divertirsi, di non piangere più per un cuore spezzato, ma per un amico morto, persona con cui non si potrà più sorridere.

Applaudii con tutte le mie forze. Non piansi, cosa strana, ma dentro di me sentivo un’emozione fortissima, come mille fuochi d’artificio. Credo di aver imparato qualcosa da questa bellissima esperienza, ma non so cosa. Forse il coraggio di vivere sapendo di morire? Chissà.

Bohème vista dagli allievi della Classe III L – Scuola Calamandrei –Torino
Musicalmente, quale brano ti è piaciuto di più e perchè?
Mi piace il brano che i 4 cantano quando sono allegri, nell’ultimo quadro, perchè mette divertimento e fa molto ridere (soprattutto la parte in cui Colline fa finta di baciare Marcello) (Marika)
Mi sono piaciuti tutti i brani, anche perchè è la prima volta che vado a teatro di sera a vedere un’opera  (Giorgio)
Mi è piaciuto molto  quando sono in piena città , con tutto quel frastuono. La musica rende tutto molto più allegro. (Vincenzo)
La mia melodia preferita è stata “Che gelida manina”  (Diana)
Il brano che mi è piaciuto di più è quello del quarto quadro, quando Mimì e Rodolfo sono da soli. In quel momento si vedeva il loro amore molto forte. E’ stato un momento molto romantico ma anche triste, perchè quell’amore non era destinato a durare nel tempo.  (Alessia)

Il brano che mi è piaciuto di più è nell’ultimo quadro, quando Rodolfo, Marcello, Colline e Shaunard giocano e ballano. Mi piace perchè la musica è allegra e subito dopo entra Musetta e cambia di colpo.  (Mattia)

Il brano che mi ha colpito di più è stato “Che gelida manina” e anche quando Mimì è agli ultimi istanti di vita e ricorda insieme al suo amato quando si sono conosciuti e tutti i bei momenti che hanno passato insieme: dolce e allo stesso momento triste e commovente.  (Valentina)
Il brano che mi è piaciuto di più è cantato da Musetta nel secondo atto, dove lei si presenta nel Caffè Momus. L’intonazione con numerosi acuti è stata straordinaria e adoro questo personaggio per il suo carattere così deciso che è evidenziato nella canzone. (Francesca)
Esprimi il tuo giudizio sul lavoro svolto e sull’allestimento dell’opera alla quale hai assistito.



Per me il lavoro è stato divertente e anche triste. Divertente perchè è stato bello guardare un’opera di cui abbiamo parlato per mesi dal vivo. Poi a me ha interessato molto sapere della vita di Puccini, anche attraverso il film e le spiegazioni. Triste per la morte di Mimì e perchè non volevo che l’attività finisse così in fretta. La mia parte preferita è stata andare a teatro, la scena in cui erano al caffè Momus e quando entra in scena Musetta.  ( Marika)

L’allestimento mi è piaciuto molto. La cosa più bella è stata quando si passa al Caffè Momus: i protagonisti camminano nella direzione opposta rispetto al movimento del Caffè, come un tapis roulant. (Vincenzo)
Abbiamo avuto l’occasione di vedere le prove e capire com’è il lavoro dietro le quinte, non soltanto lo spettacolo finito. Il terzo atto per me è stato il più bello perchè erano nella periferia di Parigi e nevicava. Questa esperienza per me è stata unica. (Diana)

L’idea dell’ambientazione moderna mi è piaciuta molto, ma confrontando questa ambientazione con quella originale ho preferito l’originale perchè mi ha coinvolto di più.  (Alessia)
Sono rimasta impressionata dalle scenografie e dalle voci degli attori: a volte mi venivano i brividi… (Sara)
La Bohème mi è piaciuta abbastanza, anche se non mi piacciono le opere liriche. Mi è piaciuta soprattutto perchè ha un allestimento moderno ed è stata un’idea originale. (Mattia)
Prima di vedere l’opera pensavo di preferire l’allestimento originale, ma ho cambiato idea alla sera dell’opera. I personaggi sono stati formidabili: sono riusciti a proporre il nuovo nel vecchio. …Anche se sapevamo il finale, la scena della morte di Mimì è stata comunque molto triste perchè va via la giovinezza dei ragazzi. E’ stata una serata fantastica; almeno una volta nella vita bisogna viverla.  (Elisa)

La Bohème mi è piaciuta molto: è stata una bella idea ambientarla in una Parigi più moderna. Con le impalcature sembravano proprio quei palazzi grigi e tristi che ci sono a Parigi. (Valentina)

Non ho trovato gradevole la realizzazione in stile moderno, avrei preferito vederla “in stile antico”.  (Alessia)
Tutto il progetto è incominciato in classe, verso la fine di settembre. All’inizio non pensavo fosse così interessante, invece poi con il passare delle settimane, mi sono interessata sempre di più, come se facessi quasi parte della storia. A ogni lezione mi divertiva e mi piaceva parlare, ascoltare e raccontare la storia di questi ragazzi e di una storia d’amore vera, un po’ precipitosa e affrettata con i tempi, a parer mio, ma con la quale Puccini voleva esprimere il vero amore. …Mi ha sorpreso molto l’allestimento: mi sarei aspettata qualcosa di diverso nella realizzazione dei palazzi, sembravano un po’ cupi. Mi sono piaciuti molto i cantanti , anche se forse avrei preferito vedere l’opera nella sua forma originale. ( Francesca)

Vivaldi: vita, morte e miracoli musicali

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Vi presentiamo oggi un caso davvero speciale, una delle più luminose personalità del mondo musicale avvolta in uno dei misteri più oscuri: Antonio Vivaldi, virtuoso del violino, compositore, rinnovatore della musica strumentale, fecondo compositore operistico, emulato dai più grandi, Johann Sebastian Bach in primis. Dimenticato per secoli, oggi è tornato alla ribalta come uno dei principali autori musicali barocchi, eseguito in tutto il mondo e in tutti i teatri, onnipresente in qualsiasi antologia storica per le scuole medie ma ancora sconosciuto. Contiamo sul vostro aiuto quali partecipanti al torneo on line a lui dedicato per sciogliere il mistero e rendere finalmente giustizia a questo importantissimo personaggio. Viva Vivaldi!

Ecco in questo primo articolo una panoramica di tutto ciò che sappiamo della sua vita:

 Antonio Vivaldi nasce a Venezia nel marzo 1678, probabilmente il giorno 4 -sarà battezzato soltanto due mesi dopo- figlio di Giovanni Battista, barbiere nella vita e violinista per passione. Il padre lo avvia da subito allo studio della musica, inizialmente in casa e presto, avendo il piccolo Antonio dimostrato grande talento, anche nella Cappella dogale di San Marco, dove Giovanni Battista era stato nel frattempo ingaggiato. La salute di Vivaldi giovane è malferma: soffre di “strettezza di petto”, probabilmente una forma di asma, e per questa ragione viene destinato alla vita ecclesiastica. Ordinato sacerdote nel 1703, in pochi mesi dimostra la sua incompatibilità con il ministero e viene dispensato dal celebrare messa: non si sa se per i menzionati problemi di salute, come lui stesso sostiene, o perché, come si mormora in giro, abbia l’abitudine di piantare in asso i fedeli nel bel mezzo delle funzioni per andare ad annotare le ultime invenzioni musicali. Conserverà però il soprannome di Prete Rosso, dovuto alla chioma fulva -nelle raffigurazioni sempre nascosta dalla parrucca alla moda.

Certamente il Nostro non dispera: la musica è la sua reale vocazione, e presto può metterla a frutto in maniera compiuta. Lo stesso anno viene ingaggiato come insegnante di violino (e più tardi come compositore e direttore) presso il Seminario musicale dell’Ospitale della Pietà, un conservatorio femminile dove le orfane ospiti vengono istruite come valenti strumentiste. È l’ambiente ideale per un compositore: Vivaldi ha a disposizione un’intera orchestra, cosa rara a quei tempi, per la quale scrivere, inventare, sperimentare senza alcuna limitazione. Ha molto da dire in termini di creatività: i tempi sono ormai maturi per un rinnovamento del linguaggio espressivo e per un’evoluzione della forma. Musica strumentale e musica sacra, ma non solo: siamo nel ‘700 e Vivaldi non può non cimentarsi, in duplice veste di compositore e impresario, con lo spettacolo più di grido, più richiesto e più amato dal pubblico, nobili, borghesi e popolo: il melodramma. Le sue composizioni cominciano a superare per fama i confini di Venezia, si diffondono in tutta Europa fino ad approdare, nel 1712, ad Amsterdam, pubblicate dal più celebre editore musicale dell’epoca, Estienne Roger. Anche Vivaldi viaggia in Italia e in Europa, dirige le sue opere e si esibisce come virtuoso. Miete successi e onorificenze, diffonde scandali e chiacchiere mostrandosi in compagnia di primedonne e infermiere personali. Dirige per il Principe Elettore di Baviera e compone per il principe di Polonia, papa Benedetto XIII lo elogia per la sua bravura al violino, il teatro di Amsterdam in occasione del centenario della sua fondazione (1737) lo invita come direttore ospite l’imperatore Carlo VI lo nomina cavaliere e lo invita a Vienna. E a Vienna Vivaldi spera di proseguire la sua fortunata carriera: a Venezia il gusto musicale sta rapidamente cambiando, l’opera napoletana riempie i teatri e il rapporto con l’Ospedale della Pietà è altalenante. Non avrà fortuna: Carlo VI muore, la guerra di successione costringe i teatri alla chiusura e il compositore cade in miseria. Vivaldi scompare nel nulla, per secoli.

Negli anni ’30 del ‘900 emerge, finalmente, un indizio: viene ritrovato un necrologio nei registri della parrocchia di Santo Stefano a Vienna: Antonio Vivaldi, il Prete Rosso, virtuoso del violino, autore di 21 opere liriche, circa 50 brani di musica sacra, 90 sonate e più di 400 concerti, fu sepolto il 28 luglio 1741 nella fossa comune degli indigenti di Vienna.

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Chiunque avesse altre notizie storiche è pregato di contattare la redazione di questo blog: noi vi diamo appuntamento alla prossima puntata con altri indizi sulla produzione musicale del nostro personaggio.