Un Flauto ancora più magico

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Come ogni Stagione, abbiamo festeggiato l’avvicinarsi della fine dell’anno scolastico con un bellissimo titolo d’opera messo in scena apposta per voi, dai bimbi di Scuola Materna ai ragazzi di Scuola Media. E questa volta l’opera è una delle più amate di tutti i tempi: Il Flauto magico di Wolfgang Amadeus Mozart. In buca, l’Orchestra del Teatro Regio guidata dal Maestro-Narratore-Direttore del pubblico Giulio Laguzzi. In scena, una versione della fiaba adattata per la giovane platea dalla penna del nostro ormai storico Autore Vittorio Sabadin con la regia di Riccardo Fracchia. Ben 4500 ragazzi, preparati dagli insegnanti a scuola e dai docenti de La Scuola all’Opera, hanno potuto godersi le scenografie originali e fantastiche del Flauto Magico del cartellone e ascoltare tutti i brani più celebri in versione originale in lingua tedesca, con l’emozione di poter cantare insieme ai protagonisti in palcoscenico e creare proprie personali maschere e piccoli oggetti di scena.

Ce la farà il principe Tamino ad imparare il coraggio e diventare un uomo? Riusciranno le forze della luce e della verità guidate da Sarastro a sconfiggere la perfida ma affascinante Regina della Notte? E soprattutto, il buon Papageno troverà anche lui una bella mogliettina tutta per sé? Gli applausi finali hanno decretato il meritatissimo lieto fine e un successo travolgente! Bravissimi agli artisti e anche al pubblico!

The final countdown

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Partecipanti al Torneo! Avete giocato con noi in teatro, avete studiato i materiali on line, avete ascoltato fior di esecuzioni musicali e ora vi immaginiamo immersi in alacre produzione creativa in vista della data di consegna ormai imminente.

Vogliamo ricordarlo: le classi iscritte al Concorso Viva Vivaldi! dovranno inviare un elaborato (breve saggio, articolo, graphic novel, video…) da inviare all’Ufficio Scuole tramite posta elettronica o tradizionale entro il 6 maggio 2017.

Il premio in palio consiste in biglietti per la Prova Generale di uno spettacolo della Stagione 2017-2018.

Forza e coraggio e che vinca il migliore!

KEEP CALM and viva

Il Teatro alla Moda

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Nel 1720 il poeta e compositore veneziano Benedetto Marcello pubblica, anonimo,
IL TEATRO ALLA MODA – O SIA – METODO Sicuro, e facile per ben comporre, & esequire l’OPERE Italiane in Musica all’uso moderno – Nel quale – Si danno Avvertimenti utili, e necessarij à Poeti, Compositori di Musica, Musici dell’uno e dell’altro sesso, Impresarj, Suonatori, Ingegneri e Pittori di Scena, Parti buffe, Sarti, Paggi, Comparse, Suggeritori, Copisti, Protettori e MADRI di Virtuose & altre Persone appartenenti al Teatro,
libello satirico che prende di moda vizi e convenzioni del mondo teatrale dell’epoca. Uno dei compositori presi maggiormente di mira è proprio il nostro Vivaldi, il cui nome compare anagrammato come “Aldiviva” addirittura in copertina.

Riportiamo qui per voi alcuni estratti dal pamphlet, il cui testo integrale è facilmente reperibile on line:

A POETI. Scriverà tutta l’Opera senza formalismi Azzìone veruna della medefima, bensì componendola Verso per Verso, acciocché non intendendosi mai Intreccio dal Popolo, stia questi con curiosìtà fino al fine. 

Avverta sopra ogni cosa il buon Poeta moderno, che siano fuori ben spesso tutti li Personaggi senza proposito, quali poi ad uno ad uno dovranno partire, cantando la solita Canzonetta.

A COMPOSITORI DI MUSICA. 
 Molte dell’Arie dorranno esser lunghe, a segno che alla metà di esse non si ricordi più del principio. …
Divìderà parimente il Maestro moderno il sentìmento, o significato delle Parole, particolarmente nell’Arie, facendo cantare al MUSICO il primo Verso (benché da sé solo nulla significhi) e poi introducendo lungo Ritornello di Violini, Violette , etc etc. 

Avverrà il Maestro moderno se dalle Lezione a qualche VIRTUOSA dell’Opera, d’incaricargli a pronunciar male, e per tal effetto, insegnargli gran quantità di Spezzature, e di Passi, perche non s’intenda veruna Parola…

Procurerà il Maestro di Capella , che 1’Arie migliori tocchino sempre alla prima Donna, e dovendo abbreviar 1’Opera non permetterà, che si levino Arie, o Ritornelli, ma piuttosto Scene intere diRecitativo, dell’Orso e de Terremoti etc.

A MUSICI. Non dovrà il VIRTUOSO moderno aver Solfeggiato, né mai Solfeggiare per non cader nel pericolo di fermar la Voce, d’intonar giusto, andar a tempo, essendo tali cose fuori affatto del moderno costume.

Tornando da Capo cambierà tutta l’Aria a suo modo quantunque il Cambiamento non abbia punto che fare col Basso, o con li Versi- , e convenga alterare il Tempo- non importa, perché già (come si è detto di sopra) il Compositor della Musica è rassegnato. 

ALLE CANTATRICI.  Dovrà con la frequenza possibile alzare in scena ora il destro, ora il braccio sinistro, cambiando sempre dall’una all’altra mano il Ventaglio, sputando ad ogni pausa dell’Arie … Sino che qualche personaggio recita seco, o canta l’Arietta, saluterà la VIRTUOSA moderna … le maschere ne’ Palchetti, sorridendo col Maestro di Capella, co’ Suonatori, Comparse, Suggeritori etc. ponendosi doppo il Ventaglio al Viso, perché si sappia dal Popolo esser ella la Sign. GIANDUIA PELATUTTI, non già l’Imperatrice FILASTROCCA, che rappresenta, il cui carattere maestoso potrà poi conservarlo fuori del Teatro.

Lodata la VIRTUOSA risponderà sempre star mal dì Voce, non poter cantare, che non canta mai etc. e prima di partire dal suo Paese pretenderà dall’Impresario metà dell’ Onorario per far il Viaggio, Vestir il Protettore, … e porterà seco Papagallo, Civetta, un Gatto, due Cagnolini, una Chizza gravida, e altri Animali…

La prima Donna baderà pochissimo alla seconda, la Seconda alla terza, et non l’ascolterà in Scena, ritirandosi nel Tempo che canta I’Aria, prendendo Tabacco dal Protettore, soffiandosi il Naso, guardandosi in Specchio, etc etc. 

Non leggerà però mai il Libretto dell’ Opera, imperciocché come si é detto di sopra la VIRTUOSA moderna non deve intenderlo punto, e nel scioglimento all’ultima Scena sarà ben fatto che non badi molto, si metta a ridere etc. 

AGL’ IMPRESARJ. Non dovrà 1’Impresario moderno possedere notizia veruna delle cose appartenenti al Teatro, non intendendosi punto di Musica, di Poesia, di Pittura, etc. Fermerà per Broglio d’Amici Ingegneri di Scene, Mastri di Musica, Ballarini, Sarti, Comparse, etc- avvertendo di usar tutta 1’economia in quelle Persone per poter pagar bene i Musici, e particolarmente le Donne, l’Orsa, la Tigre, le Saette, i Lampi, i Terremoti, etc. 

A SUONATORI. Dovrà il Virtuoso di Violino in primo Iuogo far ben la Barba, tagliar Calli, pettinar Perrucche, e compor di Musica. Avrà imparato da principio a Suonar da Ballo sù i Numeri, non andando mai a Tempo, ne avrà buon’Arcata , ma bensì gran possesso del Manico.

La musica vocale di Vivaldi: spettacolo, teatri e composizioni sacre

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​Proseguendo le nostre puntate alla scoperta o meglio, ri-scoperta – di Vivaldi, è senza dubbio necessario dedicarne una alla sua figura di compositore di opere liriche e musica sacra, ruolo per il quale oggi è pochissimo conosciuto ma che forse allepoca, insieme alla sua bravura come esecutore al violino e alla viola allinglese, fu quello che davvero gli diede la fama. 

Musiche per le grandi liturgie e oratori per celebrazioni religiose, politiche e militari; drammi in musica per i principali palcoscenici e le stagioni più frequentate. Era questa la produzione che maggiormente catturava lattenzione di un pubblico come quello veneziano, con il gusto intrinseco dello spettacolo e della magnificenza. Non dimentichiamo poi la grande fortuna della musica a programma, di cui musica sacra e opera rappresentano, anche se in ambiti particolari, il massimo culmine, con una struttura musicale modellata a servizio di un testo, un contesto e una narrazione extramusicali.

Per quanto riguarda la produzione sacra, altro non sembrerebbe che il campo naturale di espressione del nostro Prete Rosso, che in fin dei conti aveva frequentato da piccolo la Cappella dogale di San Marco, presso la quale era violinista il padre, e avrebbe preso più tardi i voti sacerdotali. In realtà, fu un ambito compositivo tutto sommato sporadico per Vivaldi, che non ricevette mai una formazione musicale specificamente dedicata alla musica sacra e vi si dedicò saltuariamente. Nonostante questo si contano decine e decine di brani a sua firma, parte dei quali commissionati dall’Ospedale della Pietà le cui allieve (le “putte”) li avrebbero poi eseguiti in pubblico. Tra questi,  le pagine più celebri sono certamente il Salmo Nisi Dominus RV 608 per voce di contralto, archi e basso continuo, l’oratorio Juditha triumphans RV 644 commissionato nell’estate 1716 per festeggiare la vittoria di Venezia sui Turchi a Corfù, e il Gloria in Re maggiore per soli, coro e orchestra RV 589ad aprile sarà possibile ascoltare quest’ultimo brano, insieme al Magnificat, cantata in sol minore per soli, coro e orchestra RV 610 nell’ambito del Festival Antonio Vivaldi, interpretati dall’Orchestra e dal Coro del Teatro Regio sotto la guida di Ottavio Dantone. In tutti i brani sacri del maestro veneziano ritroviamo la sua ricca inventiva, la varietà melodica e le caratteristiche orchestrali che caratterizzano anche i suoi brani strumentali, amalgamati con un marcato aspetto teatrale -punto di contatto con la sua produzione operistica. Ciò che cambia è il palcoscenico -in quest’ultimo caso quello dei maggiori teatri veneziani e non solo, nel primo quello di celebrazioni religiose non meno spettacolari.

Click per il link all’ascolto: Gloria in Re maggiore per soli, coro e orchestra RV 589

Per quanto riguarda la produzione operistica, Vivaldi vi approda forse già nel 1705 ma miete i primi veri, duraturi successi di pubblico in età già abbastanza matura, forte dell’esperienza compositiva di quasi un decennio. La concorrenza è spietata: Venezia è in quegli anni la patria del melodramma, con una ventina di teatri attivi, e nessun compositore che ambisca a fama e denaro può esimersi dal dedicare le sue pagine musicali allintrattenimento più popolare del Settecento. Tutti  nobili, borghesia e anche popolo  frequentano le stagioni teatrali, e gli impresari fanno a gara nellaccaparrarsi cantanti, titoli e musica che possano attirare un buon riscontro di pubblico. Non esistendo il concetto di repertorio, rarissimamente le opere vengono riprese e la caccia alle novità è  costante, con tempi di produzione spesso frenetici. Diffusissima la pratica di riciclare e rimaneggiare sia libretti, sia musiche preesistenti, in un generale disinteresse verso la coerenza drammaturgica e anche sonora: il vero punto di forza e richiamo per il pubblico sta infatti nella fama dei cantanti. Personaggi e opere intere sono adattati e cuciti addosso ai virtuosi di turno, che hanno anche facoltà, nel bel mezzo del dramma, di interrompere lazione ed eseguire arie di baule estrapolate da contesti affatto diversi per meglio mettere in luce le proprie doti vocali ed espressive. 

Vivaldi si inserisce in questo mondo particolare non solo come compositore ma anche nelle vesti di impresario, ruolo che ricopre insieme al padre per varie stagioni presso il Teatro SantAngelo, ed acquisisce quindi una sicura dimestichezza con quelle che sono le consuetudini e la macchina produttiva dellepoca. 

La sua popolarità in questo ambito gli attirerà numerosi strali satirici dai giornali e dalle gazzette di spettacolo dellepoca e anche un posto donore nel velenosissimo e divertentissimo  libello Il teatro alla moda pubblicato in forma anonima nel 1720 da Benedetto Marcello: nel pamphlet l’autore elargisce ironici consigli alle diverse figure professionali del mondo del teatro, dagli impresari, ai compositori, ai poeti, ai cantanti, alle madri delle virtuose, denunciandone al contempo i vizi e i malcostumi. Il nome di Vivaldi, mascherato sotto lo pseudonimo Aldiviva, appare addirittura in copertina. Dei 45 titoli operistici firmati dal Prete Rosso, pochissimi sono giunti ai posteri completi di testo e parte musicale, e nessuno è mai entrato in repertorio. Sempre in occasione del Festival Vivaldi, quest’anno al Teatro Regio sarà possibile assistere all’Incoronazione di Dario, finora mai rappresentata a Torino. Si tratta di un titolo decisamente particolare, che Vivaldi scrisse per risollevare le sorti in pericolo di una stagione di carnevale, quella dell’anno 1717, al Teatro Sant’Angelo, suo palcoscenico preferito e del quale fu anche impresario. Dopo il successo della sua Arsilda regina di Ponto andata in scena in autunno, una Penelope la casta di certo Fortunato Chelleri aveva mandato tutto all’aria: durante la seconda rappresentazione il compositore aveva abbandonato il cembalo, dal quale dirigeva l’orchestra, ed era fuggito tra i fischi e gli schiamazzi portando con sé la partitura. Vivaldi è costretto a recuperare in fretta e furia con un riadattamento dell’Arsilda (che la critica definì “minestra riscaldata”) in attesa di terminare la composizione dell’Incoronazione di Dario che avrà il duro compito di ripristinare la reputazione del Sant’Angelo. Libretto recuperato, e parzialmente rivisto, da un testo originale di ben 33 anni prima, dove elementi seri e comici si mescolano in un legame indissolubile; ben 50 scene musicali e 9 ambientazioni diverse si susseguono in un intreccio del tutto bizzarro, e mostrano come Vivaldi non si preoccupi affatto della cosiddetta “riforma” del melodramma ormai in corso, inaugurata da Apostolo Zeno e strutturata da Pietro Metastasio e che puntava a riportare ordine nella composizione e nella drammaturgia, eliminando tutti gli elementi buffi, riportando in auge le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione e strutturando l’architettura musicale in una rigida successione di recitativo e aria. A Vivaldi non interessa, evidentemente, la questione di un rinnovamento della forma in ambito teatrale: quello che vuole -e che senza dubbio ottiene, visto il successo dell’epoca e la bellezza ancora oggi indiscutibile di alcune pagine di questo Dario- è poter esprimere compiutamente il suo estro creativo, la sua capacità espressiva e di trattamento della voce e dell’orchestra in una varietà entusiasmante e divertente, sia a livello scenico sia musicale. Le vicende di Dario, aspirante successore di Ciro sul trono di Persia, innamorato della “semplice”, ingenua all’inverosimile principessa Statira, saranno riportate in vita con la regia di Leo Muscato e le scene e i costumi dell’Accademia Albertina di Belle Arti. In una immaginaria e moderna Metropoli di Persia, tra deserti e oleodotti, vedremo gli inganni della perfida Argene intrecciarsi con i sospiri d’amore del precettore Niceno e dei contendenti di Dario Arpago e Oronte: tutte le parti, interpretate da un cast di altissimo livello, riservano delle sorprese espressive interessanti, in perfetto equilibrio e senza che un personaggio predomini a livello musicale su un altro.

Sarà certamente un’occasione da non perdere per riscoprire un inedito e imprevedibile Vivaldi, fuori dai soliti schemi e oltre le sue pagine più conosciute.

Click per il link all’ascolto: L’incoronazione di Dario – sinfonia

Click per il link all’ascolto: “Sentirò fra ramo e ramo”, aria di Statira – atto III

Recensioni sul balletto

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​Riceviamo e pubblichiamo disegni e commenti da alcuni giovanissimi spettatori della prova generale de La bella addormentata nel bosco, in scena al Teatro Regio a dicembre: la parola agli alunni della classe 1a della Scuola media internazionale europea “Spinelli” e dalle alunne del Centro Culturale Shèhèrazade che, matita alla mano, ci spiegano i passi della coreografia e i loro momenti preferiti dello spettacolo!

Con la scuola, andiamo al Teatro Regio a vedere il balletto «La bella addormentata nel bosco», con musiche di Ciajkovskij e coreografia di Nacho Duato. Sono molto emozionata e non vedo l’ora di assistervi. Non sono mai andata al Teatro Regio e non ho mai visto un balletto con ballerini professionisti, che indossano costumi belli e adatti a ogni ruolo. 
Mi piace molto il foyer, è molto originale, mi sembra come se fosse una strada, perché ci sono dei corridoi che sembrano vie che vanno in tutte le direzioni verso le scale, grandi e larghe, con dei lampadari in tutti gli angoli come quelli che si vedono in città. E da fuori si vede tutto questo perché c’è una vetrata su tutta la facciata che dà sulla strada. Poi, quando si entra nella sala dello spettacolo, si vede una marea di gente, quasi tutta la sala è piena. 

E sopra, sul soffitto, ci sono delle luci strane, però belle, che sembrano stalattiti! Si accendono dalla punta verso l’alto, e si spengono progressivamente fino alla punta. Il palcoscenico, per il momento, non si vede, perché ci sono delle tende rosse di velluto lunghe, lunghe, lunghe. Peccato che si veda poco l’orchestra, che sta nella fossa davanti al palco, perché i musicisti suonano molto bene e c’è pure l’arpa che ha una melodia molto dolce. 

Ho detto che c’è molta gente, sì tantissima, quasi tutti i posti sono occupati. La gente è elegante c’è gente giovane oppure anziana, ho pure visto una signora che guardava con un binocolo! 

Elena

Le emozioni della “Bella addormentata nel bosco”


Cominciato lo spettacolo il mio viso è impallidito per le tante piroette e salti che I ballerini facevano: era meglio che in televisione! Ma la cosa che mi ha sbalordito di più è stato l’adagio della rosa: la ballerina si metteva sulla punta dei piedi e i quattro principi, a turno, la facevano girare; e sulla sua faccia era stampato un sorriso, ma dentro di sè era super concentrata.
Per me i costumi più belli sono stati quelli di Carabosse e dei suoi “diavoletti”, che saltavano di qua e di là sembrando rane impazzite e avevano dei vestiti ricoperti da paillettes e come tinta il bianco e il nero che contrastava, e poi Carabosse con la sua lunga veste, che quando sgambettava la lasciava dietro di sè…

Ma la cosa che ho trovato più bella è stata la musica che combaciava esattamente con i passi dei ballerini, e ogni tanto mi sembrava di aver già suonato questi pezzi e quindi sapevo la nota che stava per arrivare.

Félix

La punta della perfezione

Le luci si spengono e l’orchestra inizia a suonare. Entrano i ballerini piano piano fin quando il palco è pieno di donne e cavalieri bellissimi. Mi colpiscono soprattutto i vestiti femminili, bianchi ed oro, molto ampi che si muovono formando onde spettacolari. La coreografia si adatta bene al contesto allegra, vivace, ma allo stesso tempo raffinata. 
Ecco che entrano il Re e la Regina con la piccola Aurora. I loro costumi (anche questi bianchi ed oro) splendono tantissimo, sono pieni di brillanti. La nuova coreografia è molto simile a quella precedente per questo osservo la scenografia: è molto bella, precisa; mi piace il fatto che non distragga dal balletto. Entrano le fate, il loro costume è perfetto: un tutù colorato e luminescente. Iniziano a danzare vivacemente, sono molto allegre e sorridenti. I loro passi le rappresentano: pieni di salti, piroette e felicità.

La musica cambia diventando più cupa, difatti fa il suo ingresso la strega Carabosse insieme ad altri personaggi che sembrerebbero i suoi aiutanti. Carabosse ha un abito nero ed elegante con molte balze che danno un senso di movimento. Trovo molto interessante l’aggiunta degli “aiutanti” che fanno risaltare meglio la strega, questi interagiscono con gli invitati con passi svelti.

Poi è la volta della fata dei Lillà che esegue un bellissimo assolo che trasmette speranza. Finisce il prologo e vado a vedere l’orchestra. Dentro la fossa dell’orchestra noto un’arpa stupenda!

Francesca

“Una fiaba a passi di danza”

… immaginavo ci sarebbe stata poca gente, invece sembra di essere al concerto di Justin Bieber. Dopo dieci minuti di attesa si spengono le luci e si apre il sipario: sta iniziando il balletto. Durante il prologo la principessa Aurora viene maledetta dalla fata Carabosse; nel prologo mi hanno colpita molto l’entrata spettacolare di Carabosse, la sua bruttezza e soprattutto i vestiti: sono impressionanti! Gli abiti della regina e delle damigelle sono ornati tantissimo; la regina è facilmente riconoscibile grazie alla sfarzosità e al luccichio del vestito.
…Il secondo atto è quello che mi è piaciuto di più perché il principe incontra Aurora e la sveglia dal suo sonno. Di questo atto mi è piaciuta la splendida musica di Cajkovskij e di nuovo i rami che scendono come per magia.
Adesso inizio a parlare del terzo e ultimo atto, nel quale Aurora e il principe Desirée si sposano. In questo atto chi ha disegnato i vestiti delle damigelle ha superato se stesso: la stoffa bianca ornata con l’oro è stupenda, c’è solo un problema con quegli abiti: chissà che scomodi che sono, soprattutto se devi ballare mentre li indossi! Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’entrata in scena delle varie fiabe, tra cui ci sono anche due gatti che sono i miei preferiti: mi fanno morir dal ridere quando muovono le “zampe” e le fermano a mezz’aria.

Martina

Vivaldi: la musica a programma

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Per noi ascoltatori del XXI secolo, abituati al facile consumo di musica in qualsiasi contesto e occasione, può essere difficile calarsi nei panni di una persona vissuta nel Settecento e comprendere cosa possa aver significato l’esplosione di creatività musicale che si ebbe in quel periodo storico.

Per secoli l’ascolto musicale era rimasto relegato in circostanze ben precise: oltre alla musica popolare, non scritta e dunque poco strutturata in senso compositivo, si poteva ascoltare musica soltanto in chiesa, al servizio delle funzioni religiose, oppure nei contesti esclusivi destinati alle classi più abbienti, o infine in ambito militare. Nel Settecento invece, anche grazie all’esplosione del fenomeno dei teatri pubblici e alla fioritura della musica strumentale, si creano nuovi ambienti e nuove possibilità di produzione e fruizione musicale: la musica comincia a diventare, finalmente, un mezzo espressivo della collettività.

Ma di cosa parla, e cosa esprime, la musica del Settecento? In che modo si rivolge ai nuovi ascoltatori, e per quale ragione? Può la musica in effetti “parlare” di qualcosa, e come riesce a smuovere gli affetti e produrre sensazioni in chi la ascolta e la produce?

Siamo pur sempre nel secolo dei lumi e il problema della risonanza affettiva, emotiva e creativa di un brano va razionalizzato in un linguaggio logico e lineare. In generale, in questo periodo, la musica strumentale non riscuote grande considerazione da parte degli intellettuali, proprio a causa dell’assenza ad agganci ad un significato definibile e univoco. La domanda, tuttora ricorrente, “Cosa vuol dire questa composizione strumentale?”, sembra restare senza risposta. Deriva da qui la grande fortuna che in quel periodo storico assume, soprattutto in ambito francese, la cosiddetta “musica a programma”, composta cioè sulla linea narrativa o descrittiva di un riferimento extra musicale, spesso letterario. Non è semplice imitazione, quanto piuttosto l’idea che ciò che è “bello” lo è perché esiste, si associa al “vero”, e che tutto ciò che di artistico viene creato non possa nascere dal nulla ma dal riconoscere un modello preesistente in natura e nel riprodurlo, rielaborandolo, utilizzando un altro materiale, come la pittura o la scultura.

Il discorso è ancora più difficile se il materiale a nostra disposizione è intangibile come quello musicale. La musica, in pratica, trasmette qualcosa all’ascoltatore, e dunque può essere considerato un mezzo di comunicazione: contemporaneamente, però, si sottrae quasi del tutto alla definizione del suo campo semantico, e cioè di una interpretazione univoca del messaggio che trasmette e della modalità che utilizza per trasmetterlo. Associare a una composizione strumentale un testo o un titolo, un riferimento che utilizza un linguaggio univoco e comprensibile all’ascoltatore, può quindi essere un mezzo per isolare lo stesso brano dal contesto e contemporaneamente esprimere in modo accettabile e condivisibile quanto di più indefinibile e inafferrabile possa esistere: la creatività musicale.

La musica può diventare dunque strumento per amplificare la risonanza espressiva e drammatica di un testo, o può evocare – più che descrivere – immagini, situazioni e sensazioni, in alcuni casi arrivando all’imitazione di suoni naturali.

Eccezionali modelli di musica a programma sono proprio i concerti tematici di Antonio Vivaldi, non molto numerosi all’interno della sua immensa produzione, ma celeberrimi ancora oggi: Le quattro stagioni, La notte, La tempesta, Il gardellino ne sono alcuni esempi, anche molto diversi tra loro. Se nel Gardellino o nella Tempesta il riferimento extramusicale è puramente onomatopeico o allusivo, nei concerti delle Stagioni il programma è preciso e articolato, costituito da quattro sonetti (forse di mano dello stesso Vivaldi) i cui versi arrivano perfino a insinuarsi tra i righi della partitura. L’ascoltatore può quindi seguire la descrizione e l’evocazione degli eventi naturali in una sorta di narrazione musicale senza drammatizzazione, dove il teatro prende forma nella mente, e in cui il regista nascosto è il compositore, che ci guida in territori rassicuranti, familiari ma allo stesso tempo inesplorati, comprensibili perché condivisi ma contemporaneamente soggettivi, evocando in chi ascolta una sorta di paesaggio interiore. Una sorta di “guida all’ascolto” creativa che possiamo ripercorrere insieme in uno dei più famosi tra i concerti vivaldiani: L’Estate.

Leggendo il sonetto si riscontrano molti procedimenti di pura imitazione strumentale, quasi onomatopeici – come ad esempio il canto degli uccelli, il ronzio di mosche e mosconi, il vento e il temporale– e altri nettamente evocativi, come la scelta stessa della tonalità di sol minore che richiama l’atmosfera pesante della calura e del torpore estivo. Da un pensiero di stampo illuministico in cui l’elemento naturale extramusicale è regolato e ordinato dall’uomo, in Vivaldi il punto di vista quasi si ribalta: la natura sembra prendere il sopravvento ed è il paesaggio a dominare sulla presenza umana, quasi in un anticipo di romanticismo. Inoltre, diversamente da quanto accadrà in epoche successive e soprattutto nel caso del poema sinfonico, gli elementi extramusicali si integrano nella forma consueta del concerto senza in alcun modo modificarla.

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Paesaggio veneto con strada lungo un fiume [click per il link all'ascolto]

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Paesaggio veneto con strada lungo un fiume
[click per il link all’ascolto]

 

L’estate

Sotto dura stagion dal sole accesa                                            I. Allegro non molto
langue l’uom, langue il gregge, ed arde il pino
scioglie il cucco la voce, e tosto intesa
canta la tortorella e il gardellino.

Zeffiro dolce spira, ma contesa
muove Borea improvviso al suo vicino;
e piange il pastorel perché sospesa
teme fiera borasca e il suo destino.

Toglie alle membra lasse il suo riposo                                     II. Adagio
il timore de’ lampi e tuoni fieri
e di mosche e mosconi il stuol furioso!

Ah che pur troppo i suoi timor son veri:                                  III. Presto
tuona e fulmina il ciel e grandinoso
tronca il capo alle spighe e a’ grani alteri.

 

Una buona occasione per godersi le più famose pagine vivaldiane, i concerti delle Stagioni, op. 8 Il cimento dell’armonia e dell’inventione, sarà il concerto del 10 aprile: l’Orchestra del Teatro Regio, diretta dal primo violino Sergey Galaktionov, ce le farà riscoprire in un abbinamento insolito, accostate a Las cuatro estaciones porteñas di Astor Piazzolla, in un viaggio musicale tra la Venezia del 1725 e la Buenos Aires del 1970.

Una sera con La bella addormentata 

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo gli entusiastici commenti di alcuni giovani spettatori, studenti della classe III della Scuola Media Nigra, che hanno avuto l’occasione di assistere alla prova generale del balletto in cartellone a dicembre, La bella addormentata di Čaikovskij interpretato dallo Staatsballet Berlin di Nacho Duato. 


Già all’ingresso del teatro sono rimasta colpita dalla eleganza degli ambienti del teatro. Quando le luci si sono abbassate ed è iniziata la musica è stato davvero emozionante. L’acustica del teatro era perfetta, mi sembrava di essere al centro della orchestra. Alla prima comparsa dei ballerini ho subito notato la bellezza dei costumi. Credo che i costumisti siano riusciti a combinare il gusto moderno e quello classico. Credo anche che il coreografo, e quindi le ballerine siano riusciti a interpretare bene la musica, trasmettendo perfettamente i sentimenti e le sensazioni che Čaikovskij cercava di suscitare negli spettatori.

Martina

É stato come tornare a quando ero piccola e il mio papá mi raccontava le fiabe, quando chiudevo gli occhi e immaginavo i personaggi presenti nella storia, i loro abiti, le loro abitudini, la loro vita, come passavano le giornate, dove abitavano… La musica esprimeva tutto ció che a parole non sempre viene espresso: le sensazioni, la paura, la tristezza, il timore… tutte sensazioni che quotidianamente teniamo dentro di noi. I ballerini eseguivano passi molto complicati ma con una leggerezza tale da farli sembrare estremamente semplici: ogni abito, ogni coreografia, ogni musica un emozione diversa ma sempre la stessa sensazione lo stesso desiderio di poter tornare lí per guardare di nuovo tutto quello che mi ha profondamente colpito e stupito.

Rachele 

Ho trovato tutto magnifico: dalla scenografia principesca del prologo e del III atto alla foresta incantata del II. Mi hanno molto colpito i rami che sono scesi per impersonare la radura, ho trovato bellissimi i costumi di scena delle fanciulle e i tutù. La musica travolgente di Čajkovskij mi ha rapito molto e ho trovato molto interessante assistere alle prove generali anzichè allo spettacolo perchè ho potuto vedere le correzioni e come un ballerino che recita se si ferma ritorna una persona normale. Mi è piaciuta molto questa esperienza anche perché abbiamo avuto l’opportunità, durante i due intervalli, di vedere l’interno del teatro, già visitato l’anno scorso, osservando come prende vita, ho potuto sperimentare com’è andare a teatro: lasciare i vestiti nel guardaroba, vestirsi eleganti, andare al bar e sentirsi rapiti mentre si guarda lo spettacolo. Grazie per questa bellissima esperienza.
Alice

Ho trovato la prova di grandissima intensità e bellezza, musiche emozionanti di P. Čaikowskij e scenografie perfette.Per non parlare della passione dei ballerini, che ne hanno messa così tanta che, pur se di lunga durata, lo spettacolo non avrebbe mai potuto essere noioso. Un’altra cosa che mi ha colpito è la capacità dei ballerini di trasmettere emozioni e intenzioni senza l’uso della parola ma solo attraverso gesti artistici di grande maestria e efficacia. 

Vorrei quindi ringraziare tutta la produzione e tutte le persone coinvolte per questa indimenticabile esperienza. 

Francesco