Archivio mensile:dicembre 2017

Rossini: deuxième acte

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Nella puntata precedente dedicata al nostro torneo 2017/18 abbiamo lasciato il protagonista Gioachino Rossini, benché ancora giovanissimo, già all’apice della sua carriera come operista.

I palcoscenici italiani cominciano ad andare stretti a un musicista che già si affaccia alla scena europea, e il nostro maestro è pronto infatti a conquistare anche i teatri d’oltralpe. Prima a Vienna, nel 1822, dove Barbaja è divenuto impresario del Kärtnertortheater, poi a Londra presso la corte e il King’s Theatre, nel 1824. Interprete delle sue opere, e ora anche compagna di vita, è sempre la Colbran, ancora in auge nonostante ormai sia a fine carriera.
Come per tutti i compositori di quel tempo, anche per Rossini la vera meta è Parigi: vi arriva nel 1824 e grazie al suo fiuto e alla sua intelligenza teatrale in breve tempo ne conquista la scena. Assume la direzione del Theatre des Italiens, comincia ad adattare alcuni suoi titoli per le scene parigine –Mosé diventa Moïse et Pharaon, il Maometto II Le Siège de Corynthe-, compone una cantata scenica (Le voyage à Reims) per l’incoronazione di Carlo X e il vaudeville Le Comte Ory reinventandosi secondo il gusto francese.

Rossini può ormai permettersi i suoi tempi di composizione, e si riserverà ben cinque mesi per la realizzazione del suo ultimo capolavoro teatrale, Guillaume Tell, andato in scena il 3 agosto 1829, in cui riassume i migliori elementi dei differenti linguaggi teatrali francese e italiano in un grandioso quadro storico, sociale e umano. È la vetta della carriera teatrale di Rossini (Bellini la definirà la sua “Bibbia musicale”), un’opera che parla già un linguaggio nuovo, ma anche l’ultimo titolo del nostro compositore. Rossini ha aperto la porta sull’opera romantica, ma non vi si riconosce. La sua influenza nell’ambito teatrale parigino ha però ormai spianato la strada ai compositori italiani di nuova generazione come Bellini, Donizetti e Giuseppe Verdi.

Poco dopo la prima, nel settembre dello stesso anno, il compositore torna a Bologna; soffre di disturbi fisici e di una grave depressione, il matrimonio è in crisi, e la caduta del governo francese gli costa il contratto con l’Opéra e la perdita del vitalizio, che riavrà soltanto sei anni più tardi. Sono anni difficili, nei quali Rossini si separa infine da Isabella Colbran (che morirà nel 1845) e si lega a Olympe Péllissier, che sposerà nel 1846. Si sposta tra la Francia, la Spagna e Bologna, compone qualche brano di musica da camera e sacra ( Les soirées musicales tra il 1830 e il 1835, lo Stabat Mater nel 1833), ma si tiene lontano dalla scena teatrale.
Nel 1848 si sposta a Firenze, spaventato dai moti rivoluzionari parigini, e vi trascorre sei anni in quasi completo ritiro, finché nel 1855 Olympe lo convince a rientrare in Francia.
A Parigi finalmente Rossini ritrova la serenità e una discreta salute, che gli consentiranno di trascorrere in pace gli ultimi anni e persino di tornare a comporre. Si fa costruire una villa a Passy dove, tra il 1857 e il 1868, scrive i Péchés de Vieillesse (Peccati di vecchiaia), ben 180 composizioni da camera, buona parte dei quali per pianoforte, nei quali torna a farsi sentire lo sguardo ironico e divertito del Rossini di un tempo e la consapevolezza di appartenere a un’epoca ormai passata.
Un’altra, stupefacente composizione è la Petite messe solennelle (1864), una messa solenne ma da camera, in cui le voci dei quattro solisti e di un piccolo coro si fondono con quelle, insolite, di due pianoforti e un armonium.

Rossini si spegne il 13 novembre del 1868, lasciando 39 opere, composte in 19 soli anni di carriera operistica, una vita intera da protagonista del mondo teatrale con il quale, volenti o nolenti, tutte le nuove generazioni di compositori si dovranno misurare.

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Falstaff immenso, enorme Falstaff!

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Mrs. Quickly “Voi le stregate tutte!”
Falstaff “Stregoneria non c’è, ma un certo qual mio fascino personal …”


Nel mese di novembre appena terminato, sono stati Sir John Falstaff e le sue riprovevoli brame, protagonisti dell’omonima ultima opera verdiana (1893), a stregare il pubblico del Teatro Regio.
Nell’allestimento di Daniele Abbado, le avventure del vecchio viveur hanno preso vita sopra una piattaforma inclinata, circolare come l’addome del nostro Sir John, continuamente in trasformazione grazie a botole e pedane girevoli, pareti e mobilio celati in torre di scena.
L’eccezionale libretto firmato da Arrigo Boito e lo straordinario lavoro compositivo di Giuseppe Verdi riescono a conferire nobiltà alle scabrose vicende di un Sir John che non sa riconoscere il suo declino e anzi, attribuisce alla sua indecente mole fisica una capacità seduttiva fuori dal comune. Su questa Falstaff fa leva per destreggiarsi tra un imbroglio e l’altro rincorrendo in eterno le grandi passioni della sua vita: il vino, le donne e l’oro.


FALSTAFF Se Falstaff s’assottiglia
non è più lui, nessun più l’ama.
In quest’addome
v’è un migliaio di lingue che annunciano il mio nome!
PISTOLA Falstaff immenso!
BARDOLFO Enorme Falstaff!
FALSTAFF Questo è il mio regno … lo ingrandirò

Gli costa caro però l’incontro con le gaie comari di Windsor che rovesciano il suo inganno escogitando una colossale contro -burla al termine della quale non solo Falstaff ma anche la gelosia di Mr Ford e la grettezza del Dr Caius escono definitivamente scornati e gabbati.

Son io, son io, son io che vi fa scaltri!
L’arguzia mia fa l’arguzia degli altri.

Ed è qui che il Falstaff verdiano rivela una nascosta dignità che nell’originale commedia shakespeariana non aveva e che restituisce al personaggio una dimensione umana e malinconica, che coinvolge anche noi, pubblico, con la fuga finale a 10 voci che sfonda la “quarta parete” rivolgendosi direttamente agli spettatori:

Tutto nel mondo è burla.
L’uom è nato burlone,
La fede in cor gli ciurla,
Gli ciurla la ragione.
Tutti gabbati! Irride
L’un l’altro ogni mortal.
Ma ride ben chi ride
La risata final.

La risata finale la rise certamente Giuseppe Verdi, ormai ottantenne, con questa dimostrazione di maestria, padronanza assoluta delle forme e dei generi, in barba ai maligni che lo credevano capace soltanto di drammi e del solito “zum-pa-pa”.
Hanno lavorato insieme a noi su Falstaff 7 classi di Scuola Media inferiore provenienti da Acqui Terme, Alba, Cuorgnè e Collegno con il percorso Un giorno all’opera, mentre altre 2 classi medie e 5 superiori hanno avuto l’opportunità di assistere allo spettacolo di cartellone grazie al progetto All’opera, ragazzi!
Diteci la vostra!