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Il giovane Rossini: chi ben comincia…

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Il 29 febbraio 1792, un paio di mesi dopo la morte di Wolfgang Amadeus Mozart, talento e genio rivoluzionario, nasce a Pesaro, cittadina dello Stato pontificio, un altro grande personaggio. Un artista che in meno di venti densissimi anni di teatro concluderà portando a compimento l’epoca della commedia dell’arte e si affaccerà su un’epoca e uno stile nuovi, quelli del melodramma nazionale e romantico: stiamo parlando del protagonista del nostro torneo 2017/18, Gioachino Rossini.

Figlio di Giuseppe Antonio Rossini (detto “il Vivazza” per evidenti abitudini da buon gaudente), di mestiere suonatore di tromba e corno nella locale banda e presso il Teatro Comunale di Bologna, e della cantante autodidatta Anna Guidarini, voce di discreto successo sulle scene dell’epoca, anche Gioachino viene introdotto giovanissimo al mondo musicale: a sei anni è la mascotte della banda, dove suona la “lista” (uno strumento metallico a percussione), a dieci viene avviato allo studio della composizione sotto la guida di Padre Stanislao Martini a Bologna, scampa per un soffio alla castrazione a causa della sua bella voce bianca, si fa le ossa come accompagnatore e cantante nelle chiese e suonatore di viola nei teatri, facendosi conoscere per il carattere intemperante e insofferente alle regole. Non ama la scuola, i maestri e i precetti, ma non è uno scansafatiche: studia la grande musica strumentale che dopo Vivaldi aveva abbandonato l’Italia ed era fiorita oltralpe con Mozart, Haydn, Beethoven. Gioachino ricopia le partiture, prova a inventarsi nuove soluzioni armoniche, confronta la sua musica con quella dei suoi veri grandi “maestri”, fino a guadagnarsi il soprannome di “Tedeschino”.

In Italia però è pur sempre la scena teatrale a dettare legge, e Rossini non sfugge a questo sistema: la sua occasione si presenta nel novembre 1810 a Venezia, dove l’impresario Cavalli gli commissiona un’opera buffa per risollevare le sorti di una stagione poco felice al teatro San Moisé: nasce così La cambiale di matrimonio, primo successo, replicata 13 volte. Due anni dopo, la sua farsa La Pietra del paragone, composta per la Scala di Milano, di repliche ne conterà ben 53, un record in una città che all’epoca conta forse 200mila abitanti. Gioachino è lanciato nel sistema, e del sistema teatrale deve rispettare i tempi e i dettami, componendo opere a ritmo industriale fino a quattro o cinque opere all’anno e spesso su libretti incompleti, venendo a patti con cantanti inadeguati e spostandosi di città in città e di palcoscenico in palcoscenico lungo la penisola italiana. Quello dell’opera è, prima di tutto, un business, e non tutti gli affari vanno a buon fine: successi strepitosi si alternano a titoli destinati all’oblio.


Una tappa importante si ha con la restaurazione di Ferdinando IV di Borbone dopo l’esilio siciliano: Napoli ospita il palcoscenico più grande del mondo, il Teatro San Carlo, oltre a quattro teatri minori, e ha la chance di distinguersi in un panorama culturale italiano per il resto dominato dagli austriaci o dal papato. Rossini vi arriva al seguito dell’impresario milanese Domenico Barbaja e dell’amante di quest’ultimo, il contralto spagnolo Isabella Colbran, e vi mette in scena l’opera seria Elisabetta I Regina d’Inghilterra in onore del Principe ereditario il 4 ottobre del 1815, diventando presto uno dei protagonisti dei salotti intellettuali napoletani.
Ma è nell’anno successivo che la sua produzione conosce una vera svolta, leggibile anche alla luce dei posteri: nel 1816 compone per il teatro di Torre Argentina in Roma, in un mese soltanto, l’opera buffa Almaviva, o sia l’inutil precauzione –una commedia già messa in musica da Paisiello, dalla celebre trilogia di Beaumarchais da cui anche Mozart aveva attinto con Le nozze di Figaro. La celebre opera di Paisiello si intitolava Il barbiere di Siviglia, e sperando di evitare un confronto diretto Rossini ne cambia il titolo e scrive una schietta presentazione in cui rende omaggio al celebre predecessore. Dopo i fischi e i fiaschi della prima rappresentazione,dovuti proprio agli irriducibili sostenitori del compositore pugliese, passa per sempre alla storia guadagnandosi uno dei primi posti in assoluto nella nascita del repertorio. Seguono altri celebri successi dell’opera comica: La Cenerentola, sempre per Roma, e La gazza ladra per Milano, entrambi composti in tempo record nel 1817. Ma continua a scrivere anche opera seria, affiancando innovazioni e temi già romantici (un esempio, La donna del lago tratta da Walter Scott nel 1819) al compimento dei caratteri tradizionali dell’opera italiana. Semiramide, messa in scena alla Fenice di Venezia nel 1823, è la sua ultima opera italiana, la trentacinquesima.

Gioachino Rossini, 31 anni compiuti e soltanto 13 di carriera, ormai affermatissimo autore e conosciuto anche oltre i confini della penisola, è pronto a conquistare la scena mondiale.

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L’Oriente a Torino

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Si sa che la musica e il teatro possono dare forma al sogno e trasportarci in mondi remoti, diversi dal quotidiano. E tra questi universi lontani un fascino speciale ha catturato compositori, poeti e coreografi degli ultimi due secoli: l’Oriente.
Vi invitiamo a esplorare insieme a noi gli orizzonti misteriosi dell’Asia attraverso le suggestioni e le influenze lasciate nella storia della musica, del balletto e del teatro, con il percorso didattico Echi d’Oriente, formulato appositamente per le scuole medie e superiori.
Accompagnati da uno storico dell’arte e da uno storico della musica ci muoveremo alla scoperta dell’Asia autentica tra le splendide collezioni del Museo di Arte Orientale di Torino, per poi arrivare al racconto e alla reinvenzione dell’Oriente nell’immaginario sonoro e visivo del nostro teatro musicale.

Madhya Pradesh, Ganesha danzante, x sec. – La Bayadère, (1877), musica di Minkus, coreografia di Petipa – Cina, figura di danzatrice in terracotta, inizio VIII sec. – partitura de La mer di Claude Debussy (1905)

“Dal japonisme del secondo Ottocento, la scoperta delle scale modali, delle percussioni e dei timbri delle orchestre gamelan balinesi, alle rivisitazioni stilistiche e immaginifiche dei Ballet Russes agli albori del Novecento, a ritroso nella storia sull’onda del mal d’Oriente e ancora più indietro nell’incanto dei racconti de Le mille e una notte, nelle cronache di Marco Polo, nelle leggende medioevali.”

Il percorso darà diritto di prelazione per il progetto All’opera, ragazzi: Turandot. In scena a gennaio con un nuovo allestimento firmato dal visionario Stefano Poda, l’ultimo titolo pucciniano sarà eseguito nelle sue parti originali senza il finale aggiunto dopo la morte del Maestro.

Echi d’Oriente e Turandot: una chiave di lettura eccezionale di una visione del mondo e di un capolavoro. Prenotate numerosi a partire dal 2 ottobre!

La musica vocale di Vivaldi: spettacolo, teatri e composizioni sacre

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​Proseguendo le nostre puntate alla scoperta o meglio, ri-scoperta – di Vivaldi, è senza dubbio necessario dedicarne una alla sua figura di compositore di opere liriche e musica sacra, ruolo per il quale oggi è pochissimo conosciuto ma che forse allepoca, insieme alla sua bravura come esecutore al violino e alla viola allinglese, fu quello che davvero gli diede la fama. 

Musiche per le grandi liturgie e oratori per celebrazioni religiose, politiche e militari; drammi in musica per i principali palcoscenici e le stagioni più frequentate. Era questa la produzione che maggiormente catturava lattenzione di un pubblico come quello veneziano, con il gusto intrinseco dello spettacolo e della magnificenza. Non dimentichiamo poi la grande fortuna della musica a programma, di cui musica sacra e opera rappresentano, anche se in ambiti particolari, il massimo culmine, con una struttura musicale modellata a servizio di un testo, un contesto e una narrazione extramusicali.

Per quanto riguarda la produzione sacra, altro non sembrerebbe che il campo naturale di espressione del nostro Prete Rosso, che in fin dei conti aveva frequentato da piccolo la Cappella dogale di San Marco, presso la quale era violinista il padre, e avrebbe preso più tardi i voti sacerdotali. In realtà, fu un ambito compositivo tutto sommato sporadico per Vivaldi, che non ricevette mai una formazione musicale specificamente dedicata alla musica sacra e vi si dedicò saltuariamente. Nonostante questo si contano decine e decine di brani a sua firma, parte dei quali commissionati dall’Ospedale della Pietà le cui allieve (le “putte”) li avrebbero poi eseguiti in pubblico. Tra questi,  le pagine più celebri sono certamente il Salmo Nisi Dominus RV 608 per voce di contralto, archi e basso continuo, l’oratorio Juditha triumphans RV 644 commissionato nell’estate 1716 per festeggiare la vittoria di Venezia sui Turchi a Corfù, e il Gloria in Re maggiore per soli, coro e orchestra RV 589ad aprile sarà possibile ascoltare quest’ultimo brano, insieme al Magnificat, cantata in sol minore per soli, coro e orchestra RV 610 nell’ambito del Festival Antonio Vivaldi, interpretati dall’Orchestra e dal Coro del Teatro Regio sotto la guida di Ottavio Dantone. In tutti i brani sacri del maestro veneziano ritroviamo la sua ricca inventiva, la varietà melodica e le caratteristiche orchestrali che caratterizzano anche i suoi brani strumentali, amalgamati con un marcato aspetto teatrale -punto di contatto con la sua produzione operistica. Ciò che cambia è il palcoscenico -in quest’ultimo caso quello dei maggiori teatri veneziani e non solo, nel primo quello di celebrazioni religiose non meno spettacolari.

Click per il link all’ascolto: Gloria in Re maggiore per soli, coro e orchestra RV 589

Per quanto riguarda la produzione operistica, Vivaldi vi approda forse già nel 1705 ma miete i primi veri, duraturi successi di pubblico in età già abbastanza matura, forte dell’esperienza compositiva di quasi un decennio. La concorrenza è spietata: Venezia è in quegli anni la patria del melodramma, con una ventina di teatri attivi, e nessun compositore che ambisca a fama e denaro può esimersi dal dedicare le sue pagine musicali allintrattenimento più popolare del Settecento. Tutti  nobili, borghesia e anche popolo  frequentano le stagioni teatrali, e gli impresari fanno a gara nellaccaparrarsi cantanti, titoli e musica che possano attirare un buon riscontro di pubblico. Non esistendo il concetto di repertorio, rarissimamente le opere vengono riprese e la caccia alle novità è  costante, con tempi di produzione spesso frenetici. Diffusissima la pratica di riciclare e rimaneggiare sia libretti, sia musiche preesistenti, in un generale disinteresse verso la coerenza drammaturgica e anche sonora: il vero punto di forza e richiamo per il pubblico sta infatti nella fama dei cantanti. Personaggi e opere intere sono adattati e cuciti addosso ai virtuosi di turno, che hanno anche facoltà, nel bel mezzo del dramma, di interrompere lazione ed eseguire arie di baule estrapolate da contesti affatto diversi per meglio mettere in luce le proprie doti vocali ed espressive. 

Vivaldi si inserisce in questo mondo particolare non solo come compositore ma anche nelle vesti di impresario, ruolo che ricopre insieme al padre per varie stagioni presso il Teatro SantAngelo, ed acquisisce quindi una sicura dimestichezza con quelle che sono le consuetudini e la macchina produttiva dellepoca. 

La sua popolarità in questo ambito gli attirerà numerosi strali satirici dai giornali e dalle gazzette di spettacolo dellepoca e anche un posto donore nel velenosissimo e divertentissimo  libello Il teatro alla moda pubblicato in forma anonima nel 1720 da Benedetto Marcello: nel pamphlet l’autore elargisce ironici consigli alle diverse figure professionali del mondo del teatro, dagli impresari, ai compositori, ai poeti, ai cantanti, alle madri delle virtuose, denunciandone al contempo i vizi e i malcostumi. Il nome di Vivaldi, mascherato sotto lo pseudonimo Aldiviva, appare addirittura in copertina. Dei 45 titoli operistici firmati dal Prete Rosso, pochissimi sono giunti ai posteri completi di testo e parte musicale, e nessuno è mai entrato in repertorio. Sempre in occasione del Festival Vivaldi, quest’anno al Teatro Regio sarà possibile assistere all’Incoronazione di Dario, finora mai rappresentata a Torino. Si tratta di un titolo decisamente particolare, che Vivaldi scrisse per risollevare le sorti in pericolo di una stagione di carnevale, quella dell’anno 1717, al Teatro Sant’Angelo, suo palcoscenico preferito e del quale fu anche impresario. Dopo il successo della sua Arsilda regina di Ponto andata in scena in autunno, una Penelope la casta di certo Fortunato Chelleri aveva mandato tutto all’aria: durante la seconda rappresentazione il compositore aveva abbandonato il cembalo, dal quale dirigeva l’orchestra, ed era fuggito tra i fischi e gli schiamazzi portando con sé la partitura. Vivaldi è costretto a recuperare in fretta e furia con un riadattamento dell’Arsilda (che la critica definì “minestra riscaldata”) in attesa di terminare la composizione dell’Incoronazione di Dario che avrà il duro compito di ripristinare la reputazione del Sant’Angelo. Libretto recuperato, e parzialmente rivisto, da un testo originale di ben 33 anni prima, dove elementi seri e comici si mescolano in un legame indissolubile; ben 50 scene musicali e 9 ambientazioni diverse si susseguono in un intreccio del tutto bizzarro, e mostrano come Vivaldi non si preoccupi affatto della cosiddetta “riforma” del melodramma ormai in corso, inaugurata da Apostolo Zeno e strutturata da Pietro Metastasio e che puntava a riportare ordine nella composizione e nella drammaturgia, eliminando tutti gli elementi buffi, riportando in auge le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione e strutturando l’architettura musicale in una rigida successione di recitativo e aria. A Vivaldi non interessa, evidentemente, la questione di un rinnovamento della forma in ambito teatrale: quello che vuole -e che senza dubbio ottiene, visto il successo dell’epoca e la bellezza ancora oggi indiscutibile di alcune pagine di questo Dario- è poter esprimere compiutamente il suo estro creativo, la sua capacità espressiva e di trattamento della voce e dell’orchestra in una varietà entusiasmante e divertente, sia a livello scenico sia musicale. Le vicende di Dario, aspirante successore di Ciro sul trono di Persia, innamorato della “semplice”, ingenua all’inverosimile principessa Statira, saranno riportate in vita con la regia di Leo Muscato e le scene e i costumi dell’Accademia Albertina di Belle Arti. In una immaginaria e moderna Metropoli di Persia, tra deserti e oleodotti, vedremo gli inganni della perfida Argene intrecciarsi con i sospiri d’amore del precettore Niceno e dei contendenti di Dario Arpago e Oronte: tutte le parti, interpretate da un cast di altissimo livello, riservano delle sorprese espressive interessanti, in perfetto equilibrio e senza che un personaggio predomini a livello musicale su un altro.

Sarà certamente un’occasione da non perdere per riscoprire un inedito e imprevedibile Vivaldi, fuori dai soliti schemi e oltre le sue pagine più conosciute.

Click per il link all’ascolto: L’incoronazione di Dario – sinfonia

Click per il link all’ascolto: “Sentirò fra ramo e ramo”, aria di Statira – atto III

Vivaldi: la musica a programma

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Per noi ascoltatori del XXI secolo, abituati al facile consumo di musica in qualsiasi contesto e occasione, può essere difficile calarsi nei panni di una persona vissuta nel Settecento e comprendere cosa possa aver significato l’esplosione di creatività musicale che si ebbe in quel periodo storico.

Per secoli l’ascolto musicale era rimasto relegato in circostanze ben precise: oltre alla musica popolare, non scritta e dunque poco strutturata in senso compositivo, si poteva ascoltare musica soltanto in chiesa, al servizio delle funzioni religiose, oppure nei contesti esclusivi destinati alle classi più abbienti, o infine in ambito militare. Nel Settecento invece, anche grazie all’esplosione del fenomeno dei teatri pubblici e alla fioritura della musica strumentale, si creano nuovi ambienti e nuove possibilità di produzione e fruizione musicale: la musica comincia a diventare, finalmente, un mezzo espressivo della collettività.

Ma di cosa parla, e cosa esprime, la musica del Settecento? In che modo si rivolge ai nuovi ascoltatori, e per quale ragione? Può la musica in effetti “parlare” di qualcosa, e come riesce a smuovere gli affetti e produrre sensazioni in chi la ascolta e la produce?

Siamo pur sempre nel secolo dei lumi e il problema della risonanza affettiva, emotiva e creativa di un brano va razionalizzato in un linguaggio logico e lineare. In generale, in questo periodo, la musica strumentale non riscuote grande considerazione da parte degli intellettuali, proprio a causa dell’assenza ad agganci ad un significato definibile e univoco. La domanda, tuttora ricorrente, “Cosa vuol dire questa composizione strumentale?”, sembra restare senza risposta. Deriva da qui la grande fortuna che in quel periodo storico assume, soprattutto in ambito francese, la cosiddetta “musica a programma”, composta cioè sulla linea narrativa o descrittiva di un riferimento extra musicale, spesso letterario. Non è semplice imitazione, quanto piuttosto l’idea che ciò che è “bello” lo è perché esiste, si associa al “vero”, e che tutto ciò che di artistico viene creato non possa nascere dal nulla ma dal riconoscere un modello preesistente in natura e nel riprodurlo, rielaborandolo, utilizzando un altro materiale, come la pittura o la scultura.

Il discorso è ancora più difficile se il materiale a nostra disposizione è intangibile come quello musicale. La musica, in pratica, trasmette qualcosa all’ascoltatore, e dunque può essere considerato un mezzo di comunicazione: contemporaneamente, però, si sottrae quasi del tutto alla definizione del suo campo semantico, e cioè di una interpretazione univoca del messaggio che trasmette e della modalità che utilizza per trasmetterlo. Associare a una composizione strumentale un testo o un titolo, un riferimento che utilizza un linguaggio univoco e comprensibile all’ascoltatore, può quindi essere un mezzo per isolare lo stesso brano dal contesto e contemporaneamente esprimere in modo accettabile e condivisibile quanto di più indefinibile e inafferrabile possa esistere: la creatività musicale.

La musica può diventare dunque strumento per amplificare la risonanza espressiva e drammatica di un testo, o può evocare – più che descrivere – immagini, situazioni e sensazioni, in alcuni casi arrivando all’imitazione di suoni naturali.

Eccezionali modelli di musica a programma sono proprio i concerti tematici di Antonio Vivaldi, non molto numerosi all’interno della sua immensa produzione, ma celeberrimi ancora oggi: Le quattro stagioni, La notte, La tempesta, Il gardellino ne sono alcuni esempi, anche molto diversi tra loro. Se nel Gardellino o nella Tempesta il riferimento extramusicale è puramente onomatopeico o allusivo, nei concerti delle Stagioni il programma è preciso e articolato, costituito da quattro sonetti (forse di mano dello stesso Vivaldi) i cui versi arrivano perfino a insinuarsi tra i righi della partitura. L’ascoltatore può quindi seguire la descrizione e l’evocazione degli eventi naturali in una sorta di narrazione musicale senza drammatizzazione, dove il teatro prende forma nella mente, e in cui il regista nascosto è il compositore, che ci guida in territori rassicuranti, familiari ma allo stesso tempo inesplorati, comprensibili perché condivisi ma contemporaneamente soggettivi, evocando in chi ascolta una sorta di paesaggio interiore. Una sorta di “guida all’ascolto” creativa che possiamo ripercorrere insieme in uno dei più famosi tra i concerti vivaldiani: L’Estate.

Leggendo il sonetto si riscontrano molti procedimenti di pura imitazione strumentale, quasi onomatopeici – come ad esempio il canto degli uccelli, il ronzio di mosche e mosconi, il vento e il temporale– e altri nettamente evocativi, come la scelta stessa della tonalità di sol minore che richiama l’atmosfera pesante della calura e del torpore estivo. Da un pensiero di stampo illuministico in cui l’elemento naturale extramusicale è regolato e ordinato dall’uomo, in Vivaldi il punto di vista quasi si ribalta: la natura sembra prendere il sopravvento ed è il paesaggio a dominare sulla presenza umana, quasi in un anticipo di romanticismo. Inoltre, diversamente da quanto accadrà in epoche successive e soprattutto nel caso del poema sinfonico, gli elementi extramusicali si integrano nella forma consueta del concerto senza in alcun modo modificarla.

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Paesaggio veneto con strada lungo un fiume [click per il link all'ascolto]

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Paesaggio veneto con strada lungo un fiume
[click per il link all’ascolto]

 

L’estate

Sotto dura stagion dal sole accesa                                            I. Allegro non molto
langue l’uom, langue il gregge, ed arde il pino
scioglie il cucco la voce, e tosto intesa
canta la tortorella e il gardellino.

Zeffiro dolce spira, ma contesa
muove Borea improvviso al suo vicino;
e piange il pastorel perché sospesa
teme fiera borasca e il suo destino.

Toglie alle membra lasse il suo riposo                                     II. Adagio
il timore de’ lampi e tuoni fieri
e di mosche e mosconi il stuol furioso!

Ah che pur troppo i suoi timor son veri:                                  III. Presto
tuona e fulmina il ciel e grandinoso
tronca il capo alle spighe e a’ grani alteri.

 

Una buona occasione per godersi le più famose pagine vivaldiane, i concerti delle Stagioni, op. 8 Il cimento dell’armonia e dell’inventione, sarà il concerto del 10 aprile: l’Orchestra del Teatro Regio, diretta dal primo violino Sergey Galaktionov, ce le farà riscoprire in un abbinamento insolito, accostate a Las cuatro estaciones porteñas di Astor Piazzolla, in un viaggio musicale tra la Venezia del 1725 e la Buenos Aires del 1970.

La bohème vista da voi

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Ho assistito a La bohème

di Matilde Marchisio – Istituto Tecnico Economico indirizzo Turistico “Bosso-Monti” – Torino 

 

Dove si trova la felicità quando il tuo petto non smette di tremare? Dove si trova il coraggio di sorridere quando le tue mani non trovano un luogo caldo? Come si vive sapendo di morire?

Io non lo so, forse non lo saprò mai, o forse lo scoprirò presto, ma lei conosceva il segreto e lo custodiva gelosamente in un cassetto, insieme al cerchietto d’oro e al libro di preghiere.

Una persona semplice, la fragile Mimì, dal viso bianco e baciata dalla primavera, come un germoglio bagnato di rugiada. Piccola, con la passione per i fiori e per l’amore. Così viene descritta, tutti parlano di lei e la sua voce delicata rimbomba nei teatri del mondo.

Io ho avuto la fortuna di vedere dal vivo una rappresentazione di Bohème. La cantante, su quel palco, era un tutt’uno con il suo personaggio, era come se la vera Mimì, quella creata dalla penna di Puccini, si fosse impossessata del suo corpo, della sua voce e del nostro cuore non con arroganza, neanche con la pretesa di essere ascoltata, ma in punta di piedi, proprio nel suo stile. Seduta su quella poltrona, insieme a tutti gli altri, guardavo incantata come la storia prendeva forma, come tutto si incastrava perfettamente, mentre le voci dei cantanti si aggrovigliavano e legavano raggiungendo Puccini, seduto spiritualmente in tribuna. Non posso far a meno di pensare all’orgoglio che starà provando, lassù, fiero di aver fatto commuovere anche acidi ragazzi come noi. Perché sì, io mi sono emozionata, quell’insieme di voci, pianti, litigate e amore mi ha fatto ricordare di avere un’anima, di provare dei sentimenti anche quando fuori il cielo è grigio.

Ah Rodolfo, l’amore lo logorava, la sua poesia non riusciva più ad esprimere quello che il suo cuore sentiva. Lui amava davvero Mimì, ma la sua miseria, i soldi che andavano e venivano e il camino che poltriva, non aiutavano a proteggere la sua amata. Come disse lui: « L’amore non basta a tenerla in vita », e aveva ragione: un sentimento, per quanto forte che sia, non potrebbe mai scaldare qualcuno, farlo sentire protetto e libero di ogni male. L’amore non basta mai, e Rodolfo lo sapeva.

Ogni gesto del cantante mi ricordava la difficoltà nel lasciare andare la persona che si ama. Mi pareva un attore di fama internazionale, quando in realtà era solo un ragazzo con abiti usati. La sua voce, il modo in cui si muoveva sul palco, tutto di lui mi ricordava il personaggio interpretato.

Persona emotiva o no, nessuno rimase indifferente a Mimì e Rodolfo, insieme a cantare. Sembravano proprio due innamorati, logorati dalla consapevolezza di doversi lasciare presto. Il tempo loro era prezioso, e non lo avrebbero sprecato.

Ho visto una sola volta la neve, sono sincera, forse nei film o in una cartolina di Natale. Rimasi folgorata quando il sipario si alzò, rivelando il paesaggio invernale. Non era neve vera quella che si posava sul cappotto di Mimì, lo sapevo, ma era così reale! Sentii freddo in quel momento, rabbrividii con tutto il mio corpo, avevo la pelle d’oca. La musica e l’ambientazione mi portarono in un giardino parigino innevato, potevo quasi sentire il gelo delle mani di Mimì e il cuore crepato di Rodolfo. Lasciarsi in inverno? Perché non in primavera, quando i fiori sbocciano e il sole dona colore ai volti pallidi?

All’ultimo atto la fiaba crollò, l’amore sfiorò e la giovinezza maturò, forgiata dal dolore. Mimì, Rodolfo e tutti gli altri erano giovani quando il loro stomaco brontolava, quando il camino dormiva e quando al Cafè Momus si assisteva alle sceneggiate di Musetta. Ignari del futuro, incerti del presente, già feriti dal passato, la giovinezza era l’unica cosa che li faceva sorridere e sperare in un qualcosa di meglio. Erano come bambini piccoli che negavano di voler crescere , ma è impossibile vivere senza soffrire.

Alla morte di Mimì, il piccolo fiore da proteggere, la disperazione e l’amore presero il sopravvento. “Non morire Mimì, non morire”.Perché pensavo a questo, quando sapevo già come sarebbe andata a finire? La speranza è l’ultima a morire, si sa, ma con lei Mimì.

Marcello e Musetta, i due amanti maledetti, quante ne avevano passate insieme! Ma lì, in quella stanza, al capezzale di Mimì, sembravano una coppia unita, senza nessun vecchio a separarli. Nel dolore di Rodolfo loro trovarono la tranquillità, un momento per fermarsi e chiedersi a vicenda: « Vale la pena litigare per futili cose? ». La risposta, ora e per sempre, è “no”.

In primavera la giovinezza muore insieme agli innocenti, all’amore e ai sorrisi. Questo sentirsi giovani e senza pensieri non dura per sempre, anche il più testardo deve arrendersi all’idea di non avere più un motivo per uscire a divertirsi, di non piangere più per un cuore spezzato, ma per un amico morto, persona con cui non si potrà più sorridere.

Applaudii con tutte le mie forze. Non piansi, cosa strana, ma dentro di me sentivo un’emozione fortissima, come mille fuochi d’artificio. Credo di aver imparato qualcosa da questa bellissima esperienza, ma non so cosa. Forse il coraggio di vivere sapendo di morire? Chissà.

Bohème vista dagli allievi della Classe III L – Scuola Calamandrei –Torino
Musicalmente, quale brano ti è piaciuto di più e perchè?
Mi piace il brano che i 4 cantano quando sono allegri, nell’ultimo quadro, perchè mette divertimento e fa molto ridere (soprattutto la parte in cui Colline fa finta di baciare Marcello) (Marika)
Mi sono piaciuti tutti i brani, anche perchè è la prima volta che vado a teatro di sera a vedere un’opera  (Giorgio)
Mi è piaciuto molto  quando sono in piena città , con tutto quel frastuono. La musica rende tutto molto più allegro. (Vincenzo)
La mia melodia preferita è stata “Che gelida manina”  (Diana)
Il brano che mi è piaciuto di più è quello del quarto quadro, quando Mimì e Rodolfo sono da soli. In quel momento si vedeva il loro amore molto forte. E’ stato un momento molto romantico ma anche triste, perchè quell’amore non era destinato a durare nel tempo.  (Alessia)

Il brano che mi è piaciuto di più è nell’ultimo quadro, quando Rodolfo, Marcello, Colline e Shaunard giocano e ballano. Mi piace perchè la musica è allegra e subito dopo entra Musetta e cambia di colpo.  (Mattia)

Il brano che mi ha colpito di più è stato “Che gelida manina” e anche quando Mimì è agli ultimi istanti di vita e ricorda insieme al suo amato quando si sono conosciuti e tutti i bei momenti che hanno passato insieme: dolce e allo stesso momento triste e commovente.  (Valentina)
Il brano che mi è piaciuto di più è cantato da Musetta nel secondo atto, dove lei si presenta nel Caffè Momus. L’intonazione con numerosi acuti è stata straordinaria e adoro questo personaggio per il suo carattere così deciso che è evidenziato nella canzone. (Francesca)
Esprimi il tuo giudizio sul lavoro svolto e sull’allestimento dell’opera alla quale hai assistito.



Per me il lavoro è stato divertente e anche triste. Divertente perchè è stato bello guardare un’opera di cui abbiamo parlato per mesi dal vivo. Poi a me ha interessato molto sapere della vita di Puccini, anche attraverso il film e le spiegazioni. Triste per la morte di Mimì e perchè non volevo che l’attività finisse così in fretta. La mia parte preferita è stata andare a teatro, la scena in cui erano al caffè Momus e quando entra in scena Musetta.  ( Marika)

L’allestimento mi è piaciuto molto. La cosa più bella è stata quando si passa al Caffè Momus: i protagonisti camminano nella direzione opposta rispetto al movimento del Caffè, come un tapis roulant. (Vincenzo)
Abbiamo avuto l’occasione di vedere le prove e capire com’è il lavoro dietro le quinte, non soltanto lo spettacolo finito. Il terzo atto per me è stato il più bello perchè erano nella periferia di Parigi e nevicava. Questa esperienza per me è stata unica. (Diana)

L’idea dell’ambientazione moderna mi è piaciuta molto, ma confrontando questa ambientazione con quella originale ho preferito l’originale perchè mi ha coinvolto di più.  (Alessia)
Sono rimasta impressionata dalle scenografie e dalle voci degli attori: a volte mi venivano i brividi… (Sara)
La Bohème mi è piaciuta abbastanza, anche se non mi piacciono le opere liriche. Mi è piaciuta soprattutto perchè ha un allestimento moderno ed è stata un’idea originale. (Mattia)
Prima di vedere l’opera pensavo di preferire l’allestimento originale, ma ho cambiato idea alla sera dell’opera. I personaggi sono stati formidabili: sono riusciti a proporre il nuovo nel vecchio. …Anche se sapevamo il finale, la scena della morte di Mimì è stata comunque molto triste perchè va via la giovinezza dei ragazzi. E’ stata una serata fantastica; almeno una volta nella vita bisogna viverla.  (Elisa)

La Bohème mi è piaciuta molto: è stata una bella idea ambientarla in una Parigi più moderna. Con le impalcature sembravano proprio quei palazzi grigi e tristi che ci sono a Parigi. (Valentina)

Non ho trovato gradevole la realizzazione in stile moderno, avrei preferito vederla “in stile antico”.  (Alessia)
Tutto il progetto è incominciato in classe, verso la fine di settembre. All’inizio non pensavo fosse così interessante, invece poi con il passare delle settimane, mi sono interessata sempre di più, come se facessi quasi parte della storia. A ogni lezione mi divertiva e mi piaceva parlare, ascoltare e raccontare la storia di questi ragazzi e di una storia d’amore vera, un po’ precipitosa e affrettata con i tempi, a parer mio, ma con la quale Puccini voleva esprimere il vero amore. …Mi ha sorpreso molto l’allestimento: mi sarei aspettata qualcosa di diverso nella realizzazione dei palazzi, sembravano un po’ cupi. Mi sono piaciuti molto i cantanti , anche se forse avrei preferito vedere l’opera nella sua forma originale. ( Francesca)

Viva Vivaldi!

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Martedì 4 ottobre in Sala Caminetto si è svolta la premiazione dei vincitori del nostro torneo on line Il Gioco dell’Opera, edizione 2015/2016.

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Prima classificata la classe IV ginnasio (attuale V) del Liceo Classico Bodoni di Saluzzo, capitanata dal prof. Diego Ponzo, con un progetto multimediale collettivo ideato dai ragazzi in sinergia con il loro insegnante. Risultato, un video dove la classe ci racconta il suo Don Giovanni, progetto “ideale” che si propone di attualizzare il grande titolo mozartiano coinvolgendo le diverse professionalità del teatro d’opera, dal Sovrintendente, al Regista, allo Scenografo. I ragazzi hanno conquistato otto miniabbonamenti alla Stagione in corso. Complimenti per l’impegno e grazie per averci raccontato anche il “dietro le quinte” del vostro lavoro con la fase di ideazione e discussione. Vi auguriamo buon lavoro per il nuovo torneo!

Secondi classificati quattro studenti del Liceo Classico Europeo Umberto I di Torino, coordinati dalla professoressa Gavinelli, dei quali abbiamo potuto leggere su questo blog due recensioni a spettacoli della nostra Stagione 2015/16. I quattro critici in erba hanno conquistato i biglietti per assistere a una prova generale.

Il primo premio è stato offerto dal Comitato Nenè Corulli e consegnato ai vincitori dai membri della giuria Professoressa Ariotti e Professor Di Nardo; il secondo premio, messo in palio dal Teatro Regio, è stato consegnato da Elisabetta Lipeti dell’Ufficio Scuole.

Concluse le operazioni di premiazione, siamo pronti per presentarvi il nuovo protagonista del torneo, da quest’anno –udite udite!- aperto anche alle scuole medie:

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Lo riconoscete?
È proprio lui, Antonio Vivaldi.

Studiatissimo nei programmi scolastici ma nei fatti poco conosciuto e forse poco amato dagli studenti. Cercheremo, tramite gli articoli pubblicati mensilmente su questo blog e una vera e propria mini-gara da svolgere in Teatro o a scuola, di farvi conoscere un Vivaldi nuovo, inedito, frizzante come l’epoca in cui è vissuto.

Il cartellone di quest’anno ci aiuterà nel nostro progetto proponendo accostamenti insoliti e titoli rari. Siamo certi che tutti avrete sentito parlare delle Quattro Stagioni: noi vi proporremo di sommarle alle altre quattro del tango nuevo di Astor Piazzolla nello spettacolo Vivaldi e Piazzolla, le otto stagioni.

E poi, un Vivaldi non solo compositore di concerti ma anche di opera con L’incoronazione di Dario, in scena ad aprile nel corso del Festival Vivaldi che coinvolgerà tutta Torino.

Cosa dovrete fare voi? Seguirci nell’approfondimento del nostro Autore tramite gli articoli pubblicati sul blog; cimentarvi nel quiz storico-ludico-musicale del Gioco dell’Opera; inviarci, entro il 6 maggio 2017, un vostro personale elaborato creativo. Siate coraggiosi: ricchi premi attendono i vincitori.

Vi diamo quindi appuntamento tra una settimana con la prima puntata on line dal tema Vivaldi: vita, opere e miracoli musicali.

Il Direttore Artistico presenta la Stagione dei ragazzi

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Condividiamo con voi qualche estratto dell’intervento che il nostro direttore artistico, Maestro Gastón Fournier Facio, con la sua consueta forza comunicativa, ha presentato agli insegnanti riuniti lunedì 26 nella Sala Caminetto del Teatro Regio.

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Il Maestro ha raccontato al nostro pubblico quali saranno i momenti principali della Stagione della Scuola all’Opera: in prima battuta, La bohème, i ragazzi e l’amore, che debutta già il 18 ottobre sul nostro palcoscenico. Quale modo migliore per avvicinarsi al mondo del melodramma che scoprire la freschezza e l’intensità di una delle pagine d’opera più rappresentate al mondo? Siamo sicuri che anche l’allestimento –lo stesso che apre la Stagione lirica 2016-17-, estremamente attuale e suggestivo, saprà proiettare i ragazzi direttamente nella storia degli amici bohémien e il loro percorso di crescita attraverso l’amore, i sogni, le risate e le inevitabili rinunce e perdite. Se non l’avete ancora fatto, prenotate lo spettacolo! Gli ultimi posti sono ancora a disposizione.

Il Maestro ci ha poi parlato della originale proposta jazz, questa in versione interattiva con la partecipazione del pubblico in sala, dei canti della tradizione e la vivace Little Jazz Mass di Bob Chilcott, proposti dal trio di Luigi Martinale (pianoforte, contrabbasso e batteria) e dal Coro di voci bianche del Teatro Regio per lo spettacolo Tutti quanti voglion fare il jazz… anche a Natale!

Altrettanto interattivo secondo la nostra migliore tradizione sarà lo spettacolo Il flauto magico raccontato ai ragazzi, in chiusura di Stagione, in cui sarà il direttore d’orchestra a raccontarci il capolavoro mozartiano, anch’esso messo in scena con l’allestimento serale ma in versione adatta a un pubblico più giovane. Preparatevi a cantare con Papageno!

Per i più piccoli un’opera piccolissima: Settestella di Azio Corghi, uno spettacolo di condivisione, scoperta e amicizia che letteralmente si costruirà sotto gli occhi del pubblico in miniatura attraverso musica, canto e pittura dal vivo.

Anche quest’anno non possiamo fare a meno di affiancare a questi spettacoli più spensierati una data importantissima, quella del Concerto per il  Giorno della memoria, ospitato per la prima volta nella splendida cornice della Sala del lirico per fare spazio all’Orchestra e al Coro del Teatro che eseguiranno due celebri pagine di autori degenerati, Felix Mendelssohn Bartholdy e Arnold Schoenberg. Voce narrante d’eccezione sarà quella di Gabriele Lavia.

Infine, in primavera usciremo dagli schemi con un abbinamento insolito: Vivaldi e Piazzolla, le otto stagioni, alternando il barocco veneziano al contaminatissimo tango nuevo argentino. Siamo sicuri che soprattutto per le Scuole secondarie di primo grado potrà essere una proposta vincente … in tutti i sensi! Sarà possibile infatti non limitarsi alla visione dello spettacolo ma cimentarsi con Viva Vivaldi!, un torneo per giocare dal vivo e on line sulle pagine di questo blog alla scoperta di un barocco inaspettato. Ai primi classificati in palio biglietti per uno spettacolo della prossima Stagione.

A chiusura dell’intervento, Elisabetta Lipeti ha presentato le attività, i laboratori e i percorsi didattici che fanno da cornice alla ricchissima Stagione di spettacoli.

Vi aspettiamo numerosi!

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