Archivi categoria: regio

Il tempo di Rossini: prima parte

Standard

L’anno rossiniano è iniziato e i nostri appuntamenti con il gioco a premi Crescendo rossiniano e il torneo on line si avvicinano: per aiutarvi a rinfrescare le idee abbiamo preparato una piccola linea del tempo in cui mettere a confronto avvenimenti storici, artistici e culturali al percorso del Maestro pesarese. Noi abbiamo indicato le date fondamentali: a voi completare inserendo le relative tappe “operistiche” del nostro Rossini fino al 1829.

Buon lavoro e a presto con la prossima puntata!

Annunci

Un inverno di balletti

Standard

È stato un inverno di balletti qui al Teatro Regio, trascorso con due splendidi allestimenti de Lo Schiaccianoci e Il lago dei cigni. I più celebri titoli di Pëtr Il’ič Čajkovskij sono andati in scena mostrandoci due mondi e due visioni diverse e complementari della danza, Lo Schiaccianoci nel colorato e visionario allestimento di Lele Luzzati con coreografie di Amedeo Amodio interpretato dai due solisti del New York City Ballet e dal corpo di ballo Daniele Cipriani Entertainment, Il lago dei cigni nella versione iconica e insuperabile di Marius Petipa e Lev Ivanov, interpretata dal Balletto del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo.

Oltre ai numerosi allievi delle scuole di danza che hanno collaborato con noi, molti di voi ragazzi hanno avuto modo di avvicinarsi per la prima volta al mondo della danza classica grazie al progetto All’opera, ragazzi che ha coinvolto 400 studenti di scuola media e superiore, permettendo loro di assistere alle prove e poi alle rappresentazioni serali. Altri 1200 ragazzi hanno riempito la sala del Lirico per una recita speciale de Lo Schiaccianoci la mattina di giovedì 7 dicembre.

14 classi, tra scuola primaria, media e superiore si sono messe in gioco dirette dalle nostre Erica Cagliano e Caterina Cugnasco nel laboratorio coreografico Fate, fiori e fiocchi di neve organizzato per i più piccoli e l’attività Danzare e Sperimentare che coniuga creatività e disciplina della danza.

Rossini: deuxième acte

Standard

Nella puntata precedente dedicata al nostro torneo 2017/18 abbiamo lasciato il protagonista Gioachino Rossini, benché ancora giovanissimo, già all’apice della sua carriera come operista.

I palcoscenici italiani cominciano ad andare stretti a un musicista che già si affaccia alla scena europea, e il nostro maestro è pronto infatti a conquistare anche i teatri d’oltralpe. Prima a Vienna, nel 1822, dove Barbaja è divenuto impresario del Kärtnertortheater, poi a Londra presso la corte e il King’s Theatre, nel 1824. Interprete delle sue opere, e ora anche compagna di vita, è sempre la Colbran, ancora in auge nonostante ormai sia a fine carriera.
Come per tutti i compositori di quel tempo, anche per Rossini la vera meta è Parigi: vi arriva nel 1824 e grazie al suo fiuto e alla sua intelligenza teatrale in breve tempo ne conquista la scena. Assume la direzione del Theatre des Italiens, comincia ad adattare alcuni suoi titoli per le scene parigine –Mosé diventa Moïse et Pharaon, il Maometto II Le Siège de Corynthe-, compone una cantata scenica (Le voyage à Reims) per l’incoronazione di Carlo X e il vaudeville Le Comte Ory reinventandosi secondo il gusto francese.

Rossini può ormai permettersi i suoi tempi di composizione, e si riserverà ben cinque mesi per la realizzazione del suo ultimo capolavoro teatrale, Guillaume Tell, andato in scena il 3 agosto 1829, in cui riassume i migliori elementi dei differenti linguaggi teatrali francese e italiano in un grandioso quadro storico, sociale e umano. È la vetta della carriera teatrale di Rossini (Bellini la definirà la sua “Bibbia musicale”), un’opera che parla già un linguaggio nuovo, ma anche l’ultimo titolo del nostro compositore. Rossini ha aperto la porta sull’opera romantica, ma non vi si riconosce. La sua influenza nell’ambito teatrale parigino ha però ormai spianato la strada ai compositori italiani di nuova generazione come Bellini, Donizetti e Giuseppe Verdi.

Poco dopo la prima, nel settembre dello stesso anno, il compositore torna a Bologna; soffre di disturbi fisici e di una grave depressione, il matrimonio è in crisi, e la caduta del governo francese gli costa il contratto con l’Opéra e la perdita del vitalizio, che riavrà soltanto sei anni più tardi. Sono anni difficili, nei quali Rossini si separa infine da Isabella Colbran (che morirà nel 1845) e si lega a Olympe Péllissier, che sposerà nel 1846. Si sposta tra la Francia, la Spagna e Bologna, compone qualche brano di musica da camera e sacra ( Les soirées musicales tra il 1830 e il 1835, lo Stabat Mater nel 1833), ma si tiene lontano dalla scena teatrale.
Nel 1848 si sposta a Firenze, spaventato dai moti rivoluzionari parigini, e vi trascorre sei anni in quasi completo ritiro, finché nel 1855 Olympe lo convince a rientrare in Francia.
A Parigi finalmente Rossini ritrova la serenità e una discreta salute, che gli consentiranno di trascorrere in pace gli ultimi anni e persino di tornare a comporre. Si fa costruire una villa a Passy dove, tra il 1857 e il 1868, scrive i Péchés de Vieillesse (Peccati di vecchiaia), ben 180 composizioni da camera, buona parte dei quali per pianoforte, nei quali torna a farsi sentire lo sguardo ironico e divertito del Rossini di un tempo e la consapevolezza di appartenere a un’epoca ormai passata.
Un’altra, stupefacente composizione è la Petite messe solennelle (1864), una messa solenne ma da camera, in cui le voci dei quattro solisti e di un piccolo coro si fondono con quelle, insolite, di due pianoforti e un armonium.

Rossini si spegne il 13 novembre del 1868, lasciando 39 opere, composte in 19 soli anni di carriera operistica, una vita intera da protagonista del mondo teatrale con il quale, volenti o nolenti, tutte le nuove generazioni di compositori si dovranno misurare.

Falstaff immenso, enorme Falstaff!

Standard

Mrs. Quickly “Voi le stregate tutte!”
Falstaff “Stregoneria non c’è, ma un certo qual mio fascino personal …”


Nel mese di novembre appena terminato, sono stati Sir John Falstaff e le sue riprovevoli brame, protagonisti dell’omonima ultima opera verdiana (1893), a stregare il pubblico del Teatro Regio.
Nell’allestimento di Daniele Abbado, le avventure del vecchio viveur hanno preso vita sopra una piattaforma inclinata, circolare come l’addome del nostro Sir John, continuamente in trasformazione grazie a botole e pedane girevoli, pareti e mobilio celati in torre di scena.
L’eccezionale libretto firmato da Arrigo Boito e lo straordinario lavoro compositivo di Giuseppe Verdi riescono a conferire nobiltà alle scabrose vicende di un Sir John che non sa riconoscere il suo declino e anzi, attribuisce alla sua indecente mole fisica una capacità seduttiva fuori dal comune. Su questa Falstaff fa leva per destreggiarsi tra un imbroglio e l’altro rincorrendo in eterno le grandi passioni della sua vita: il vino, le donne e l’oro.


FALSTAFF Se Falstaff s’assottiglia
non è più lui, nessun più l’ama.
In quest’addome
v’è un migliaio di lingue che annunciano il mio nome!
PISTOLA Falstaff immenso!
BARDOLFO Enorme Falstaff!
FALSTAFF Questo è il mio regno … lo ingrandirò

Gli costa caro però l’incontro con le gaie comari di Windsor che rovesciano il suo inganno escogitando una colossale contro -burla al termine della quale non solo Falstaff ma anche la gelosia di Mr Ford e la grettezza del Dr Caius escono definitivamente scornati e gabbati.

Son io, son io, son io che vi fa scaltri!
L’arguzia mia fa l’arguzia degli altri.

Ed è qui che il Falstaff verdiano rivela una nascosta dignità che nell’originale commedia shakespeariana non aveva e che restituisce al personaggio una dimensione umana e malinconica, che coinvolge anche noi, pubblico, con la fuga finale a 10 voci che sfonda la “quarta parete” rivolgendosi direttamente agli spettatori:

Tutto nel mondo è burla.
L’uom è nato burlone,
La fede in cor gli ciurla,
Gli ciurla la ragione.
Tutti gabbati! Irride
L’un l’altro ogni mortal.
Ma ride ben chi ride
La risata final.

La risata finale la rise certamente Giuseppe Verdi, ormai ottantenne, con questa dimostrazione di maestria, padronanza assoluta delle forme e dei generi, in barba ai maligni che lo credevano capace soltanto di drammi e del solito “zum-pa-pa”.
Hanno lavorato insieme a noi su Falstaff 7 classi di Scuola Media inferiore provenienti da Acqui Terme, Alba, Cuorgnè e Collegno con il percorso Un giorno all’opera, mentre altre 2 classi medie e 5 superiori hanno avuto l’opportunità di assistere allo spettacolo di cartellone grazie al progetto All’opera, ragazzi!
Diteci la vostra!

Il giovane Rossini: chi ben comincia…

Standard

Il 29 febbraio 1792, un paio di mesi dopo la morte di Wolfgang Amadeus Mozart, talento e genio rivoluzionario, nasce a Pesaro, cittadina dello Stato pontificio, un altro grande personaggio. Un artista che in meno di venti densissimi anni di teatro concluderà portando a compimento l’epoca della commedia dell’arte e si affaccerà su un’epoca e uno stile nuovi, quelli del melodramma nazionale e romantico: stiamo parlando del protagonista del nostro torneo 2017/18, Gioachino Rossini.

Figlio di Giuseppe Antonio Rossini (detto “il Vivazza” per evidenti abitudini da buon gaudente), di mestiere suonatore di tromba e corno nella locale banda e presso il Teatro Comunale di Bologna, e della cantante autodidatta Anna Guidarini, voce di discreto successo sulle scene dell’epoca, anche Gioachino viene introdotto giovanissimo al mondo musicale: a sei anni è la mascotte della banda, dove suona la “lista” (uno strumento metallico a percussione), a dieci viene avviato allo studio della composizione sotto la guida di Padre Stanislao Martini a Bologna, scampa per un soffio alla castrazione a causa della sua bella voce bianca, si fa le ossa come accompagnatore e cantante nelle chiese e suonatore di viola nei teatri, facendosi conoscere per il carattere intemperante e insofferente alle regole. Non ama la scuola, i maestri e i precetti, ma non è uno scansafatiche: studia la grande musica strumentale che dopo Vivaldi aveva abbandonato l’Italia ed era fiorita oltralpe con Mozart, Haydn, Beethoven. Gioachino ricopia le partiture, prova a inventarsi nuove soluzioni armoniche, confronta la sua musica con quella dei suoi veri grandi “maestri”, fino a guadagnarsi il soprannome di “Tedeschino”.

In Italia però è pur sempre la scena teatrale a dettare legge, e Rossini non sfugge a questo sistema: la sua occasione si presenta nel novembre 1810 a Venezia, dove l’impresario Cavalli gli commissiona un’opera buffa per risollevare le sorti di una stagione poco felice al teatro San Moisé: nasce così La cambiale di matrimonio, primo successo, replicata 13 volte. Due anni dopo, la sua farsa La Pietra del paragone, composta per la Scala di Milano, di repliche ne conterà ben 53, un record in una città che all’epoca conta forse 200mila abitanti. Gioachino è lanciato nel sistema, e del sistema teatrale deve rispettare i tempi e i dettami, componendo opere a ritmo industriale fino a quattro o cinque opere all’anno e spesso su libretti incompleti, venendo a patti con cantanti inadeguati e spostandosi di città in città e di palcoscenico in palcoscenico lungo la penisola italiana. Quello dell’opera è, prima di tutto, un business, e non tutti gli affari vanno a buon fine: successi strepitosi si alternano a titoli destinati all’oblio.


Una tappa importante si ha con la restaurazione di Ferdinando IV di Borbone dopo l’esilio siciliano: Napoli ospita il palcoscenico più grande del mondo, il Teatro San Carlo, oltre a quattro teatri minori, e ha la chance di distinguersi in un panorama culturale italiano per il resto dominato dagli austriaci o dal papato. Rossini vi arriva al seguito dell’impresario milanese Domenico Barbaja e dell’amante di quest’ultimo, il contralto spagnolo Isabella Colbran, e vi mette in scena l’opera seria Elisabetta I Regina d’Inghilterra in onore del Principe ereditario il 4 ottobre del 1815, diventando presto uno dei protagonisti dei salotti intellettuali napoletani.
Ma è nell’anno successivo che la sua produzione conosce una vera svolta, leggibile anche alla luce dei posteri: nel 1816 compone per il teatro di Torre Argentina in Roma, in un mese soltanto, l’opera buffa Almaviva, o sia l’inutil precauzione –una commedia già messa in musica da Paisiello, dalla celebre trilogia di Beaumarchais da cui anche Mozart aveva attinto con Le nozze di Figaro. La celebre opera di Paisiello si intitolava Il barbiere di Siviglia, e sperando di evitare un confronto diretto Rossini ne cambia il titolo e scrive una schietta presentazione in cui rende omaggio al celebre predecessore. Dopo i fischi e i fiaschi della prima rappresentazione,dovuti proprio agli irriducibili sostenitori del compositore pugliese, passa per sempre alla storia guadagnandosi uno dei primi posti in assoluto nella nascita del repertorio. Seguono altri celebri successi dell’opera comica: La Cenerentola, sempre per Roma, e La gazza ladra per Milano, entrambi composti in tempo record nel 1817. Ma continua a scrivere anche opera seria, affiancando innovazioni e temi già romantici (un esempio, La donna del lago tratta da Walter Scott nel 1819) al compimento dei caratteri tradizionali dell’opera italiana. Semiramide, messa in scena alla Fenice di Venezia nel 1823, è la sua ultima opera italiana, la trentacinquesima.

Gioachino Rossini, 31 anni compiuti e soltanto 13 di carriera, ormai affermatissimo autore e conosciuto anche oltre i confini della penisola, è pronto a conquistare la scena mondiale.

Un mese all’insegna di Wagner

Standard

L’incipit della nuova Stagione del Teatro Regio quest’anno è stato interamente dedicato al l’inventore del golfo mistico, dei Leitmotive, della melodia infinita, del legame Wort-Ton-Drama, dell’opera d’arte totale: naturalmente Richard Wagner, colui al quale il teatro musicale -fino ad allora patrimonio pressoché esclusivo italiano- deve così tanto.
La storia d’amore trasfigurato nella morte di Tristan und Isolde ha inaugurato il cartellone sul palcoscenico del Lirico. La suggestiva regia di Claus Guth mette in scena una claustrofobica passione borghese, echeggiante quella dello stesso Wagner per Mathilde Wesendonck. Dal tragico atto primo in cui una Brangäne – doppio interiore di Isolde somministra la pozione ai due nemici futuri amanti, alla conclusione in cui la passione si sublima nella notte eterna, Tristan e Isolde si inseguono in un labirintico percorso senza uscita tra le stanze di villa Wesendonck a Zurigo. A fare da spettatori quasi onnipresenti ma impotenti e distanti, re Marke e la sua corte, unico sguardo lucido e razionale che si contrappone all’abisso autodistruttivo in cui i due amanti si precipitano, la cui unica fine è l’annullarsi a vicenda.
Noi siamo rimasti conquistati dalle scene, dal ritmo della regia e dalla maestria degli interpreti: e voi?

Quanti vi siete cimentati con i progetti Un giorno all’opera e All’opera, ragazzi!, raccontateci la vostra esperienza con il dramma musicale wagneriano.

Al Piccolo Regio, invece, una proposta in prosa: mercoledì 18 ottobre è andata in scena una interessante Intervista impossibile a Richard Wagner, “conferenza – spettacolo” dell’autore e giornalista Corrado Rollin al Maestro tedesco, interpretato dal bravo Sax Nicosia. Una sorta di compendio della ricerca artistica ma anche della vita privata di Wagner, tra fatti storici e costruzione leggendaria del personaggio, costellato di ascolti e proiezioni.

Il mito – Wagner ha segnato un punto di svolta nella storia del teatro, ma non ha certo messo un punto fermo; allo stesso modo dopo un inizio così strepitoso anche il Teatro Regio e La scuola all’opera propongono una Stagione in crescendo. In attesa dell’inizio dell’anno rossiniano, con il nuovissimo torneo dedicato al Cigno di Pesaro a cui a breve dedicheremo regolari puntate sul nostro blog, non abbiamo certo intenzione di rilassarci: molte altre proposte bollono in pentola.

Molti di voi hanno aderito entusiasti ai nostri progetti sul balletto, con lo spettacolo e i laboratori dedicati allo Schiaccianoci.

Da oggi sono invece aperte le prenotazioni per la proposta festiva, quest’anno dedicata a Leonard Bernstein: il laboratorio Cantiamo il Natale e lo spettacolo Tutti quanti voglion fare il jazz … anche a Natale.
Continuate a seguirci!

L’Oriente a Torino

Standard

Si sa che la musica e il teatro possono dare forma al sogno e trasportarci in mondi remoti, diversi dal quotidiano. E tra questi universi lontani un fascino speciale ha catturato compositori, poeti e coreografi degli ultimi due secoli: l’Oriente.
Vi invitiamo a esplorare insieme a noi gli orizzonti misteriosi dell’Asia attraverso le suggestioni e le influenze lasciate nella storia della musica, del balletto e del teatro, con il percorso didattico Echi d’Oriente, formulato appositamente per le scuole medie e superiori.
Accompagnati da uno storico dell’arte e da uno storico della musica ci muoveremo alla scoperta dell’Asia autentica tra le splendide collezioni del Museo di Arte Orientale di Torino, per poi arrivare al racconto e alla reinvenzione dell’Oriente nell’immaginario sonoro e visivo del nostro teatro musicale.

Madhya Pradesh, Ganesha danzante, x sec. – La Bayadère, (1877), musica di Minkus, coreografia di Petipa – Cina, figura di danzatrice in terracotta, inizio VIII sec. – partitura de La mer di Claude Debussy (1905)

“Dal japonisme del secondo Ottocento, la scoperta delle scale modali, delle percussioni e dei timbri delle orchestre gamelan balinesi, alle rivisitazioni stilistiche e immaginifiche dei Ballet Russes agli albori del Novecento, a ritroso nella storia sull’onda del mal d’Oriente e ancora più indietro nell’incanto dei racconti de Le mille e una notte, nelle cronache di Marco Polo, nelle leggende medioevali.”

Il percorso darà diritto di prelazione per il progetto All’opera, ragazzi: Turandot. In scena a gennaio con un nuovo allestimento firmato dal visionario Stefano Poda, l’ultimo titolo pucciniano sarà eseguito nelle sue parti originali senza il finale aggiunto dopo la morte del Maestro.

Echi d’Oriente e Turandot: una chiave di lettura eccezionale di una visione del mondo e di un capolavoro. Prenotate numerosi a partire dal 2 ottobre!