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Giovannino Guareschi e il Giorno della Memoria

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La fine di gennaio si avvicina e con essa l’importante data del Giorno della Memoria, che ogni anno il Teatro Regio commemora con attività e spettacoli dedicati al tema della Shoah, dei campi di internamento e sterminio, della persecuzione di tutti coloro che per nascita o per scelta non si sono piegati alla dittatura.
Moltissimi conoscono Giovannino Guareschi come celebre autore della saga di Don Camillo e Peppone, ma pochi sanno che fra le pagine della sua vivacissima produzione si possono fare tante altre preziose scoperte, tra cui una testimonianza dell’internamento in un campo di prigionia tedesco, in cui fu prigioniero dal ’43 fino al termine della guerra. Guareschi fu un IMI, Italienische Militärinterniert – Internato militare italiano, uno fra i circa 800mila soldati italiani che dopo l’armistizio rifiutarono di imbracciare le armi per la Germania e la Repubblica Sociale Italiana e per questo furono deportati.
Lo scrittore portò con sé nelle baracche del lager di Sandbostel in Germania lo sguardo arguto, pungente e insieme tenero e profondamente umano che ritroviamo in tutte le sue pagine; anche in quelle scritte tra i reticolati, sotto ispirazione delle tre muse Freddo, Fame e Nostalgia per sollevare il suo spirito e i compagni di prigionia.
Proprio una di queste pagine è stata scelta per essere messa in scena al Piccolo Regio Puccini il 25, 26 e 27 gennaio 2018: la Favola di Natale, che Guareschi scrisse, dedicandola al figlio Albertino che lo aspettava a casa, nell’inverno del 1944.

Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un castello biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.”

Arturo Coppola, compositore e compagno di baracca, musicò la fiaba e diresse il coro e l’orchestra improvvisati che per la prima volta la eseguirono nel lager la sera del 24 dicembre 1944.
Una fiaba in bilico tra speranza e disillusione ambientata in un bosco fantastico “dove, la notte di Natale, si incontrano creature e sogni di due mondi nemici“: tra Poesie tagliuzzate dalla censura, Cornacchie poliziotto, Funghi buoni e Funghi nemici, Albertino e il suo papà potranno brevemente riabbracciarsi.

“Papà, perché non mi prendi con te?”
“Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai”
“Te lo prometto, papà”

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Brundibár, per il Giorno della Memoria

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Tempo di ricordare la Shoah attraverso la musica: per il Giorno della Memoria va in scena quest’anno al Piccolo Regio Puccini Brundibár, operina per bambini su musica di Hans Krása e libretto di Adolf Hoffmeister.

Una storia infantile, innocente: due bambini, Aninka e Pepiček, cercano un sistema per raggranellare qualche soldino e comprare il latte alla mamma malata. Come fare? Forse cantando una bella canzone all’angolo di una strada, per rallegrare i passanti. Ma il perfido Brundibár, suonatore ambulante di organetto, vuole il quartiere tutto per sé, e caccia i bambini con l’aiuto dei negozianti e della polizia. Scende la notte, e i nostri eroi rimangono soli, sperduti, sconsolati: saranno alla fine tre animaletti un po’ speciali, un passerotto, un gatto e un cane, a soccorrere Aninka e Pepiček, aiutandoli a sconfiggere la prepotenza degli adulti.

Un’operina dalla trama semplice ma fortemente simbolica, che con la sua musica vitale e al tempo stesso malinconica ci ricorda il contesto nella quale è nata ed è stata eseguita.

20110419_1260748092_brundibar duzeSiamo nel 1942 e Hans Krása, insieme a moltissimi altri musicisti, letterati, artisti e intellettuali praghesi, viene deportato, in quanto ebreo, nella fortezza di Terezín –in tedesco Theresienstadt-, una sorta di ghetto “modello” per Prominenten, persone considerate speciali per meriti culturali o patriottici. E in effetti a Terezín la vita per gli internati si presenta in apparenza migliore che in altri Lager: si fa musica, con una vera e propria orchestra, ci sono complessi jazz, compagnie teatrali, concerti, cabaret, recital di poesia. Questa fiorente realtà artistica nasconde però un campo di concentramento a tutti gli effetti, sovraffollato, in condizioni igieniche inumane, dove i prigionieri muoiono ogni giorno di fame, freddo, malattie, e da dove ogni mese, negli ultimi periodi di guerra, partono trasporti verso Auschwitz.

Più di 140mila prigionieri transitarono a Terezín: di questi, circa 33mila vi persero la vita, e altri 88mila furono in seguito deportati in campi di sterminio. Di questi prigionieri, 15mila erano bambini: meno di duecento sopravvissero alla guerra.

22647873_119415705515Brundibár fu rappresentato a Terezín ben cinquantaquattro volte, interpretato dai bambini del ghetto: una delle ultime davanti a delegati della Croce Rossa, invitati dai nazisti a verificare le condizioni di vita degli internati. Lo spettacolo fu il culmine della messinscena che intendeva mostrare agli inviati una città perfetta, dotata di negozi, parchi pubblici, scuole e ospedali funzionanti, abitata da cittadini ben nutriti, felici e liberi di esprimere la propria cultura: uno schiaffo morale alla comunità internazionale, ma anche ai tedeschi ariani, sofferenti sotto le bombe. A tale scopo di propaganda fu girato anche un film, intitolato Il Führer regala una città agli ebrei, in cui compare proprio il cast di Brundibár, al fine della rappresentazione, con Hans Krása alla guida dell’orchestra.

E al contrario dell’opera, la storia vera, purtroppo, finì tragicamente: dopo l’ultima replica, ripresa nel documentario, tutti gli interpreti furono deportati ad Auschwitz, dove persero la vita. Anche Hans Krása vi fu ucciso il 17 ottobre 1944.brundibar_small

Saranno i ragazzi del Coro di Voci Bianche del Teatro Regio a dare voce, quest’anno, ai bambini di Brundibár; lo spettacolo verrà introdotto dalla proiezione del documentario di Michele Bongiorno La città che Hitler regalò agli ebrei. Come ogni anno, La Scuola all’Opera, in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, ha proposto a classi di medie e superiori anche un percorso di preparazione storico e musicale,

per capire come le espressioni artistiche siano specchio della realtà in cui nascono, vivono, sopravvivono.

Note di regia a Children’s crusade

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 Il percorso di preparazione allo spettacolo Children’s crusade, in scena al Piccolo Regio dal 28 al 30 gennaio, prosegue con un’intervista alla regista Anna Maria Bruzzese, ballerina e collaboratrice de La Scuola all’Opera.

Quali sono state le sfide che hai affrontato per la messa in scena di questo lavoro?

“La difficoltà iniziale della messa in scena derivava dal fatto che si tratta di una cantata molto breve, che dunque non nasce per essere rappresentata in forma scenica. L’ispirazione è venuta pensando al Giorno della Memoria e vedendo alcune fotografie del 27 gennaio 1945 che ritraggono bambini sopravvissuti nel campo di concentramento di Auschwitz appena liberato: da qui è nata l’idea di spostare l’azione, ambientata da Brecht nel 1939, al 1945. La liberazione e la fine della guerra aprono i cancelli del campo ma non indicano la via da seguire: la crociata dei bambini parte da lì. Sono fisicamente dei sopravvissuti, usciti vivi dai campi di concentramento, ma condannati a vagare alla ricerca di una pace interiore che forse non troveranno mai, distrutta per sempre dall’esperienza della guerra e dello sterminio.

“Pace” per loro è soltanto una parola, un concetto astratto che non hanno mai vissuto.

Vanno quindi alla ricerca di un luogo, di un punto di partenza su cui appoggiarsi per ricostruire tutto quello che hanno perduto, ma la storia ci ha dimostrato che non sempre e non per tutti questo è stato effettivamente possibile.”

Sopravvissuti escono dalla baracca dei bambini

Sopravvissuti escono dalla baracca dei bambini, Auschwitz, 27 gennaio 1945

In una versione scenica di quest’opera il coro deve al contempo essere protagonista e narratore in terza persona: come si traduce questo nella tua regia?

Donne e bambini aspettano la selezione a Birkenau

Donne e bambini aspettano la selezione a Birkenau

“Abbiamo inserito un tulle davanti al boccascena e creato degli effetti di luce che isolano determinate zone del palco. Questo permette di far apparire dal buio solo alcuni elementi, tutto il coro o determinati personaggi che in quel momento sono protagonisti. Sebbene il testo sia narrato in terza persona, quasi tutti i protagonisti cantano di se stessi. Allo stesso tempo non sempre la scena è descrittiva di quello che accade, ma ci sono anche molti elementi simbolici o suggestivi.

Attraverso i costumi e l’interpretazione degli artisti del coro delle voci bianche abbiamo anche voluto rappresentare le diverse etnie rinchiuse nei campi: come racconta il testo stesso, il gruppo in marcia è composto da bambini di differente provenienza e origine, accomunati però dallo stesso obiettivo e dalle stesse condizioni di sopravvissuti. Cosa che in effetti riflette le vittime della persecuzione nazista, non solo ebrei ma anche oppositori politici, Testimoni di Geova, Rom, omosessuali, malati e senzatetto, tutti personaggi considerati “non adatti” e nocivi a quella società.”

Il testo brechtiano, rafforzato dalla musica di Britten, si conclude tragicamente: ogni richiesta d’aiuto rimane vana e i bambini dispersi per sempre.

Questa messa in scena si conclude con la morte dei bambini dietro quegli stessi cancelli dai quali erano usciti all’inizio. La loro disperata ricerca li ha ingannati e riportati al punto di partenza. Se siano usciti dal campo solo fisicamente e questa morte sia quindi metaforica oppure del tutto reale è lasciato alla libera interpretazione del pubblico: uno spunto di riflessione molto forte.

La conclusione quindi è tragica, ma c’è un messaggio di speranza?

“Il testo stesso, oltre alla musica, lascia capire che non c’è una salvezza possibile. Alcuni versi recitano:

Whenever I close my eyes
I see them wander
[…]
High above them, in the clouded sky
I see other swarming, surging, many!
[…]
Searching for a land where peace reigns,
No more fire, no more thunder,
Nothing like the world they are leaving
Mighty crowds too great to number[1].

I bambini sono accompagnati nel loro vagare senza speranza da infinite schiere celesti: l’interpretazione è chiara, è impossibile trovare salvezza in quel mondo e in quel momento storico.

Il messaggio è quindi universale e valido in ogni tempo: tutte le guerre non possono che finire con morte, annullamento, distruzione fisica e morale.”

Disegno di Thomas Geve (15 anni), sopravvissuto ai campi di sterminio [3]

Disegno di Thomas Geve (15 anni), sopravvissuto ai campi di sterminio [2]

 Una riflessione per il Giorno della Memoria ma non solo …

“Il messaggio è ancora attualissimo. Il Giorno della Memoria è un evento che nasce in un contesto preciso ma da questo vuole partire per lasciare un monito e un insegnamento sempre validi. Purtroppo finora questo insegnamento non è stato colto, anzi. Al giorno d’oggi i bambini non sono più soltanto le vittime dei conflitti, ma hanno spesso anche un ruolo attivo: pensiamo ai bambini soldato e all’educazione alla violenza che spesso e tramite diversi mezzi viene impartita ai più giovani[3].

Cambia il volto della guerra e delle violenze, ma il risultato è sempre che i più deboli soccombono.”

Se la speranza è impossibile, qual è il messaggio?

“È un’opera che invita alla riflessione. Il testo di Brecht, narrato in terza persona, e la musica di Britten, con questi suoni percussivi e stridenti, lasciano volutamente lo spettatore distaccato in modo che non sia travolto dalle emozioni ma possa riflettere e trarre consciamente delle conclusioni in modo personale e indipendente, una cosa molto importante soprattutto per un pubblico giovane come quello al quale è rivolto lo spettacolo.

La possibilità di offrire uno spunto di riflessione diretto e coinvolgente è un vantaggio che ha il teatro rispetto ad altri mezzi di espressione artistica. Per questo è giusto che il tema sia trattato in tutta la sua drammaticità senza concessioni, anche se può apparire scioccante. Non è uno spettacolo nato per commuovere o ammirare la bravura dei musicisti: il messaggio ne uscirebbe indebolito. Quando si cerca di far capire ai ragazzi che cosa sia stato un determinato periodo storico non si omettono particolari perché “troppo forti”, e anche parlando dell’attualità sarebbe una menzogna voler affermare che viviamo in un mondo positivo in cui tutto va bene.”

 …

Se non conoscono la strada e non c’è speranza di ritrovarla, cos’è che guida i bambini nella loro ricerca?

Bambini sopravvissuti, Auschwitz, 27 gennaio 1945

Bambini sopravvissuti, Auschwitz, 27 gennaio 1945

“Quello che li fa mettere in cammino è l’incredibile istinto di sopravvivenza propriodi tutti i bambini.

L’unico elemento di vita presente nel testo è l’infanzia. Sono bambini obbligati dalle circostanze a comportarsi da adulti, nascondersi, difendersi e rubare, ma a tratti gli elementi caratteristici dell’infanzia riescono comunque ad emergere: storie d’amore, litigi e riappacificazioni, giochi, canti in coro … Le cose belle ci sono ma vengono stroncate sul nascere dalla situazione.

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La speranza quindi è rappresentata dall’infanzia stessa, ma la guerra spezza alla radice l’una e l’altra, uccide i bambini e con essi ogni speranza per il futuro.

L’obiettivo deve essere la pace e la creazione di condizioni di vita possibili. Come dice il testo stesso, per ottenere questo le parole non bastano:

So there was faith, there was hope too,
But no meat or bread.
[…]
For fifty odd children you need flour,
Flour not sacrifice.[4]


[1] Tutte le volte che chiudo gli occhi/ li vedo vagare/ […] sopra di loro, lassù, nel cielo nuvoloso/ ne vedo altri a frotte, a ondate, sono molti!/ […] Alla ricerca di una terra dove regni la pace/ niente più incendi, niente più tuoni/ niente a che vedere con il mondo che stanno lasciando/ c’è una folla imponente, troppo grande da calcolare!
[2] I disegni di Thomas Geve sono conservati al memoriale Yad Vashem di Gerusalemme e pubblicati in Italia da Einaudi nel libro Qui non ci sono bambini
[3]Rimandiamo all’articolo precedente con le relative proposte di lettura
[4] Dunque c’era fede e c’era speranza/ ma né carne né pane./ […] per una cinquantina di bambini ci vuole farina/ farina, non sacrifici.

CHILDREN’S CRUSADE: proposte di lettura

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The Children's crusade, di Gustave DoréChildren’s Crusade: uno straziante racconto della guerra vissuta dai bambini. Una marcia verso l’ignoto, un estremo tentativo di trovare un lembo di terra in pace, guidati soltanto da una disperata voglia di vivere e sopravvivere. Per prepararsi allo spettacolo, che sta per andare in scena al Piccolo Regio Puccini lunedì 28, martedì 29 e mercoledì 30 gennaio, in occasione del vicino Giorno della Memoria, vi presentiamo nella sezione Materiali alcune proposte bibliografiche, antologie di approfondimento e fonti dirette sui due temi portanti di quest’opera: la guerra dei bambini e la musica durante i regimi totalitari.

Il tema dei bambini in guerra è assolutamente contemporaneo: sebbene Children’s Crusade prenda le mosse dalla celebre, forse leggendaria, crociata dei bambini di epoca medioevale, il testo di Brecht si situa in Polonia all’alba dei primi, tragici avvenimenti della II guerra mondiale. Ed è proprio nel Novecento che il coinvolgimento di bambini nelle violenze di guerra conosce una brutale intensificazione: i conflitti armati moderni si estendono dai lontani campi di battaglia fino ad invadere i territori civili, le città e persino i cieli. Le prime vittime dei conflitti non sono più i militari bensì i civili e soprattutto le fasce più deboli della popolazione, appunto i bambini. Fame, bombardamenti, deportazioni, sterminio di massa, arruolamento tra le fila dei combattenti, niente è risparmiato ai più giovani: le ultime leggi morali universalmente riconosciute cadono per sempre.

GILNasica (Augusto Majani), copertina di “Numero”, n. 188, 29 luglio 1917In Europa è il primo conflitto mondiale a vedere maggiormente coinvolti i più piccoli: la Grande Guerra, con il suo altissimo prezzo di perdite umane, non risparmia le nuove generazioni. Per far fronte alle numerosissime perdite è necessario arruolare ragazzi sempre più giovani e coinvolgere tutta la popolazione nello sforzo bellico, costruendo una propaganda che giustifichi e santifichi il sacrificio dei “figli della Patria”[1]. Al termine della guerra, nei più piccoli, cresciuti in mezzo al conflitto e ad un continuo condizionamento ideologico che coinvolge ogni aspetto dell’educazione e della comunicazione (scuola, libri e fumetti, réclames pubblicitarie, giocattoli ispirati e inneggianti allo sforzo bellico), rimarrà un inappagato senso di rivalsa e di riscatto, unito al fascino dell’avventura che la vita militare può suscitare[2]. In Italia e in Germania queste saranno le basi sui cui si fonderanno i regimi totalitari di fascismo e nazismo: per la dittatura le giovani generazioni sono un prezioso serbatoio di futuri cittadini e soldati totalmente votati alla causa. Come tali saranno accuratamente allevate, cresciute ed educate secondo l’ideologia di regime[3], da subito inquadrate in organizzazioni paramilitari e infine sacrificate come risorsa estrema e ultima difesa prima del crollo. Dalla parte delle vittime, i bambini non furono risparmiati da deportazioni e sterminio di massa.[4]libri di testo fascisti per la scuola

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Ma il tema proposto da Children’s crusade non è importante soltanto a livello storico e come memoria di fatti trascorsi: non va infatti dimenticato che al giorno d’oggi nei numerosissimi conflitti in corso i bambini sono ancora e sempre di più coinvolti, non solo come vittime ma anche come carnefici. È il dramma dei bambini soldato, alimentato dal diffondersi di disordine sociale, dallo sviluppo tecnologico di armi a basso costo e facili da usare e dalla crescente criminalizzazione delle guerre[5].dalla propaganda ai conflitti

La musica sotto i regimi totalitari di fascismo e nazismo fu considerata come l’ennesimo aspetto del pensiero e dell’espressione artistica da controllare, condizionare e possibilmente utilizzare a favore della causa. Fu così in Germania e nei territori occupati dal Terzo Reich, dove tutta la scena artistica fu accuratamente epurata da compositori ed interpreti invisi al nazismo per ragioni razziali o ideologiche, mentre la musica di Wagner fu assunta a simbolo della dottrina nazista[6].

L'orchestra del ghetto a TerezinAll’interno dei ghetti e dei campi di concentramento, la musica fu al tempo stesso una Locandina dell'opera Brundibar di Hans Krasadelle ultime forme di espressione artistica e personale umanamente concesse e una raffinata e crudele tortura: gli artisti e gli ensembles godevano spesso di speciali privilegi ma al contempo erano spesso costretti ad accompagnare con la loro musica esecuzioni o marce forzate dei prigionieri. Merita una menzione a parte il ghetto di Theresienstadt (Terezin), organizzato dai nazisti come campo “speciale” per intellettuali, artisti e famiglie e protagonista di un documentario propagandistico del Reich per la Croce Rossa[7]. Il campo vide rinchiuse tutte le figure di spicco della scena culturale tedesca e boema e ospitò una vita artistica molto intensa e di altissimo livello; proprio a Terezin il compositore  Hans Kràsa rielaborò e mise in scena più di 55 volte la sua celebre opera per bambini Brundibar. Nelle ultime fasi della guerra, nessun artista fu risparmiato dalla persecuzione[8].

In Italia, sotto il dominio di Mussolini, violinista dilettante, dietro una facciata di apparente mecenatismo e promozione delle arti, la vita musicale fu strettamente regolamentata e, almeno nelle intenzioni, piegata all’espressione dell’ideologia nazionalista e di regime. Come in ogni altro ambito lavorativo e sociale, i musicisti non allineati furono discriminati e perseguitati[9].mussolini-benito_580x267

Entartete Musik

Comune alle due dittature fu il rifiuto e l’abolizione di tutta la musica razzialmente “impura”, come il jazz e lo swing, considerati espressioni di un pensiero “demo-giudo-pluto-massonico” e costretti a mascherarsi sotto traduzioni e arrangiamenti improbabili. Nel 1938 proprio alla cosiddetta Entartete Musik (“musica degenerata“) fu addirittura dedicata una mostra a Düsseldorf, organizzata in diverse sezioni: (1) l’influenza del Giudaismo, (2) Schoenberg, (3) Kurt Weill ed Ernst Krenek, (4) “Compositori minori bolscevichi”, (5) Leo Kestenberg (responsabile dell’educazione musicale prima del 1933) (6) Hindemith (7) Igor Stravinsky [10].

Controllata, perseguitata e trasformata sotto le dittature in mezzo di propaganda, in tutta l’opera di Britten e particolarmente in Children’s crusade la musica si riscatta finalmente come strumento di espressione degli orrori della guerra e di diffusione dell’ideale pacifista.

Il percorso di preparazione allo spettacolo Children’s crusade proseguirà la prossima settimana con un’intervista alla regista Anna Maria Bruzzese.


[1] Lettura: estratti da A. GIBELLI, Il popolo bambino
[2] Lettura: estratti del romanzo “Piccolo Alpino” di S. GOTTA
[3] Lettura: estratti da B.ROSSI e P. PASTACALDI, Hitler è buono e vuol bene all’Italia e le fonti dirette: L’aratro e la spada, il Libro per la classe III del 1939 e L’impero degli italiani
[4] Lettura: estratti da N. STARGARDT, La guerra dei bambini e come fonti dirette le Lettere di Etty HILLESUM
[5] Lettura: estratti da P. W. SINGER, I signori delle mosche
[6] Vi segnaliamo che a musica e identità sarà dedicato il prossimo approfondimento per il torneo Verdi vs Wagner
[7] Hitler regala una città agli ebrei, 1944
[8] Per la musica durante l’Olocausto e un approfondimento sul ghetto “artistico” di Theresienstadt vi proponiamo il breve saggio Music during the Nazi persecution of Jewish people
[9] Lettura: estratti da H. SACHS, Musica e regime
[10] Lettura: estratti da R. SCHWAMENTHAL, Postfazione a M. ZWERIN, Musica degenerata. Il jazz sotto il nazismo e l’articolo di G. MANCA Entartete Musik