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Valzer a tempo di guerra

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locandina

“L’immagine forte scelta per la locandina restituisce in pieno la drammaticità di questo racconto di guerra: vedere uomini e muli accomunati dalla maschera antigas è ridicolo e tragico insieme, coglie la drammaticità di un evento che ha travolto tutti, civili, soldati e generali, completamente impreparati, condannati a scoprire la portata tragica dell’evento direttamente sul campo. Un evento storico senza precedenti.”, dice Monica Luccisano, regista dello spettacolo Valzer a tempo di guerra in scena al Piccolo Regio Puccini il 4 e 5 dicembre. Per saperne di più l’abbiamo intervistata per voi.

Chi è Monica Luccisano e come nasce dal punto di vista teatrale?

Ho una formazione ambivalente. Da una parte gli studi umanistici, letterari e filosofici, dall’altra quelli di conservatorio; sono stata anche critica musicale e ho lavorato a lungo “dietro le quinte”. Ho cercato di unire queste due anime nel teatro musicale, trovando un nuovo linguaggio, che non sia soltanto la somma dei due ma qualcosa di originale, di “altro”.

Come e perché nasce questo spettacolo?

La scelta di dedicare uno spettacolo alla Grande Guerra deriva non solo dalla ricorrenza del centenario, ma vuole riportare l’attenzione sui temi assoluti della memoria storica, musicale e sociale: una o più storie di guerra ci restituiscono anche una riflessione sull’uomo e sulla sua identità.

Il tema della guerra mondiale è evidentemente universale e dunque ci riguarda a livello collettivo; ma quale può essere il messaggio personale, individuale rivolto a ognuno di noi?

Innanzitutto uno spettacolo non deve mai essere una lezione di storia: il teatro è sempre un momento espressivo. Il discorso strettamente didattico non viene portato sulla scena, ma è lasciato al percorso scolastico di ragazzi e insegnanti, e nello spettacolo l’attenzione non sarà rivolta al percorso cronologico, a date, battaglie, eventi, ma alle singole storie, alle vicende umane. Sul palcoscenico vedremo storie semplici, di persone comuni che ci raccontano il proprio punto di vista sulla guerra: sono queste che nella loro individualità possono far diventare attuale un avvenimento distante nel tempo. Le emozioni di allora possono appartenere anche all’oggi, al presente e all’esperienza di ognuno di noi: la paura della morte, il timore di non sentirsi adatti ad affrontare determinate situazioni, la solitudine, il senso di abbandono, l’insensatezza di alcune gerarchie … Tutte queste sensazioni sono amplificate all’estremo dall’esperienza di guerra, ma in un certo modo appartengono ad ognuno di noi, alla nostra esperienza quotidiana.

Il teatro è quindi un mezzo per fare di un evento storico un racconto affettivo, emozionale, e per fare di una storia individuale una narrazione collettiva.

Sì, il teatro può fare questo con qualsiasi tema, con qualsiasi evento: prende una storia singola, individuale, e la trasforma in un fatto universale. Attraverso il linguaggio teatrale la narrazione può rielaborarsi e trasmettersi allo spettatore, muovendo qualcosa di personale all’interno di ognuno di noi. Ogni spettatore porta con sé la sua storia, la sua esperienza, e questo background gli fa vivere la narrazione teatrale in modo originale e individuale. L’obiettivo dello spettacolo è proprio andare a toccare questa sfera personale, intrecciare storie di altri con la nostra storia.

Perché raccontare queste storie attraverso la musica?

Il mio sguardo sul teatro è sempre uno sguardo musicale, dove parola e musica sono strettamente interconnesse, creando un linguaggio nuovo, originale. La musica non sarà quindi una “colonna sonora” a quanto raccontato sul palcoscenico, ma è una componente attoriale anch’essa, così come le voci saranno a loro volta trattate come strumenti musicali. La parola deve acquisire il respiro, il ritmo della narrazione musicale: i due linguaggi insieme creano una forza espressiva unica.

Le storie che vedremo sul palcoscenico sono autentiche perché derivano dai racconti veri, personali, delle lettere e dei diari di guerra che sono arrivati fino a noi. Anche in questo la Grande Guerra ha segnato la storia: questa voglia di raccontarsi e di testimoniare, in un’epoca di ancora prevalente analfabetismo, la tragicità degli eventi, la voglia di normalità e un tenace attaccamento alla vita. Il messaggio che Giuseppe Ungaretti ci ha trasmesso così forte nella sua poesia Veglia:

Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la sua bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita

(Giuseppe Ungaretti, Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Sperando di vedervi allo spettacolo vi lasciamo come materiale di approfondimento una piccola antologia: qualche estratto da romanzi e saggi che ci hanno raccontato le diverse sfaccettature di questo evento storico senza precedenti.

Federico De Roberto, La paura
L’insensatezza di cadere uno a uno

Jaroslav Hašek, Il buon soldato Sc’vèik
Parte terza – Botte da orbi
Il cappellano militare Ibl e la “bella fine” del soldato; le pie dame dell’Associazione Accoglienza agli Eroi; l’ispezione alle latrine.

Ernest Hemingway, Addio alle armi
Retorica di guerra; un ammutinamento.

Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano
“Un vero eroe”

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
La morte di un compagno. La forza della terra. Una generazione perduta. “Prenditi vent’anni della mia vita”

Mark Thompson, La guerra bianca
Descrizione di un attacco con il gas sul fronte del San Michele, giugno 1916

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L’elisir del teatro

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Un anno fa la prima esperienza con il riuscitissimo Aiutiamo Sam, spettacolo accompagnato dalla coinvolgente musica di Benjamin Britten, che vi avevamo raccontato in questo articolo. Anche nel 2014 l’avventura di Sipari Sociali si ripete con una nuova storia di amore e di crescita.volantino

I ragazzi, forti della partecipazione di alcuni “veterani” alla seconda prova del palcoscenico, si cimenteranno questa volta con un titolo ben più difficile e stimolante: L’elisir del teatro, liberamente tratto dal celebre e impegnativo titolo donizettiano L’elisir d’amore.

Il progetto, fondato dal Teatro Regio e dalla Comunità Murialdo Piemonte, e sostenuto da partner pubblici e privati, ha come obiettivo il coinvolgimento di bambini e ragazzi provenienti da realtà sociali diverse, a volte fragili, in un percorso di crescita artistica, relazionale e personale, attraverso il grande mezzo narrativo ed espressivo del teatro musicale.

Tra le marce in più di questa seconda edizione, la possibilità per i ragazzi partecipanti di candidarsi a una borsa di studio per sviluppare le proprie capacità artistiche ed espressive avvicinandosi alle professioni del teatro, offerta dalla Fondazione Cecilia Gilardi o.n.l.u.s. e da una Fondazione privata piemontese.

Un po’ di numeri: settanta partecipanti tra gli 8 e i 17 anni, impegnati sul palcoscenico e dietro le quinte, tra recitazione, coro, orchestra, mimi e ballerini, scenografi, attrezzisti, macchinisti, elettricisti, costumisti e truccatori. Sette professioniste de La Scuola all’Opera e cinque educatori della Comunità Murialdo che li hanno guidati in decine di laboratori, in un percorso didattico, artistico ed educativo durato alcuni mesi, presso i locali del Teatro Regio.

Due gli spettacoli in scena al Piccolo Regio Puccini, venerdì 16 Maggio alle ore 20.00 e sabato 17 maggio alle 17.

Nausicaa Bosio, che ha curato l’adattamento drammaturgico e sarà alla guida dell’orchestra, ci riassume le fasi del progetto: “Il modus operandi è lo stesso collaudato l’anno scorso: una serie di incontri conoscitivi che permettessero ai ragazzi di cimentarsi in tutte le discipline e quindi la suddivisione in gruppi di lavoro a seconda delle ambizioni e capacità di ognuno. Dopo la preparazione arriva finalmente la parte più entusiasmante e impegnativa, le prove in assieme. Far funzionare tutti gli elementi dell’allestimento in armonia l’uno con l’altro richiede grandi capacità di concentrazione, adattamento e flessibilità.”

L’opera a cui si ispira lo spettacolo, oltre ad essere una delle più celebri nel repertorio del melodramma, ha una storia leggendaria: si dice infatti che Gaetano Donizetti l’abbia composta in soli quindici giorni. Sarà vero? “Nel nostro allestimento saranno il Maestro Donizetti stesso, insieme al suo librettista e all’impresario teatrale a raccontarcelo, in una nuova cornice narrativa di nostra invezione.” dice Nausicaa.

“Per le scenografie, affidate a sei allieve dell’Istituto d’arte Passoni, gli elementi d’ispirazione sono stati l’ambientazione rurale e la pittura dei Macchiaioli. Abbiamo quindi pensato ad un impianto scenico assolutamente tradizionale e bidimensionale: il fondale, le quinte, le rivette, anche per ridurre al massimo l’ingombro e permettere la presenza del coro sul palcoscenico.” ci racconta Ilene Alciati, che ha curato i laboratori di scenografia insieme a Barbara Agostini; “Nonostante non si fossero mai misurate con le grandi dimensioni, le ragazze hanno dimostrato fin dall’inizio spirito d’intraprendenza e una certa disinvoltura con i materiali, e il livello esecutivo del risultato lo dimostra. Di grande aiuto e supporto è stata la collaborazione dello staff del laboratorio di scenografia del Teatro, che ha supervisionato tutte le fasi di lavoro.”

“A trainare e motivare i ragazzi anche nei momenti di stanchezza e difficoltà è stata la consapevolezza che prima o poi si sarebbe creato quel clima magico che è tipico della musica e del teatro. Il percorso è stato molto impegnativo e l’impegno e la concentrazione dei ragazzi straordinari.”, dice Giovanna Piga, pianista e preparatrice dell’orchestra. “Durante le prove un ragazzo ha chiesto cosa poteva fare per poter entrare a lavorare al Regio perché <<questo mondo del melodramma gli piace troppo>>. Bel risultato, no?”

“La particolarità del progetto sta proprio in questo”, conclude Nausicaa, “e cioè nel proporre a ragazzi di oggi, assolutamente a digiuno di studi musicali e coreutici, il particolarissimo linguaggio del melodramma come mezzo espressivo. Ed è stato bellissimo vedere la costanza e l’entusiasmo che hanno avuto nell’apprendere tutti questi elementi e mettersi alla prova in un lavoro molto tecnico quale la messa in scena di uno spettacolo di teatro musicale.”

L’elisir del teatro
Piccolo Regio Puccini

Venerdì 16 maggio ore 20
Sabato 17 maggio ore 17

QUI il link al comunicato stampa
QUI il link alla locandina

Natale con Babar!

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Lo spettacolo natalizio di quest’anno al Piccolo Regio ha un protagonista davvero divertente: niente meno che l’elefantino Babar, le cui avventure ci saranno raccontate dalla Compagnia Controluce Teatro d’Ombre. Drammatizzazione d’artista e una musica d’eccezione, quella del celebre Francis Poulenc, con il suo coinvolgente melologo per voce narrante e pianforte: L’Histoire de Babar, composta tra il 1940 e il 1945. La nascita di questo piccolo gioiello si deve proprio a una bambina: fu infatti la nipotina del musicista, annoiata dalla solita musica “seria”, a fornire l’ispirazione al celebre zio mettendogli sul leggio L’Histoire de Babar di Jean de Brunhoff, il suo libro illustrato preferito. Ma … cosa c’entra Babar con Torino e con le Luci d’Artista?

Per saperne di più abbiamo intervistato Cora De Maria, musicista, fondatrice e membro della compagnia Controluce insieme ad Alberto Jona, musicista, e Jenaro Meléndres Chas, pittore.

“Lavoriamo insieme da quasi vent’anni. L’idea della Compagnia è nata da una suggestione comune e per così dire “esotica”: l’ispirazione ci è venuta infatti dopo un viaggio a Bali (fatto in tempi e momenti diversi da ognuno di noi!) dove abbiamo avuto l’occasione di assistere a un tradizionale spettacolo di teatro d’ombre. Il fascino dello spettacolo in una radura nel bosco, illuminato dal fuoco e accompagnato dall’orchestra gamelan, ha colpito la nostra immaginazione: abbiamo così pensato di mettere insieme le nostre competenze per realizzare qualcosa di simile anche in Italia. Siamo stati una delle prime compagnie di questo tipo nel nostro Paese, insieme a Giocovita di Piacenza, e la nostra attività ha avuto subito un grande successo. Abbiamo lavorato in tutta Italia e portato i nostri spettacoli anche in grandi tournée internazionali.”

Qual è il legame tra musica e teatro d’ombre?

Sagoma originale di Cora De Maria

Sagoma originale di Cora De Maria

“Il teatro d’ombre non si presta molto bene a una sonorizzazione “parlata”: si rischia un appiattimento e una banalizzazione dell’effetto

espressivo. Al contrario, i legami con il linguaggio musicale sono fortissimi: la musica e le ombre sono entrambe dimensioni astratte e incorporee ma per questo molto suggestive, simboliche e aperte a molteplici richiami. La musica non è solo un linguaggio, esattamente così come le ombre non sono solo immagini. Il teatro musicale drammatizzato con le ombre ha molto in comune con gli effetti e la “meraviglia” del teatro barocco; proprio per questo nella storia della Compagnia abbiamo lavorato spesso con musica e opera di quell’epoca. Il lavoro con il melologo di Poulenc, non essendo in origine un testo teatrale ma narrativo, è stato un po’ diverso e molto stimolante: le ombre si prestano molto bene a una drammatizzazione non troppo descrittiva ma al contempo divertente, permettendo di legare in modo fluido la narrazione alla musica. Non si tratterà quindi di una narrazione musicale accompagnata dalle immagini bensì di un vero e proprio spettacolo di teatro musicale drammatizzato, molto coinvolgente per grandi e piccoli.”

Vi siete sempre rivolti a un pubblico di bambini?

“No, inizialmente il nostro lavoro si indirizzava in prevalenza agli adulti: spesso si pensa che la drammatizzazione attraverso le immagini, come quella del teatro d’ombre, sia banale e semplicistica, e per questo inadatta a spettacoli “seri”. Volevamo rompere quest’idea, restituire al teatro d’ombre la sua identità propria e dimostrare che si tratta di un mezzo espressivo ricco di possibilità di suggestione, semplice e profondo al tempo stesso, e come tale adatto a un pubblico di tutte le età. Ultimamente abbiamo cominciato a lavorare molto con i bambini e con le scuole: il teatro d’ombre con il suo aspetto artigianale e al contempo di grande effetto è ottimo per i più piccoli. Vista la semplicità e l’economicità dei materiali si presta molto bene ad attività e laboratori didattici e ha una grande resa sul palcoscenico, affascinando e divertendo i bambini.”

Come nasce un vostro spettacolo tipo?

“Il bello di questa particolare forma di teatro è che si tratta appunto di un lavoro artistico e artigianale insieme, e come tale ha una dimensione molto quotidiana e collettiva: non c’è un singolo regista ma le idee nascono e vengono sviluppate da tutti i componenti del gruppo. Si definisce e si ricrea quindi una sorta di sceneggiatura, a metà tra un racconto illustrato e i classici storyboard cinematografici. Il disegno e la realizzazione delle sagome di carta, invece, è affidato in particolare a me: per ogni spettacolo creiamo e tagliamo circa un centinaio di sagome. La messa in scena è infine anch’essa un lavoro collettivo: siamo tutti impegnati “in diretta” dietro le quinte nella manovra di sagome e luci.”

Sagoma originale di Cora De Maria

Sagoma originale di Cora De Maria

Uno spettacolo “dal vivo” quindi, e anche interattivo …

“Certamente! I bambini in sala non saranno un pubblico passivo ma ci aiuteranno a mettere in scena la storia e ad accogliere al meglio il nostro eroe Babar con piccoli oggetti e una divertente filastrocca.”

È stato difficile accostarsi a un personaggio così celebre come Babar e inventare una nuova chiave di lettura?

“Sicuramente è stato molto stimolante e divertente! Siamo entusiasti del soggetto, perché per tutti noi della Compagnia Babar è stato uno degli eroi dell’infanzia. Abbiamo imparato a conoscere e amare le sue avventure leggendole direttamente nelle edizioni originali francesi quando eravamo bambini, e avere l’opportunità di far rivivere il nostro beniamino con il nostro teatro è un po’ come tornare indietro nel tempo! C’è stato prima di tutto un grande lavoro di ricerca su tutti i Babar della narrativa, dell’illustrazione, della musica, del cinema e del teatro: è un personaggio che ha avuto grande fortuna e come tale è stato riletto più volte, con tagli diversi.

Abbiamo quindi avuto anche noi la possibilità di restituire una nostra visione personalizzata alla storia: la scrittrice torinese Rosa Mogliasso ha infatti realizzato una divertente cornice drammatizzata che rende molto attuale e coinvolgente l’avventura lasciando contemporaneamente invariata la narrazione originale. A raccontarci la storia dell’elefantino sarà infatti un clown, suo vecchio amico, che abita niente di meno che a Torino … alla fine dell’avventura potremo accogliere il nostro eroe  e passeggiare insieme per le strade innevate della nostra città, sotto le bellissime Luci d’Artista.

Speriamo che con il nostro spettacolo anche i più piccoli che magari non conoscono ancora Babar possano amarlo così come abbiamo fatto noi da bambini!”

Piccolo Regio Puccini
giovedì 19 e venerdì 20 dicembre ore 10.30
sabato 21 dicembre ore 16 (aperta anche al pubblico)

BABAR A TORINO
L’Historie de Babar, le petit éléphant,
melologo per voce narrante e pianoforte
Musica di Francis Poulenc, testo di Jean de Brunhoff, prologo ed epilogo di Rosa Mogliasso
Messinscena e regia di Controluce Teatro d’Ombre
Sagome originali di Cora De Maria
Voce recitante Paola Roman
Con Cora De Maria, Rosa Mogliasso, Alberto Jona e Jenaro Meléndres Chas

Nell’attesa di gustare questo magnifico spettacolo sul palcoscenico del Piccolo Regio vi ricordiamo l‘appuntamento di presentazione per i docenti che si terrà martedì 29 ottobre alle ore 17 in Sala Caminetto con i membri della Compagnia Controluce.

AIUTIAMO SAM!

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Si avvicina ormai l’ora della “prima” per i giovanissimi protagonisti di Aiutiamo Sam!, spettacolo nato in seno al progetto Sipari Sociali, che coinvolge il Teatro Regio, la Comunità Murialdo Piemonte e il Tavolo Minori della Caritas Diocesana di Torino in collaborazione con MEIBI, con il sostegno delle Edizioni Il Capitello e di una Fondazione privata.

Lo spettacolo costituisce il coronamento di un percorso artistico ma soprattutto didattico ed educativo che ha coinvolto ottanta ragazzi di età compresa tra i 10 e i 16 anni, tutti alla prima esperienza teatrale, che si sono messi in gioco come protagonisti nella recitazione, nel canto, nell’orchestra, nella danza ma anche come scenografi, attrezzisti, macchinisti, elettricisti, costumisti e truccatori, curando quindi ogni singolo particolare della messa in scena.

Il progetto è cominciato sei mesi fa: ognuno dei ragazzi ha seguito un ciclo di laboratori per ogni disciplina coinvolta, canto, recitazione, danza, musica strumentale, costumi e scene: obiettivo, prendere confidenza con tutti gli aspetti di uno spettacolo così complesso come quello del teatro musicale e capire meglio le proprie inclinazioni e aspirazioni. Totale, ben ottantaquattro laboratori didattici a cura delle collaboratrici de La Scuola all’Opera del Teatro Regio Nausicaa Bosio (canto), Ombretta Bosio (recitazione), Caterina Cugnasco (danza), Giovanna Piga (orchestra), Barbara Agostini (costumi) e Irene Alciati (scene), affiancate in tutti gli appuntamenti da un team di educatori, Nicola Arena, Francesca Costantino, Erika De Stefano, Manuela Gastaldi Roz, Mattia Labartino e Angela Patarino.

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Un percorso così lungo e articolato è stata un’esperienza nuova anche per noi docenti.” racconta Caterina Cugnasco, “Di solito abbiamo a che fare con uno o al massimo brevi cicli di laboratori. Questa è stata un’occasione unica di crescita sia per noi sia per i ragazzi: si è creato un rapporto vero di scambio e di amicizia che va oltre l’obiettivo comune e specifico della preparazione di uno spettacolo. I ragazzi hanno dimostrato molta voglia di vivere l’esperienza a 360 gradi; non c’è soltanto il desiderio di provare l’emozione del palcoscenico ma soprattutto di conoscere persone e ambienti nuovi.

Al termine di questa prima fase di lavoro, i ragazzi si sono suddivisi i ruoli, “specializzandosi” nella disciplina per la quale hanno manifestato maggiore inclinazione e mettendo così a disposizione del gruppo e dell’obiettivo comune le proprie capacità individuali. Una fase quindi di prove “a sezioni”, per mettere insieme passo dopo passo tutti gli ingredienti dello spettacolo.

E finalmente, in queste ultime settimane, le attesissime prove “in assieme” e la conquista del palcoscenico.

 “Tutto il progetto è stato sicuramente faticoso e complesso dal punto di vista logistico ma molto coinvolgente e divertente per noi come per i ragazzi” dice Anna Maria Bruzzese, che dello spettacolo curerà la regia: “Bellissimo in particolare il momento delle prove in palcoscenico, al termine dei laboratori. Oltre all’emozione di provare finalmente su di sé le luci della ribalta, da quel momento i ragazzi hanno avuto direttamente a che fare con il personale di macchinisti e tecnici interni al Teatro, come una vera compagnia teatrale di professionisti: in breve tempo si è creato un rapporto di collaborazione davvero entusiasmante, uno scambio di esperienze che travalica le differenze di età.

Durante lo spettacolo saranno eseguiti i cori nella versione per voci e pianoforte da Il piccolo Spazzacamino di Benjamin Britten, ulteriore omaggio nel centenario della nascita a un compositore che ha dedicato così tanto della sua produzione proprio al mondo dell’infanzia e ai diritti di bambini e ragazzi.

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Aiutiamo Sam! andrà in scena al Piccolo Regio Puccini sabato 11 maggio 2013 alle ore 17 e alle 20.30.

Dirige Nausicaa Bosio, al pianoforte Giovanna Piga; per conoscere i nomi di tutti gli altri protagonisti grandi e piccoli, qui la locandina dello spettacolo.

L’ingresso è gratuito: i biglietti saranno disponibili sabato 11 maggio alla Biglietteria del Teatro Regio a partire dalle ore 10.30 per un minimo di 50 posti per ciascuna recita.

Il progetto Sipari Sociali – Aiutiamo Sam! non termina con lo spettacolo ma diventerà anche un documentario a cura del regista Max Chicco della società di produzione MEIBI.

Per saperne di più siete tutti invitati alla conferenza stampa di giovedì 9 maggio alle ore 11.30 nella Sala Caminetto del Teatro Regio. Vi aspettiamo!

BAROCK ‘N’ ROLL: le età dello stupore

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Vittorio Amedeo II rock

Tempo di rivisitazione e contaminazione al Piccolo Regio Puccini, dove tutto è pronto per la messa in scena, giovedì 21 e venerdì 22 febbraio, dello spettacolo musicale Barock ‘n’ roll.

Il  titolo è già un programma: promette divertimento, effervescenza e colpi di scena, vere cifre stilistiche comuni a due epoche così lontane nel tempo e contemporaneamente simili, accomunate dal gusto del teatro, dell’artificio e dello spettacolo.

Rock e barocco: non due stili ma gli spiriti di un’epoca, dove non ci sono caratteri statici e immutabilmente definiti ma la regola è il movimento, la sperimentazione, l’invenzione.

Barocco e rock, dove il gusto per il dettaglio si fa monumento e la forma diventa moda, celando e insieme svelando, maschera e specchio delle emozioni.

L’arte dei suoni si fa seducente, commuove e smuove sentimenti e passioni e gli effetti scenografici vanno di pari passo con la ricerca di linguaggi intimi, profondi; virtuosismi e fioriture che non sono mai frivolezze fini a se stesse quanto un modo di esprimere vitalità ed esuberanza, altra faccia di un tormento esistenziale che è già tutto moderno. Lo stesso che ritroviamo nel rock, che dal progressive all’hard metal –con, in misura minore, il pop- faranno del barocco una inesauribile fonte di ispirazione e citazione, formale, melodica e stilistica.

Gli artisti del Teatro Regio, condotti dalla regia di Alessandra Premoli in un suggestivo ed eclettico ensemble di voci e strumenti barocchi e contemporanei, dagli archi alla batteria, ci accompagneranno in un continuo flash back sonoro di suggestioni e rimandi alla riscoperta di un’epoca che oltrepassa i suoi stessi confini, tra fantasia e monumentalità, ventagli e corsetti, spade, parrucche e bassi elettrici.

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CLICK sull’immagine per il link al programma

Lasciamoci stupire dal Barock’n’roll!

Note di regia a Children’s crusade

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 Il percorso di preparazione allo spettacolo Children’s crusade, in scena al Piccolo Regio dal 28 al 30 gennaio, prosegue con un’intervista alla regista Anna Maria Bruzzese, ballerina e collaboratrice de La Scuola all’Opera.

Quali sono state le sfide che hai affrontato per la messa in scena di questo lavoro?

“La difficoltà iniziale della messa in scena derivava dal fatto che si tratta di una cantata molto breve, che dunque non nasce per essere rappresentata in forma scenica. L’ispirazione è venuta pensando al Giorno della Memoria e vedendo alcune fotografie del 27 gennaio 1945 che ritraggono bambini sopravvissuti nel campo di concentramento di Auschwitz appena liberato: da qui è nata l’idea di spostare l’azione, ambientata da Brecht nel 1939, al 1945. La liberazione e la fine della guerra aprono i cancelli del campo ma non indicano la via da seguire: la crociata dei bambini parte da lì. Sono fisicamente dei sopravvissuti, usciti vivi dai campi di concentramento, ma condannati a vagare alla ricerca di una pace interiore che forse non troveranno mai, distrutta per sempre dall’esperienza della guerra e dello sterminio.

“Pace” per loro è soltanto una parola, un concetto astratto che non hanno mai vissuto.

Vanno quindi alla ricerca di un luogo, di un punto di partenza su cui appoggiarsi per ricostruire tutto quello che hanno perduto, ma la storia ci ha dimostrato che non sempre e non per tutti questo è stato effettivamente possibile.”

Sopravvissuti escono dalla baracca dei bambini

Sopravvissuti escono dalla baracca dei bambini, Auschwitz, 27 gennaio 1945

In una versione scenica di quest’opera il coro deve al contempo essere protagonista e narratore in terza persona: come si traduce questo nella tua regia?

Donne e bambini aspettano la selezione a Birkenau

Donne e bambini aspettano la selezione a Birkenau

“Abbiamo inserito un tulle davanti al boccascena e creato degli effetti di luce che isolano determinate zone del palco. Questo permette di far apparire dal buio solo alcuni elementi, tutto il coro o determinati personaggi che in quel momento sono protagonisti. Sebbene il testo sia narrato in terza persona, quasi tutti i protagonisti cantano di se stessi. Allo stesso tempo non sempre la scena è descrittiva di quello che accade, ma ci sono anche molti elementi simbolici o suggestivi.

Attraverso i costumi e l’interpretazione degli artisti del coro delle voci bianche abbiamo anche voluto rappresentare le diverse etnie rinchiuse nei campi: come racconta il testo stesso, il gruppo in marcia è composto da bambini di differente provenienza e origine, accomunati però dallo stesso obiettivo e dalle stesse condizioni di sopravvissuti. Cosa che in effetti riflette le vittime della persecuzione nazista, non solo ebrei ma anche oppositori politici, Testimoni di Geova, Rom, omosessuali, malati e senzatetto, tutti personaggi considerati “non adatti” e nocivi a quella società.”

Il testo brechtiano, rafforzato dalla musica di Britten, si conclude tragicamente: ogni richiesta d’aiuto rimane vana e i bambini dispersi per sempre.

Questa messa in scena si conclude con la morte dei bambini dietro quegli stessi cancelli dai quali erano usciti all’inizio. La loro disperata ricerca li ha ingannati e riportati al punto di partenza. Se siano usciti dal campo solo fisicamente e questa morte sia quindi metaforica oppure del tutto reale è lasciato alla libera interpretazione del pubblico: uno spunto di riflessione molto forte.

La conclusione quindi è tragica, ma c’è un messaggio di speranza?

“Il testo stesso, oltre alla musica, lascia capire che non c’è una salvezza possibile. Alcuni versi recitano:

Whenever I close my eyes
I see them wander
[…]
High above them, in the clouded sky
I see other swarming, surging, many!
[…]
Searching for a land where peace reigns,
No more fire, no more thunder,
Nothing like the world they are leaving
Mighty crowds too great to number[1].

I bambini sono accompagnati nel loro vagare senza speranza da infinite schiere celesti: l’interpretazione è chiara, è impossibile trovare salvezza in quel mondo e in quel momento storico.

Il messaggio è quindi universale e valido in ogni tempo: tutte le guerre non possono che finire con morte, annullamento, distruzione fisica e morale.”

Disegno di Thomas Geve (15 anni), sopravvissuto ai campi di sterminio [3]

Disegno di Thomas Geve (15 anni), sopravvissuto ai campi di sterminio [2]

 Una riflessione per il Giorno della Memoria ma non solo …

“Il messaggio è ancora attualissimo. Il Giorno della Memoria è un evento che nasce in un contesto preciso ma da questo vuole partire per lasciare un monito e un insegnamento sempre validi. Purtroppo finora questo insegnamento non è stato colto, anzi. Al giorno d’oggi i bambini non sono più soltanto le vittime dei conflitti, ma hanno spesso anche un ruolo attivo: pensiamo ai bambini soldato e all’educazione alla violenza che spesso e tramite diversi mezzi viene impartita ai più giovani[3].

Cambia il volto della guerra e delle violenze, ma il risultato è sempre che i più deboli soccombono.”

Se la speranza è impossibile, qual è il messaggio?

“È un’opera che invita alla riflessione. Il testo di Brecht, narrato in terza persona, e la musica di Britten, con questi suoni percussivi e stridenti, lasciano volutamente lo spettatore distaccato in modo che non sia travolto dalle emozioni ma possa riflettere e trarre consciamente delle conclusioni in modo personale e indipendente, una cosa molto importante soprattutto per un pubblico giovane come quello al quale è rivolto lo spettacolo.

La possibilità di offrire uno spunto di riflessione diretto e coinvolgente è un vantaggio che ha il teatro rispetto ad altri mezzi di espressione artistica. Per questo è giusto che il tema sia trattato in tutta la sua drammaticità senza concessioni, anche se può apparire scioccante. Non è uno spettacolo nato per commuovere o ammirare la bravura dei musicisti: il messaggio ne uscirebbe indebolito. Quando si cerca di far capire ai ragazzi che cosa sia stato un determinato periodo storico non si omettono particolari perché “troppo forti”, e anche parlando dell’attualità sarebbe una menzogna voler affermare che viviamo in un mondo positivo in cui tutto va bene.”

 …

Se non conoscono la strada e non c’è speranza di ritrovarla, cos’è che guida i bambini nella loro ricerca?

Bambini sopravvissuti, Auschwitz, 27 gennaio 1945

Bambini sopravvissuti, Auschwitz, 27 gennaio 1945

“Quello che li fa mettere in cammino è l’incredibile istinto di sopravvivenza propriodi tutti i bambini.

L’unico elemento di vita presente nel testo è l’infanzia. Sono bambini obbligati dalle circostanze a comportarsi da adulti, nascondersi, difendersi e rubare, ma a tratti gli elementi caratteristici dell’infanzia riescono comunque ad emergere: storie d’amore, litigi e riappacificazioni, giochi, canti in coro … Le cose belle ci sono ma vengono stroncate sul nascere dalla situazione.

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La speranza quindi è rappresentata dall’infanzia stessa, ma la guerra spezza alla radice l’una e l’altra, uccide i bambini e con essi ogni speranza per il futuro.

L’obiettivo deve essere la pace e la creazione di condizioni di vita possibili. Come dice il testo stesso, per ottenere questo le parole non bastano:

So there was faith, there was hope too,
But no meat or bread.
[…]
For fifty odd children you need flour,
Flour not sacrifice.[4]


[1] Tutte le volte che chiudo gli occhi/ li vedo vagare/ […] sopra di loro, lassù, nel cielo nuvoloso/ ne vedo altri a frotte, a ondate, sono molti!/ […] Alla ricerca di una terra dove regni la pace/ niente più incendi, niente più tuoni/ niente a che vedere con il mondo che stanno lasciando/ c’è una folla imponente, troppo grande da calcolare!
[2] I disegni di Thomas Geve sono conservati al memoriale Yad Vashem di Gerusalemme e pubblicati in Italia da Einaudi nel libro Qui non ci sono bambini
[3]Rimandiamo all’articolo precedente con le relative proposte di lettura
[4] Dunque c’era fede e c’era speranza/ ma né carne né pane./ […] per una cinquantina di bambini ci vuole farina/ farina, non sacrifici.

CHILDREN’S CRUSADE: proposte di lettura

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The Children's crusade, di Gustave DoréChildren’s Crusade: uno straziante racconto della guerra vissuta dai bambini. Una marcia verso l’ignoto, un estremo tentativo di trovare un lembo di terra in pace, guidati soltanto da una disperata voglia di vivere e sopravvivere. Per prepararsi allo spettacolo, che sta per andare in scena al Piccolo Regio Puccini lunedì 28, martedì 29 e mercoledì 30 gennaio, in occasione del vicino Giorno della Memoria, vi presentiamo nella sezione Materiali alcune proposte bibliografiche, antologie di approfondimento e fonti dirette sui due temi portanti di quest’opera: la guerra dei bambini e la musica durante i regimi totalitari.

Il tema dei bambini in guerra è assolutamente contemporaneo: sebbene Children’s Crusade prenda le mosse dalla celebre, forse leggendaria, crociata dei bambini di epoca medioevale, il testo di Brecht si situa in Polonia all’alba dei primi, tragici avvenimenti della II guerra mondiale. Ed è proprio nel Novecento che il coinvolgimento di bambini nelle violenze di guerra conosce una brutale intensificazione: i conflitti armati moderni si estendono dai lontani campi di battaglia fino ad invadere i territori civili, le città e persino i cieli. Le prime vittime dei conflitti non sono più i militari bensì i civili e soprattutto le fasce più deboli della popolazione, appunto i bambini. Fame, bombardamenti, deportazioni, sterminio di massa, arruolamento tra le fila dei combattenti, niente è risparmiato ai più giovani: le ultime leggi morali universalmente riconosciute cadono per sempre.

GILNasica (Augusto Majani), copertina di “Numero”, n. 188, 29 luglio 1917In Europa è il primo conflitto mondiale a vedere maggiormente coinvolti i più piccoli: la Grande Guerra, con il suo altissimo prezzo di perdite umane, non risparmia le nuove generazioni. Per far fronte alle numerosissime perdite è necessario arruolare ragazzi sempre più giovani e coinvolgere tutta la popolazione nello sforzo bellico, costruendo una propaganda che giustifichi e santifichi il sacrificio dei “figli della Patria”[1]. Al termine della guerra, nei più piccoli, cresciuti in mezzo al conflitto e ad un continuo condizionamento ideologico che coinvolge ogni aspetto dell’educazione e della comunicazione (scuola, libri e fumetti, réclames pubblicitarie, giocattoli ispirati e inneggianti allo sforzo bellico), rimarrà un inappagato senso di rivalsa e di riscatto, unito al fascino dell’avventura che la vita militare può suscitare[2]. In Italia e in Germania queste saranno le basi sui cui si fonderanno i regimi totalitari di fascismo e nazismo: per la dittatura le giovani generazioni sono un prezioso serbatoio di futuri cittadini e soldati totalmente votati alla causa. Come tali saranno accuratamente allevate, cresciute ed educate secondo l’ideologia di regime[3], da subito inquadrate in organizzazioni paramilitari e infine sacrificate come risorsa estrema e ultima difesa prima del crollo. Dalla parte delle vittime, i bambini non furono risparmiati da deportazioni e sterminio di massa.[4]libri di testo fascisti per la scuola

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Ma il tema proposto da Children’s crusade non è importante soltanto a livello storico e come memoria di fatti trascorsi: non va infatti dimenticato che al giorno d’oggi nei numerosissimi conflitti in corso i bambini sono ancora e sempre di più coinvolti, non solo come vittime ma anche come carnefici. È il dramma dei bambini soldato, alimentato dal diffondersi di disordine sociale, dallo sviluppo tecnologico di armi a basso costo e facili da usare e dalla crescente criminalizzazione delle guerre[5].dalla propaganda ai conflitti

La musica sotto i regimi totalitari di fascismo e nazismo fu considerata come l’ennesimo aspetto del pensiero e dell’espressione artistica da controllare, condizionare e possibilmente utilizzare a favore della causa. Fu così in Germania e nei territori occupati dal Terzo Reich, dove tutta la scena artistica fu accuratamente epurata da compositori ed interpreti invisi al nazismo per ragioni razziali o ideologiche, mentre la musica di Wagner fu assunta a simbolo della dottrina nazista[6].

L'orchestra del ghetto a TerezinAll’interno dei ghetti e dei campi di concentramento, la musica fu al tempo stesso una Locandina dell'opera Brundibar di Hans Krasadelle ultime forme di espressione artistica e personale umanamente concesse e una raffinata e crudele tortura: gli artisti e gli ensembles godevano spesso di speciali privilegi ma al contempo erano spesso costretti ad accompagnare con la loro musica esecuzioni o marce forzate dei prigionieri. Merita una menzione a parte il ghetto di Theresienstadt (Terezin), organizzato dai nazisti come campo “speciale” per intellettuali, artisti e famiglie e protagonista di un documentario propagandistico del Reich per la Croce Rossa[7]. Il campo vide rinchiuse tutte le figure di spicco della scena culturale tedesca e boema e ospitò una vita artistica molto intensa e di altissimo livello; proprio a Terezin il compositore  Hans Kràsa rielaborò e mise in scena più di 55 volte la sua celebre opera per bambini Brundibar. Nelle ultime fasi della guerra, nessun artista fu risparmiato dalla persecuzione[8].

In Italia, sotto il dominio di Mussolini, violinista dilettante, dietro una facciata di apparente mecenatismo e promozione delle arti, la vita musicale fu strettamente regolamentata e, almeno nelle intenzioni, piegata all’espressione dell’ideologia nazionalista e di regime. Come in ogni altro ambito lavorativo e sociale, i musicisti non allineati furono discriminati e perseguitati[9].mussolini-benito_580x267

Entartete Musik

Comune alle due dittature fu il rifiuto e l’abolizione di tutta la musica razzialmente “impura”, come il jazz e lo swing, considerati espressioni di un pensiero “demo-giudo-pluto-massonico” e costretti a mascherarsi sotto traduzioni e arrangiamenti improbabili. Nel 1938 proprio alla cosiddetta Entartete Musik (“musica degenerata“) fu addirittura dedicata una mostra a Düsseldorf, organizzata in diverse sezioni: (1) l’influenza del Giudaismo, (2) Schoenberg, (3) Kurt Weill ed Ernst Krenek, (4) “Compositori minori bolscevichi”, (5) Leo Kestenberg (responsabile dell’educazione musicale prima del 1933) (6) Hindemith (7) Igor Stravinsky [10].

Controllata, perseguitata e trasformata sotto le dittature in mezzo di propaganda, in tutta l’opera di Britten e particolarmente in Children’s crusade la musica si riscatta finalmente come strumento di espressione degli orrori della guerra e di diffusione dell’ideale pacifista.

Il percorso di preparazione allo spettacolo Children’s crusade proseguirà la prossima settimana con un’intervista alla regista Anna Maria Bruzzese.


[1] Lettura: estratti da A. GIBELLI, Il popolo bambino
[2] Lettura: estratti del romanzo “Piccolo Alpino” di S. GOTTA
[3] Lettura: estratti da B.ROSSI e P. PASTACALDI, Hitler è buono e vuol bene all’Italia e le fonti dirette: L’aratro e la spada, il Libro per la classe III del 1939 e L’impero degli italiani
[4] Lettura: estratti da N. STARGARDT, La guerra dei bambini e come fonti dirette le Lettere di Etty HILLESUM
[5] Lettura: estratti da P. W. SINGER, I signori delle mosche
[6] Vi segnaliamo che a musica e identità sarà dedicato il prossimo approfondimento per il torneo Verdi vs Wagner
[7] Hitler regala una città agli ebrei, 1944
[8] Per la musica durante l’Olocausto e un approfondimento sul ghetto “artistico” di Theresienstadt vi proponiamo il breve saggio Music during the Nazi persecution of Jewish people
[9] Lettura: estratti da H. SACHS, Musica e regime
[10] Lettura: estratti da R. SCHWAMENTHAL, Postfazione a M. ZWERIN, Musica degenerata. Il jazz sotto il nazismo e l’articolo di G. MANCA Entartete Musik