VERDI, il MAESTRO

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La puntata di questa settimana è dedicata al campione dei campioni, al più celebre e amato tra i compositori di opera italiana: Giuseppe Verdi. Proprio a lui, e al confronto con il suo contemporaneo Richard Wagner, è stato dedicato l’intero torneo dell’anno scorso: pertanto vi invitiamo a cercare tra il materiale già pubblicato tutto quello che riterrete possa esservi utile nello studio. Cliccando sul tag verdi compariranno, in ordine cronologico dal più recente al più vecchio, tutti i post relativi all’argomento. Troverete elaborati di altre scuole (controllate anche la pagina “Le vostre opere“), articoli di approfondimento su musica e drammaturgia, tavole cronologiche che mettono a confronto il personaggio con il contesto storico, nonché una biografia in tre puntate.

Aggiungiamo qui un altro contributo (qui il primo, dedicato a Mozart) gentilmente scritto per il nostro torneo dalla professoressa Ariotti. Si tratta di una lettura del Verdi politico, della posizione occupata dalla sua figura artistica e dalla sua arte nel processo di formazione dell’identità nazionale italiana.

Come sempre vi proponiamo un ascolto a tema (click sull’immagine sottostante per il link al video), il celebre coro Si ridesti il leon di Castiglia dall’opera Ernani. Subito dopo la prima rappresentazione, avvenuta alla Fenice il 9 marzo 1844, gli irredentisti si appropriarono del brano modificandolo in “Si ridesti il leon di Venezia“.

 

A partire dai tempi della Seconda Guerra d’Indipendenza lo slogan è in realtà un acronimo di “Vittorio Emanuele Re D’Italia”

A partire dai tempi della Seconda Guerra d’Indipendenza lo slogan è in realtà un acronimo di “Vittorio Emanuele Re D’Italia”

 

Una notarella fra le note #2: Viva VERDI

Gli ottantotto anni della vita di Giuseppe Verdi (dal 1813 al 1901) occupano tutto l’arco del Risorgimento e un buon pezzo di storia dello stato unitario, dalla giovinezza trascorsa ai tempi in cui fervevano le cospirazioni e i moti, poi l’insurrezione del ’48, quindi il periodo eroico delle spedizioni e delle imprese militari fino alla maturità dell’Italia unita.
La sua vita, spesa fra i teatri d’Italia e d’Europa, percorreva le stesse strade degli esuli italiani.   Mentre Verdi si confrontava con la cultura musicale europea, parallelamente gli intellettuali – esuli politici si misurano con la riflessione politica europea; tutti questi italiani fuori d’Italia seguivano un cammino simile, che andò dall’iniziale europeismo al disincanto del periodo postunitario.
Verdi partecipò con passione alle vicende che portarono all’unificazione nazionale e l’evoluzione delle sue opinioni politiche fu simile a quella di molti italiani dell’epoca. Un inizio mazziniano, tanto che nel 1848 aderì alla richiesta di Mazzini di mettere in musica un inno di Mameli, mentre La battaglia di Legnano veniva rappresentata nel gennaio 1849 nella Roma repubblicana. Nell’agosto del 1848 aveva appoggiato una petizione di italiani residenti in Francia rivolta al governo repubblicano francese perché intervenisse in aiuto del governo provvisorio della Lombardia. Agli inizi degli anni cinquanta venne, come per molti, accanto alla delusione, il ripensamento: la indipendenza italiana avrebbe potuto realizzarsi solo attraverso l’opera della classe politica e dell’esercito piemontesi. Cavour divenne il punto di riferimento. Durante la guerra del ’59 Verdi aprì una sottoscrizione per i feriti di guerra e anticipò di tasca sua al Comune di Busseto, sua città natale, i soldi per arruolare la Guardia Nazionale. Venne nominato rappresentante della provincia di Parma e in questa veste fece parte della delegazione che il 15 settembre 1859 a Torino presentò i risultati del plebiscito di annessione dell’Emilia. In questa occasione conobbe Cavour che lo convinse ad accettare nel 1861 la candidatura al nuovo Parlamento Italiano. Data la sua fama, si trattava di una candidatura che dava prestigio al nuovo parlamento. Restò deputato per una sola legislatura, partecipando assiduamente ai lavori, ma senza prendere mai la parola. La morte di Cavour gli fece temere per il processo di costruzione del nuovo stato unitario. Verdi a quel punto era ormai allineato sulle posizioni di cauto conservatorismo della destra storica.
Malgrado questa sua partecipazione agli eventi, Verdi non fu mai un musicista ‘militante’ in senso proprio, tale da mettere la sua arte al servizio dell’impegno politico. “Io non sono mai stato capace di fare note né per l’uno né per l’altro, siano bianchi, rossi o neri.” [1] Piuttosto nutrì l’ispirazione musicale delle sue umane passioni, comprese quelle patriottiche. Ma soprattutto la sua opera, specie giovanile, cadde in un momento di estrema sensibilità del pubblico che si riconosceva nelle allusioni alle antiche glorie italiane o alla storia di altri popoli oppressi da dominazioni straniere e anelanti la libertà. L’Italia era una polveriera. Parole come esule, patria, libertà facevano “drizzare le orecchie” al pubblico della Scala o della Fenice, ma anche “rannuvolavano le fronti degli zelanti commissari di polizia del Lombardo Veneto”. Massimo Mila ha scritto: ”Questa strana patria italiana, che esisteva nella poesia, nelle arti, già da tempo prima di sorgere … nelle coscienze dei cittadini, trovò nella melodia di Verdi uno dei suoi aspetti più plastici e più concreti per accendere la fantasia del popolo.” [2]
Nel 1842 andò in scena il Nabucco col coro degli ebrei esuli e oppressi che pensano ai “clivi” e ai “colli” “dove olezzano tiepide e molli – l’aure dolci del suolo natal.” Ne I Lombardi alla prima crociata, del 1843, crociati e pellegrini accorsi per liberare la Terra Santa languono nel deserto, tormentati dalla sete, e il loro pensiero va ai laghi e ai prati della Lombardia, alle fonti di quella terra desiderata e lontana che è la loro patria. Nel 1844 a Venezia si rappresenta l’Ernani : lì i congiurati si abbracciano, sguainano le spade per giurare di unirsi e combattere.
Dopo il ’49 scompariranno le allusioni esplicite al riscatto nazionale; Verdi intraprenderà una nuova fase artistica più matura e complessa, ma la sua musica continuerà ad essere ascoltata come lo specchio della biografia della nazione.

Mariangela Ariotti

[1] Lettera all’amico giornalista Opprandino Arrivabene, 18 marzo 1884
[2] Massimo MILA, Verdi politico, ne L’arte di Verdi, Einaudi, 1980

 

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