Archivi tag: all’opera ragazzi

Lettere a Rigoletto&co

Standard

Vi diamo il bentornato dalle vacanze presentandovi il bellissimo lavoro svolto dalla classe III H della Scuola Media Calamandrei di Torino: i ragazzi, guidati dalle professoresse Antonella Barra e Piera Del Col, dopo aver partecipato al progetto All’opera, ragazzi! e aver visto lo spettacolo di Stagione, hanno pensato di indirizzare alcune interessanti lettere ai protagonisti del dramma verdiano, Rigoletto, Gilda & company. Chiude la raccolta un’inedita missiva di Rigoletto a sua figlia.

Buona lettura!

Cara Gilda,

 

Annunci

L’Elisir secondo voi

Standard

… la storia è bellissima.
Narra di due innamorati: Nemorino e Adina, un sergente (bullo) Belcore e uno dei soliti venditori imbroglioni: Dulcamara.

Alessio

A quanto pare il nostro Nemorino, protagonista de L’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, andato in scena a novembre, questa volta è stato accorto! Invece di farsi imbrogliare da Dulcamara, si è rivolto a un parere esperto per trovare sollievo ai suoi tormenti amorosi: riceviamo e pubblichiamo la lettera che il nostro eroe ha scritto alla rubrica La posta del cuore del Calamandrino, giornale indipendente edito dai ragazzi della Scuola Media Calamandrei di Torino.

Caro Danilo,

so che tu sai dare consigli in amore, e io, in questo momento, ne ho proprio bisogno. Sono innamorato di una bellissima ragazza, ma lei è nobile e istruita, io non ho speranze con lei. Inoltre, io sono timido e impacciato e quando le sto vicino mi si bloccano le parole in gola, e non riesco a dirle niente. Abbiamo due caratteri opposti, siamo come il sole e la luna, non potremmo mai brillare insieme. Sono proprio disperato, sarei disposto a tutto pur di conquistarla, anche a prendere un elisir d’amore, cosa mi consigli di fare?

Nemorino       

La risposta dell’esperto:

Caro Nemorino,

(ma poi, che nome è… io ti lascerei solo per questo)
come hai detto tu, la situazione  è drammatica, ma io sono qui per aiutarti.

Se la fortunata ragazza di cui sei innamorato non riesce a vedere il bello che c’è in te, dovresti lasciarla andare. Se ti vuole veramente tornerà, senza che tu debba fare niente. Altrimenti significa che lei non era la ragazza giusta.
Nel caso in cui tu non volessi perderla, ti consiglio di rischiare e dichiararti, perché l’unica cosa che ti serve è avere coraggio.

Spero di averti aiutato.

     Danilo

p.s. nel caso non dovesse funzionare ricorda di tenerti stretto uno zecchino,
l’idea dell’elisir non è così male.

Ragazzi, che consigli saggi! E volete sapere com’è andata a finire? Sentiamo i commenti della classe III L, che ha assistito allo spettacolo lavorando con noi insieme alla professoressa Piera Del Col con il progetto All’Opera, ragazzi!:

diapositiva1diapositiva2

 

Salome, un’analisi

Standard

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’ottimo lavoro di approfondimento che i ragazzi della classe V D del Convitto Nazionale Umberto I, seguiti dalle professoresse Annalisa Costantini e Letizia Peliti, hanno svolto su Salome di Richard Strauss, dopo aver assistito alle prove e allo spettacolo nel corso del progetto All’opera, ragazzi! guidato dalla nostra Benedetta Macario.

Buona lettura e ancora complimenti ai ragazzi!

click sull’immagine per il link alla presentazione

Falstaff immenso, enorme Falstaff!

Standard

Mrs. Quickly “Voi le stregate tutte!”
Falstaff “Stregoneria non c’è, ma un certo qual mio fascino personal …”


Nel mese di novembre appena terminato, sono stati Sir John Falstaff e le sue riprovevoli brame, protagonisti dell’omonima ultima opera verdiana (1893), a stregare il pubblico del Teatro Regio.
Nell’allestimento di Daniele Abbado, le avventure del vecchio viveur hanno preso vita sopra una piattaforma inclinata, circolare come l’addome del nostro Sir John, continuamente in trasformazione grazie a botole e pedane girevoli, pareti e mobilio celati in torre di scena.
L’eccezionale libretto firmato da Arrigo Boito e lo straordinario lavoro compositivo di Giuseppe Verdi riescono a conferire nobiltà alle scabrose vicende di un Sir John che non sa riconoscere il suo declino e anzi, attribuisce alla sua indecente mole fisica una capacità seduttiva fuori dal comune. Su questa Falstaff fa leva per destreggiarsi tra un imbroglio e l’altro rincorrendo in eterno le grandi passioni della sua vita: il vino, le donne e l’oro.


FALSTAFF Se Falstaff s’assottiglia
non è più lui, nessun più l’ama.
In quest’addome
v’è un migliaio di lingue che annunciano il mio nome!
PISTOLA Falstaff immenso!
BARDOLFO Enorme Falstaff!
FALSTAFF Questo è il mio regno … lo ingrandirò

Gli costa caro però l’incontro con le gaie comari di Windsor che rovesciano il suo inganno escogitando una colossale contro -burla al termine della quale non solo Falstaff ma anche la gelosia di Mr Ford e la grettezza del Dr Caius escono definitivamente scornati e gabbati.

Son io, son io, son io che vi fa scaltri!
L’arguzia mia fa l’arguzia degli altri.

Ed è qui che il Falstaff verdiano rivela una nascosta dignità che nell’originale commedia shakespeariana non aveva e che restituisce al personaggio una dimensione umana e malinconica, che coinvolge anche noi, pubblico, con la fuga finale a 10 voci che sfonda la “quarta parete” rivolgendosi direttamente agli spettatori:

Tutto nel mondo è burla.
L’uom è nato burlone,
La fede in cor gli ciurla,
Gli ciurla la ragione.
Tutti gabbati! Irride
L’un l’altro ogni mortal.
Ma ride ben chi ride
La risata final.

La risata finale la rise certamente Giuseppe Verdi, ormai ottantenne, con questa dimostrazione di maestria, padronanza assoluta delle forme e dei generi, in barba ai maligni che lo credevano capace soltanto di drammi e del solito “zum-pa-pa”.
Hanno lavorato insieme a noi su Falstaff 7 classi di Scuola Media inferiore provenienti da Acqui Terme, Alba, Cuorgnè e Collegno con il percorso Un giorno all’opera, mentre altre 2 classi medie e 5 superiori hanno avuto l’opportunità di assistere allo spettacolo di cartellone grazie al progetto All’opera, ragazzi!
Diteci la vostra!

“Mousiké”: Orfeo e noi

Standard

Che cos’è, per voi, la musica?
Difficile, quasi impossibile (e forse non necessario?) dare una definizione.
E chi ha inventato la musica, e perché?
Più affascinante di una risposta certa e diretta è esplorare il mondo di connessioni, storia, richiami, narrazioni, che la musica stessa offre.
Scavando nel nostro passato e nelle etimologie scopriamo un universo intero di significati: la parola greca mousiké indicava infatti l’insieme delle Arti presiedute dalle Muse, dee figlie di Zeus e Memoria. Musica strumentale, canto, danza, poesia, storia, letteratura, teatro –ma anche arti tecniche, tutti elementi imprescindibilmente connessi e egualmente ispirati.

Da quell’universo mitico ha origine il mondo dell’opera e del canto lirico, che ancora oggi a distanza di millenni dalla nascita della tragedia e di secoli dalla Camerata de’ Bardi e poi dei primi teatri all’italiana continua a produrre arte, spettacoli ed emozioni attuali.
L’obiettivo della Scuola all’Opera vuole essere proprio questo: mostrare un pezzettino della vita e dell’attualità di questo mondo, che parla a tutte le epoche e a tutte le età, e aprire una piccola finestra su questo universo di connessioni con la storia, la memoria, le altre arti, la tecnica. Per questa ragione non troverete, nel nostro programma, soltanto opera e soltanto spettacoli: di Stagione in Stagione il palcoscenico è un punto di traguardo ma anche di origine di strade e percorsi diversi, con i quali possiamo provare ad esplorare insieme parte di questi mondi.
Qui a Torino, in particolare, le possibilità di scoperta e di approfondimento sono quasi inesauribili: abbiamo a disposizione una rete di monumenti e musei e un patrimonio culturale che aspettano solo di essere avvicinati.

Nel nostro piccolo, di percorsi musicali in collaborazione con le altre istituzioni torinesi, noi ve ne proponiamo nove, alla scoperta della Torino storica, del Risorgimento, delle arti visive e applicate, delle tecniche, del cinema e delle colonne sonore, del lontano Oriente.

Uno degli ultimi nati, al quale teniamo molto, è Il canto magico di Orfeo: cominciando dalle origini, quando in tempo immemore il semidio Orfeo sapeva muovere gli elementi naturali e persino gli dèi grazie alla sua lira e al suo canto, ripercorrendo le tappe della musica e dell’opera tra storia e mito fino ad arrivare al linguaggio musicale del teatro odierno, quello rivolto alla nostra immaginazione e ai nostri sentimenti. Saranno le originali collezioni del Museo di antichità del Polo reale di Torino, tra mosaici, anfore, strumenti musicali e uno sguardo al teatro romano ad accompagnarci e farci visualizzare le diverse tappe di questa storia, completata dagli ascolti guidati e dalla visita alle strutture del Teatro Regio.
Quest’anno, inoltre, il nostro cartellone ci offre l’opportunità speciale di assistere a una rappresentazione dell’Orfeo di Monteverdi, non soltanto un capolavoro musicale ma tappa miliare nella nascita dell’opera lirica; i partecipanti al percorso Il canto magico di Orfeo avranno diritto di prelazione per l’attività di preparazione allo spettacolo All’opera, ragazzi! L’Orfeo.

In conclusione, perché non provare a rispondere alla domanda che vi abbiamo proposto? Che cosa sono per voi la musica e il teatro musicale? Questo ed altri percorsi possono essere un’occasione per scoprire la vostra risposta.

Recensioni sul balletto

Standard

​Riceviamo e pubblichiamo disegni e commenti da alcuni giovanissimi spettatori della prova generale de La bella addormentata nel bosco, in scena al Teatro Regio a dicembre: la parola agli alunni della classe 1a della Scuola media internazionale europea “Spinelli” e dalle alunne del Centro Culturale Shèhèrazade che, matita alla mano, ci spiegano i passi della coreografia e i loro momenti preferiti dello spettacolo!

Con la scuola, andiamo al Teatro Regio a vedere il balletto «La bella addormentata nel bosco», con musiche di Ciajkovskij e coreografia di Nacho Duato. Sono molto emozionata e non vedo l’ora di assistervi. Non sono mai andata al Teatro Regio e non ho mai visto un balletto con ballerini professionisti, che indossano costumi belli e adatti a ogni ruolo. 
Mi piace molto il foyer, è molto originale, mi sembra come se fosse una strada, perché ci sono dei corridoi che sembrano vie che vanno in tutte le direzioni verso le scale, grandi e larghe, con dei lampadari in tutti gli angoli come quelli che si vedono in città. E da fuori si vede tutto questo perché c’è una vetrata su tutta la facciata che dà sulla strada. Poi, quando si entra nella sala dello spettacolo, si vede una marea di gente, quasi tutta la sala è piena. 

E sopra, sul soffitto, ci sono delle luci strane, però belle, che sembrano stalattiti! Si accendono dalla punta verso l’alto, e si spengono progressivamente fino alla punta. Il palcoscenico, per il momento, non si vede, perché ci sono delle tende rosse di velluto lunghe, lunghe, lunghe. Peccato che si veda poco l’orchestra, che sta nella fossa davanti al palco, perché i musicisti suonano molto bene e c’è pure l’arpa che ha una melodia molto dolce. 

Ho detto che c’è molta gente, sì tantissima, quasi tutti i posti sono occupati. La gente è elegante c’è gente giovane oppure anziana, ho pure visto una signora che guardava con un binocolo! 

Elena

Le emozioni della “Bella addormentata nel bosco”


Cominciato lo spettacolo il mio viso è impallidito per le tante piroette e salti che I ballerini facevano: era meglio che in televisione! Ma la cosa che mi ha sbalordito di più è stato l’adagio della rosa: la ballerina si metteva sulla punta dei piedi e i quattro principi, a turno, la facevano girare; e sulla sua faccia era stampato un sorriso, ma dentro di sè era super concentrata.
Per me i costumi più belli sono stati quelli di Carabosse e dei suoi “diavoletti”, che saltavano di qua e di là sembrando rane impazzite e avevano dei vestiti ricoperti da paillettes e come tinta il bianco e il nero che contrastava, e poi Carabosse con la sua lunga veste, che quando sgambettava la lasciava dietro di sè…

Ma la cosa che ho trovato più bella è stata la musica che combaciava esattamente con i passi dei ballerini, e ogni tanto mi sembrava di aver già suonato questi pezzi e quindi sapevo la nota che stava per arrivare.

Félix

La punta della perfezione

Le luci si spengono e l’orchestra inizia a suonare. Entrano i ballerini piano piano fin quando il palco è pieno di donne e cavalieri bellissimi. Mi colpiscono soprattutto i vestiti femminili, bianchi ed oro, molto ampi che si muovono formando onde spettacolari. La coreografia si adatta bene al contesto allegra, vivace, ma allo stesso tempo raffinata. 
Ecco che entrano il Re e la Regina con la piccola Aurora. I loro costumi (anche questi bianchi ed oro) splendono tantissimo, sono pieni di brillanti. La nuova coreografia è molto simile a quella precedente per questo osservo la scenografia: è molto bella, precisa; mi piace il fatto che non distragga dal balletto. Entrano le fate, il loro costume è perfetto: un tutù colorato e luminescente. Iniziano a danzare vivacemente, sono molto allegre e sorridenti. I loro passi le rappresentano: pieni di salti, piroette e felicità.

La musica cambia diventando più cupa, difatti fa il suo ingresso la strega Carabosse insieme ad altri personaggi che sembrerebbero i suoi aiutanti. Carabosse ha un abito nero ed elegante con molte balze che danno un senso di movimento. Trovo molto interessante l’aggiunta degli “aiutanti” che fanno risaltare meglio la strega, questi interagiscono con gli invitati con passi svelti.

Poi è la volta della fata dei Lillà che esegue un bellissimo assolo che trasmette speranza. Finisce il prologo e vado a vedere l’orchestra. Dentro la fossa dell’orchestra noto un’arpa stupenda!

Francesca

“Una fiaba a passi di danza”

… immaginavo ci sarebbe stata poca gente, invece sembra di essere al concerto di Justin Bieber. Dopo dieci minuti di attesa si spengono le luci e si apre il sipario: sta iniziando il balletto. Durante il prologo la principessa Aurora viene maledetta dalla fata Carabosse; nel prologo mi hanno colpita molto l’entrata spettacolare di Carabosse, la sua bruttezza e soprattutto i vestiti: sono impressionanti! Gli abiti della regina e delle damigelle sono ornati tantissimo; la regina è facilmente riconoscibile grazie alla sfarzosità e al luccichio del vestito.
…Il secondo atto è quello che mi è piaciuto di più perché il principe incontra Aurora e la sveglia dal suo sonno. Di questo atto mi è piaciuta la splendida musica di Cajkovskij e di nuovo i rami che scendono come per magia.
Adesso inizio a parlare del terzo e ultimo atto, nel quale Aurora e il principe Desirée si sposano. In questo atto chi ha disegnato i vestiti delle damigelle ha superato se stesso: la stoffa bianca ornata con l’oro è stupenda, c’è solo un problema con quegli abiti: chissà che scomodi che sono, soprattutto se devi ballare mentre li indossi! Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’entrata in scena delle varie fiabe, tra cui ci sono anche due gatti che sono i miei preferiti: mi fanno morir dal ridere quando muovono le “zampe” e le fermano a mezz’aria.

Martina

Il profano al Regio

Standard

Pubblichiamo oggi un altro interessante contributo a firma di tre studenti delle Classi II B e D del Liceo Classico Europeo; i ragazzi hanno assistito allo spettacolo e svolto un approfondimento sui Carmina Burana di Carl Orff, in scena al Teatro Regio lo scorso dicembre. Grazie ancora agli autori per il bel lavoro svolto, alla Professoressa Gavinelli che li ha seguiti e preparati nel percorso, e a voi buona lettura.

image

IL PROFANO AL REGIO

1934. Tra vecchi candelabri, volumi rilegati e oggetti d’ogni sorta si aggira il musicista Carl Orff, incuriosito dagli scaffali impolverati di un piccolo negozio di antiquariato della cittadina di Würzburg, in Baviera.
Ed è proprio mentre sfiora con lo sguardo quegli oggetti abbandonati che qualcosa attira la sua attenzione: è un vecchio libro, ricoperto da un sottile strato di polvere e chiuso da chissà quanti anni. Giace inerme su uno scaffale accanto ad altri volumi sgualciti e non sembra avere nulla di speciale, logorato e ingrigito com’è dall’azione del tempo. Eppure c’è qualcosa nei Carmina Burana che attira lo sguardo di Orff e che lo spinge ad aprire questo antichissimo codice.
Risaltano in tutta la loro enigmatica bellezza alcune miniature medioevali che accompagnano versi in latino e in tedesco. Attratto dal magnetismo delle figure, Orff sfoglia il volume e rimane affascinato dal tesoro che nasconde.
È come se l’inchiostro che impregna la pergamena fluisse nella sua mente, dando origine ad un indescrivibile turbinio di colori e suoni. Dalla fantasia del musicista nasce subito un’idea, una tela bianca che si colora delle tinte della melodia e che traduce in melodia il fascino antico trasmesso dalle pagine del codice.
Scegliendo di musicare 24 dei canti presenti nel codice, Orff portò l’opera a riemergere dagli oscuri fondali del dimenticatoio popolare sotto forma di “cantata scenica” mantenendo il titolo di Carmina Burana.
La storia di questi canti affonda le proprie radici nell’antico Medioevo, al tempo dei clerici vagantes o goliardi, studenti  che, dopo aver abbandonato la carriera ecclesiastica, viaggiavano per l’Europa da un’università all’altra al fine di seguire le lezioni dei migliori professori.
Tra l’XI e il XII secolo,alcuni canti più antichi appartenenti alla tradizione goliardica e studentesca furono racccolti e trascritti nel Codex Buranus, un’opera costituita da duecentoventotto testi poetici scritti in latino e tedesco arcaico –i Carmina, appunto- in cui trovavano espressione le realtà quotidiane dei loro autori.
Tuttavia, dietro ai versi che trattano dei classici temi profani – i piaceri del bere e l’amore – si nasconde un velo di ironia e di sarcasmo, indirizzato soprattutto ai membri del clero.
I clerici vagantes, infatti, disponevano di molti strumenti culturali che permettevano loro di guardare con occhio critico la società e la politica del tempo –erano, ad esempio, insofferenti verso la corruzione del clero-, ma erano anche legati ai piaceri della vita terrena ed ostili agli eccessivi moralismi che spesso immaginiamo come caratteristici della loro epoca.
L’esuberante vivacità e la maliziosa spregiudicatezza dei goliardi si riflette nella scelta dei temi dei canti, primo fra tutti quello della Fortuna, intesa come un’entità superiore da cui dipendono i successi e gli insuccessi degli uomini. Essa è il filo conduttore che lega gli altri canti, una legge di fronte a cui l’uomo e la Natura si devono piegare e che agisce ciclicamente sull’intero Cosmo.
L’opera di Orff si apre proprio con il celebre canto “Oh Fortuna”, dedicato alla ruota della Sorte che gira decidendo il destino degli uomini e si chiude con lo stesso brano, per conferire l’idea di ciclicità della ruota stessa.
La Sorte fa da cornice ad altre tre tematiche, ovvero la primavera, la satira politico-sociale e l’amore.
Emblema della rinascita, la primavera è la stagione in cui nascono gli amori e dove la solitudine e la tristezza dell’inverno cedono il posto alla gioia e all’entusiasmo. Il destarsi della natura risveglia nell’essere umano la passione e l’amore, incoraggiando i sentimenti tra i giovani innamorati.
La Fortuna, invece, determina la sorte degli uomini e le differenze sociali vengono meno di fronte al vino e all’allegria. Ricchi, poveri, giovani e vecchi si uniscono in un canto a Bacco, prede dello stato di spensieratezza dato dal vino. Proprio nei canti che parlano della taberna trova la sua massima espressione lo scopo satirico dell’opera, alimentato dai numerosi richiami ai piaceri del bere.
L’ultima tematica dell’opera di Orff è quella dell’amore, trattata nella Cour d’Amours, un canto dove la bellezza delle vergini e la passione diventano oggetto di un elegante inno a Venere, in cui il romantico e il carnale si fondono insieme.
Le tinte con cui siamo soliti dipingere quell’epoca, quindi, si rivelano poco presenti o del tutto assenti in questi carmi, che costituiscono un meraviglioso affresco del Medioevo profano, una delle poche testimonianze laiche – a tratti addirittura anticlericali- di quest’epoca oscura e misteriosa.
Nonostante la critica del regime nazista che, in occasione della prima rappresentazione nel 1937, non li aveva graditi, i Carmina Burana hanno avuto un successo enorme, sia resi sul palco solo dall’orchestra e dai cantanti sia accompagnati da coreografie.
Cantiones profanae cantoribus et choris cantadae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis, ovvero “Canzoni profane per solisti e coro accompagnati da strumenti e immagini magiche”, infatti, fu l’unica indicazione lasciata da Orff per l’interpretazione scenica del suo capolavoro.
Egli creò un’opera musicale autonoma, ma volle dare rilievo anche a quello che più lo aveva colpito del Codex Buranus, ossia la potenza espressiva e il magnetismo creati dalle miniature.
Tuttavia, sebbene l’intenzione di Orff fosse quella di ricreare nello spettatore le sensazioni che le “immagini magiche” avevano suscitato in lui, per anni i Carmina sono stati resi sul palco come una rappresentazione musicale da concerto (orchestra e coro).
Proprio sul palco del Teatro Regio di Torino, grazie alla regista Mietta Corli, quest’opera ha trovato una delle sue rare espressioni complete.
L’interpretazione scenica, infatti, restituisce un’immagine fedele delle tematiche trattate nei canti, filtrata attraverso le sensazioni che accompagnano le parole dei clerici vagantes e guidata da una ritmica variegata.
Sul palco si alternano ambienti e personaggi d’ogni sorta, impegnati ora in canti e danze armoniose ora in lamenti angosciati e liriche. Solisti, cori maschili, femminili e di voci bianche danzano e si alternano in un gioco di colori accompagnati dalle melodie dell’orchestra, creando un’incredibile alchimia di suoni.
Si passa dagli orologi cosmici di Athanasius Kircher che si fanno interpreti della ruota della Fortuna alle armoniose coreografie della primavera, in cui giovani donne vestite di bianco danzano tra gli alberi in fiore sulle dolci note di una melodia estatica.
Ai suoni forti e angosciosi della taberna rispondono movimenti decisi e vigorosi, mentre eleganti figure femminili accompagnano il dolce e caldo canto dell’amore.
Un affresco musicale che si districa tra latino e tedesco arcaico, arricchito dalla potenza espressiva e dalla suggestione create dai suoni e dal movimento: i Carmina Burana sono un vero e proprio caleidoscopio d’arte.
L’alchimia di suoni creata da Carl Orff e la brillante interpretazione scenica delle “immagini magiche” di Mietta Corli danno vita ad una vera opera teatrale, che riflette nell’essenza la realtà etica dei clerici vagantes e che rievoca un’affascinante pagina della storia medievale.
I Carmina Burana costituiscono un ponte tra una realtà passata e una realtà presente e sono mediatori di verità quotidiane che persistono, nelle quali anche i ragazzi del nuovo millennio possono riconoscersi. Oggi come allora, infatti, la ruota della Fortuna fa il suo corso trascinando con sé gioie e dolori, aprendoci porte ed occasioni che siamo liberi di cogliere e sfruttare.

Castellana Giulia, Catalanotto Elena e De Naro Papa Francesco