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“Mousiké”: Orfeo e noi

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Che cos’è, per voi, la musica?
Difficile, quasi impossibile (e forse non necessario?) dare una definizione.
E chi ha inventato la musica, e perché?
Più affascinante di una risposta certa e diretta è esplorare il mondo di connessioni, storia, richiami, narrazioni, che la musica stessa offre.
Scavando nel nostro passato e nelle etimologie scopriamo un universo intero di significati: la parola greca mousiké indicava infatti l’insieme delle Arti presiedute dalle Muse, dee figlie di Zeus e Memoria. Musica strumentale, canto, danza, poesia, storia, letteratura, teatro –ma anche arti tecniche, tutti elementi imprescindibilmente connessi e egualmente ispirati.

Da quell’universo mitico ha origine il mondo dell’opera e del canto lirico, che ancora oggi a distanza di millenni dalla nascita della tragedia e di secoli dalla Camerata de’ Bardi e poi dei primi teatri all’italiana continua a produrre arte, spettacoli ed emozioni attuali.
L’obiettivo della Scuola all’Opera vuole essere proprio questo: mostrare un pezzettino della vita e dell’attualità di questo mondo, che parla a tutte le epoche e a tutte le età, e aprire una piccola finestra su questo universo di connessioni con la storia, la memoria, le altre arti, la tecnica. Per questa ragione non troverete, nel nostro programma, soltanto opera e soltanto spettacoli: di Stagione in Stagione il palcoscenico è un punto di traguardo ma anche di origine di strade e percorsi diversi, con i quali possiamo provare ad esplorare insieme parte di questi mondi.
Qui a Torino, in particolare, le possibilità di scoperta e di approfondimento sono quasi inesauribili: abbiamo a disposizione una rete di monumenti e musei e un patrimonio culturale che aspettano solo di essere avvicinati.

Nel nostro piccolo, di percorsi musicali in collaborazione con le altre istituzioni torinesi, noi ve ne proponiamo nove, alla scoperta della Torino storica, del Risorgimento, delle arti visive e applicate, delle tecniche, del cinema e delle colonne sonore, del lontano Oriente.

Uno degli ultimi nati, al quale teniamo molto, è Il canto magico di Orfeo: cominciando dalle origini, quando in tempo immemore il semidio Orfeo sapeva muovere gli elementi naturali e persino gli dèi grazie alla sua lira e al suo canto, ripercorrendo le tappe della musica e dell’opera tra storia e mito fino ad arrivare al linguaggio musicale del teatro odierno, quello rivolto alla nostra immaginazione e ai nostri sentimenti. Saranno le originali collezioni del Museo di antichità del Polo reale di Torino, tra mosaici, anfore, strumenti musicali e uno sguardo al teatro romano ad accompagnarci e farci visualizzare le diverse tappe di questa storia, completata dagli ascolti guidati e dalla visita alle strutture del Teatro Regio.
Quest’anno, inoltre, il nostro cartellone ci offre l’opportunità speciale di assistere a una rappresentazione dell’Orfeo di Monteverdi, non soltanto un capolavoro musicale ma tappa miliare nella nascita dell’opera lirica; i partecipanti al percorso Il canto magico di Orfeo avranno diritto di prelazione per l’attività di preparazione allo spettacolo All’opera, ragazzi! L’Orfeo.

In conclusione, perché non provare a rispondere alla domanda che vi abbiamo proposto? Che cosa sono per voi la musica e il teatro musicale? Questo ed altri percorsi possono essere un’occasione per scoprire la vostra risposta.

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Recensioni sul balletto

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​Riceviamo e pubblichiamo disegni e commenti da alcuni giovanissimi spettatori della prova generale de La bella addormentata nel bosco, in scena al Teatro Regio a dicembre: la parola agli alunni della classe 1a della Scuola media internazionale europea “Spinelli” e dalle alunne del Centro Culturale Shèhèrazade che, matita alla mano, ci spiegano i passi della coreografia e i loro momenti preferiti dello spettacolo!

Con la scuola, andiamo al Teatro Regio a vedere il balletto «La bella addormentata nel bosco», con musiche di Ciajkovskij e coreografia di Nacho Duato. Sono molto emozionata e non vedo l’ora di assistervi. Non sono mai andata al Teatro Regio e non ho mai visto un balletto con ballerini professionisti, che indossano costumi belli e adatti a ogni ruolo. 
Mi piace molto il foyer, è molto originale, mi sembra come se fosse una strada, perché ci sono dei corridoi che sembrano vie che vanno in tutte le direzioni verso le scale, grandi e larghe, con dei lampadari in tutti gli angoli come quelli che si vedono in città. E da fuori si vede tutto questo perché c’è una vetrata su tutta la facciata che dà sulla strada. Poi, quando si entra nella sala dello spettacolo, si vede una marea di gente, quasi tutta la sala è piena. 

E sopra, sul soffitto, ci sono delle luci strane, però belle, che sembrano stalattiti! Si accendono dalla punta verso l’alto, e si spengono progressivamente fino alla punta. Il palcoscenico, per il momento, non si vede, perché ci sono delle tende rosse di velluto lunghe, lunghe, lunghe. Peccato che si veda poco l’orchestra, che sta nella fossa davanti al palco, perché i musicisti suonano molto bene e c’è pure l’arpa che ha una melodia molto dolce. 

Ho detto che c’è molta gente, sì tantissima, quasi tutti i posti sono occupati. La gente è elegante c’è gente giovane oppure anziana, ho pure visto una signora che guardava con un binocolo! 

Elena

Le emozioni della “Bella addormentata nel bosco”


Cominciato lo spettacolo il mio viso è impallidito per le tante piroette e salti che I ballerini facevano: era meglio che in televisione! Ma la cosa che mi ha sbalordito di più è stato l’adagio della rosa: la ballerina si metteva sulla punta dei piedi e i quattro principi, a turno, la facevano girare; e sulla sua faccia era stampato un sorriso, ma dentro di sè era super concentrata.
Per me i costumi più belli sono stati quelli di Carabosse e dei suoi “diavoletti”, che saltavano di qua e di là sembrando rane impazzite e avevano dei vestiti ricoperti da paillettes e come tinta il bianco e il nero che contrastava, e poi Carabosse con la sua lunga veste, che quando sgambettava la lasciava dietro di sè…

Ma la cosa che ho trovato più bella è stata la musica che combaciava esattamente con i passi dei ballerini, e ogni tanto mi sembrava di aver già suonato questi pezzi e quindi sapevo la nota che stava per arrivare.

Félix

La punta della perfezione

Le luci si spengono e l’orchestra inizia a suonare. Entrano i ballerini piano piano fin quando il palco è pieno di donne e cavalieri bellissimi. Mi colpiscono soprattutto i vestiti femminili, bianchi ed oro, molto ampi che si muovono formando onde spettacolari. La coreografia si adatta bene al contesto allegra, vivace, ma allo stesso tempo raffinata. 
Ecco che entrano il Re e la Regina con la piccola Aurora. I loro costumi (anche questi bianchi ed oro) splendono tantissimo, sono pieni di brillanti. La nuova coreografia è molto simile a quella precedente per questo osservo la scenografia: è molto bella, precisa; mi piace il fatto che non distragga dal balletto. Entrano le fate, il loro costume è perfetto: un tutù colorato e luminescente. Iniziano a danzare vivacemente, sono molto allegre e sorridenti. I loro passi le rappresentano: pieni di salti, piroette e felicità.

La musica cambia diventando più cupa, difatti fa il suo ingresso la strega Carabosse insieme ad altri personaggi che sembrerebbero i suoi aiutanti. Carabosse ha un abito nero ed elegante con molte balze che danno un senso di movimento. Trovo molto interessante l’aggiunta degli “aiutanti” che fanno risaltare meglio la strega, questi interagiscono con gli invitati con passi svelti.

Poi è la volta della fata dei Lillà che esegue un bellissimo assolo che trasmette speranza. Finisce il prologo e vado a vedere l’orchestra. Dentro la fossa dell’orchestra noto un’arpa stupenda!

Francesca

“Una fiaba a passi di danza”

… immaginavo ci sarebbe stata poca gente, invece sembra di essere al concerto di Justin Bieber. Dopo dieci minuti di attesa si spengono le luci e si apre il sipario: sta iniziando il balletto. Durante il prologo la principessa Aurora viene maledetta dalla fata Carabosse; nel prologo mi hanno colpita molto l’entrata spettacolare di Carabosse, la sua bruttezza e soprattutto i vestiti: sono impressionanti! Gli abiti della regina e delle damigelle sono ornati tantissimo; la regina è facilmente riconoscibile grazie alla sfarzosità e al luccichio del vestito.
…Il secondo atto è quello che mi è piaciuto di più perché il principe incontra Aurora e la sveglia dal suo sonno. Di questo atto mi è piaciuta la splendida musica di Cajkovskij e di nuovo i rami che scendono come per magia.
Adesso inizio a parlare del terzo e ultimo atto, nel quale Aurora e il principe Desirée si sposano. In questo atto chi ha disegnato i vestiti delle damigelle ha superato se stesso: la stoffa bianca ornata con l’oro è stupenda, c’è solo un problema con quegli abiti: chissà che scomodi che sono, soprattutto se devi ballare mentre li indossi! Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’entrata in scena delle varie fiabe, tra cui ci sono anche due gatti che sono i miei preferiti: mi fanno morir dal ridere quando muovono le “zampe” e le fermano a mezz’aria.

Martina

Il profano al Regio

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Pubblichiamo oggi un altro interessante contributo a firma di tre studenti delle Classi II B e D del Liceo Classico Europeo; i ragazzi hanno assistito allo spettacolo e svolto un approfondimento sui Carmina Burana di Carl Orff, in scena al Teatro Regio lo scorso dicembre. Grazie ancora agli autori per il bel lavoro svolto, alla Professoressa Gavinelli che li ha seguiti e preparati nel percorso, e a voi buona lettura.

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IL PROFANO AL REGIO

1934. Tra vecchi candelabri, volumi rilegati e oggetti d’ogni sorta si aggira il musicista Carl Orff, incuriosito dagli scaffali impolverati di un piccolo negozio di antiquariato della cittadina di Würzburg, in Baviera.
Ed è proprio mentre sfiora con lo sguardo quegli oggetti abbandonati che qualcosa attira la sua attenzione: è un vecchio libro, ricoperto da un sottile strato di polvere e chiuso da chissà quanti anni. Giace inerme su uno scaffale accanto ad altri volumi sgualciti e non sembra avere nulla di speciale, logorato e ingrigito com’è dall’azione del tempo. Eppure c’è qualcosa nei Carmina Burana che attira lo sguardo di Orff e che lo spinge ad aprire questo antichissimo codice.
Risaltano in tutta la loro enigmatica bellezza alcune miniature medioevali che accompagnano versi in latino e in tedesco. Attratto dal magnetismo delle figure, Orff sfoglia il volume e rimane affascinato dal tesoro che nasconde.
È come se l’inchiostro che impregna la pergamena fluisse nella sua mente, dando origine ad un indescrivibile turbinio di colori e suoni. Dalla fantasia del musicista nasce subito un’idea, una tela bianca che si colora delle tinte della melodia e che traduce in melodia il fascino antico trasmesso dalle pagine del codice.
Scegliendo di musicare 24 dei canti presenti nel codice, Orff portò l’opera a riemergere dagli oscuri fondali del dimenticatoio popolare sotto forma di “cantata scenica” mantenendo il titolo di Carmina Burana.
La storia di questi canti affonda le proprie radici nell’antico Medioevo, al tempo dei clerici vagantes o goliardi, studenti  che, dopo aver abbandonato la carriera ecclesiastica, viaggiavano per l’Europa da un’università all’altra al fine di seguire le lezioni dei migliori professori.
Tra l’XI e il XII secolo,alcuni canti più antichi appartenenti alla tradizione goliardica e studentesca furono racccolti e trascritti nel Codex Buranus, un’opera costituita da duecentoventotto testi poetici scritti in latino e tedesco arcaico –i Carmina, appunto- in cui trovavano espressione le realtà quotidiane dei loro autori.
Tuttavia, dietro ai versi che trattano dei classici temi profani – i piaceri del bere e l’amore – si nasconde un velo di ironia e di sarcasmo, indirizzato soprattutto ai membri del clero.
I clerici vagantes, infatti, disponevano di molti strumenti culturali che permettevano loro di guardare con occhio critico la società e la politica del tempo –erano, ad esempio, insofferenti verso la corruzione del clero-, ma erano anche legati ai piaceri della vita terrena ed ostili agli eccessivi moralismi che spesso immaginiamo come caratteristici della loro epoca.
L’esuberante vivacità e la maliziosa spregiudicatezza dei goliardi si riflette nella scelta dei temi dei canti, primo fra tutti quello della Fortuna, intesa come un’entità superiore da cui dipendono i successi e gli insuccessi degli uomini. Essa è il filo conduttore che lega gli altri canti, una legge di fronte a cui l’uomo e la Natura si devono piegare e che agisce ciclicamente sull’intero Cosmo.
L’opera di Orff si apre proprio con il celebre canto “Oh Fortuna”, dedicato alla ruota della Sorte che gira decidendo il destino degli uomini e si chiude con lo stesso brano, per conferire l’idea di ciclicità della ruota stessa.
La Sorte fa da cornice ad altre tre tematiche, ovvero la primavera, la satira politico-sociale e l’amore.
Emblema della rinascita, la primavera è la stagione in cui nascono gli amori e dove la solitudine e la tristezza dell’inverno cedono il posto alla gioia e all’entusiasmo. Il destarsi della natura risveglia nell’essere umano la passione e l’amore, incoraggiando i sentimenti tra i giovani innamorati.
La Fortuna, invece, determina la sorte degli uomini e le differenze sociali vengono meno di fronte al vino e all’allegria. Ricchi, poveri, giovani e vecchi si uniscono in un canto a Bacco, prede dello stato di spensieratezza dato dal vino. Proprio nei canti che parlano della taberna trova la sua massima espressione lo scopo satirico dell’opera, alimentato dai numerosi richiami ai piaceri del bere.
L’ultima tematica dell’opera di Orff è quella dell’amore, trattata nella Cour d’Amours, un canto dove la bellezza delle vergini e la passione diventano oggetto di un elegante inno a Venere, in cui il romantico e il carnale si fondono insieme.
Le tinte con cui siamo soliti dipingere quell’epoca, quindi, si rivelano poco presenti o del tutto assenti in questi carmi, che costituiscono un meraviglioso affresco del Medioevo profano, una delle poche testimonianze laiche – a tratti addirittura anticlericali- di quest’epoca oscura e misteriosa.
Nonostante la critica del regime nazista che, in occasione della prima rappresentazione nel 1937, non li aveva graditi, i Carmina Burana hanno avuto un successo enorme, sia resi sul palco solo dall’orchestra e dai cantanti sia accompagnati da coreografie.
Cantiones profanae cantoribus et choris cantadae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis, ovvero “Canzoni profane per solisti e coro accompagnati da strumenti e immagini magiche”, infatti, fu l’unica indicazione lasciata da Orff per l’interpretazione scenica del suo capolavoro.
Egli creò un’opera musicale autonoma, ma volle dare rilievo anche a quello che più lo aveva colpito del Codex Buranus, ossia la potenza espressiva e il magnetismo creati dalle miniature.
Tuttavia, sebbene l’intenzione di Orff fosse quella di ricreare nello spettatore le sensazioni che le “immagini magiche” avevano suscitato in lui, per anni i Carmina sono stati resi sul palco come una rappresentazione musicale da concerto (orchestra e coro).
Proprio sul palco del Teatro Regio di Torino, grazie alla regista Mietta Corli, quest’opera ha trovato una delle sue rare espressioni complete.
L’interpretazione scenica, infatti, restituisce un’immagine fedele delle tematiche trattate nei canti, filtrata attraverso le sensazioni che accompagnano le parole dei clerici vagantes e guidata da una ritmica variegata.
Sul palco si alternano ambienti e personaggi d’ogni sorta, impegnati ora in canti e danze armoniose ora in lamenti angosciati e liriche. Solisti, cori maschili, femminili e di voci bianche danzano e si alternano in un gioco di colori accompagnati dalle melodie dell’orchestra, creando un’incredibile alchimia di suoni.
Si passa dagli orologi cosmici di Athanasius Kircher che si fanno interpreti della ruota della Fortuna alle armoniose coreografie della primavera, in cui giovani donne vestite di bianco danzano tra gli alberi in fiore sulle dolci note di una melodia estatica.
Ai suoni forti e angosciosi della taberna rispondono movimenti decisi e vigorosi, mentre eleganti figure femminili accompagnano il dolce e caldo canto dell’amore.
Un affresco musicale che si districa tra latino e tedesco arcaico, arricchito dalla potenza espressiva e dalla suggestione create dai suoni e dal movimento: i Carmina Burana sono un vero e proprio caleidoscopio d’arte.
L’alchimia di suoni creata da Carl Orff e la brillante interpretazione scenica delle “immagini magiche” di Mietta Corli danno vita ad una vera opera teatrale, che riflette nell’essenza la realtà etica dei clerici vagantes e che rievoca un’affascinante pagina della storia medievale.
I Carmina Burana costituiscono un ponte tra una realtà passata e una realtà presente e sono mediatori di verità quotidiane che persistono, nelle quali anche i ragazzi del nuovo millennio possono riconoscersi. Oggi come allora, infatti, la ruota della Fortuna fa il suo corso trascinando con sé gioie e dolori, aprendoci porte ed occasioni che siamo liberi di cogliere e sfruttare.

Castellana Giulia, Catalanotto Elena e De Naro Papa Francesco

Ecco a voi Hänsel e Gretel

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Il regista Vittorio Borrelli in palcoscenico - il Maestro Giulio Laguzzi pronto per salire sul podio del direttore - la sala vista dalla buca d'orchestra

Il regista Vittorio Borrelli in palcoscenico – il Maestro Giulio Laguzzi pronto per salire sul podio del direttore – la sala vista dalla buca d’orchestra

Tutti in coda! - Le recite serali per i grandi (nella foto, il Liceo Spinelli), le pomeridiane per i più giovani (nella foto la classe II C della Primaria Duca degli Abruzzi)

Tutti in coda! – Le recite serali per i grandi (nella foto, il Liceo Spinelli), le pomeridiane per i più giovani (nella foto la classe II C della Primaria Duca degli Abruzzi)

 

Le nostre protagoniste pronte per salire in palcoscenico! Francesca Sassu (Gretel) e Sofia Koberidze (Hänsel)

Le nostre protagoniste delle recite per le scuole pronte per salire in palcoscenico: Francesca Sassu (Gretel) e Sofia Koberidze (Hänsel)

La buca comincia a riempirsi - ci si scalda dietro le quinte - angeli in abiti civili!

La buca comincia a riempirsi – si studia dietro le quinte – angeli in abiti civili

I cori!

I cori

finalmente si canta! - ci siamo divertiti ...

finalmente si canta! – ci siamo divertiti …

Grandi applausi

Grandi applausi

Prossimamente, qualche immagine di scena 🙂

Vorreste vedere pubblicate le foto della vostra scuola? Mandatecele!

Una sera a teatro

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Siamo ormai ad aprile e sul palcoscenico del Teatro Regio abbiamo visto alternarsi drammi storici, equivoci e macchine comiche di ogni tipo, belcanto, passione, amori, Romanticismo, barocco e Novecento, per non parlare dei grandi titoli di balletto.

Da ottobre ad ora, circa 700 studenti di scuola media e superiore hanno potuto immergersi insieme a noi in questo turbinio musicale e scenografico: per molti di loro era la prima volta.

Con il progetto All’opera, ragazzi! l’esperienza di una sera a teatro diventa accessibile a tutti, grazie a un percorso di preparazione personalizzato. Chi ha detto che l’opera debba piacere solo ai melomani? Il percorso è studiato apposta per giovani e neofiti: si comincia con una lezione introduttiva al titolo in questione, per comprendere bene il contesto storico e artistico che l’ha vista nascere, il linguaggio del compositore e le sue fonti. Qualche ascolto guidato completa il discorso e ci prepara alla visione delle prove. Prove di scena o prove in assieme, a seconda dell’ordine del giorno, a cui si assiste dalla platea come addetti ai lavori, scoprendo come dall’incessante attività in palcoscenico, in buca d’orchestra e dietro le quinte, tra correzioni tecniche e musicali, l’allestimento prende vita a poco a poco. Infine, un’approfondita visita guidata ci aiuta a capire come funziona un grande teatro lirico e conclude il percorso didattico introduttivo.

Il momento clou è naturalmente lo spettacolo serale, insieme al pubblico degli habitué ma con biglietti a prezzo agevolato.

Per chi lo desidera, l’esperienza si conclude poi a scuola, con un ulteriore intervento dei didatti de La Scuola all’Opera per una critica musicale e un commento alla rappresentazione e sull’intera esperienza.
All’opera, ragazzi! è un’opportunità per venire a contatto con un universo artistico e musicale unico nel suo genere: la vostra partecipazione sempre entusiasta ce lo conferma.

montaggio stagione

Grazie ai 700 ragazzi e professori che hanno lavorato con noi su Otello, Giulio Cesare, Giselle, Don Chisciotte, Goyescas, Suor Angelica, Le nozze di Figaro e Il turco in Italia e grazie a quelli che ancora aspettiamo, dalla prossima settimana, per I Puritani, Hänsel und Gretel e Faust.

E per chi volesse solo un assaggio, senza l’impegno dello spettacolo serale, c’è il percorso Un giorno all’opera, che agevola in modo speciale chi arriva da lontano.

Vi è venuta voglia di venirci a trovare? Se siete curiosi di scoprire il nuovo cartellone 2015/16 per scegliere il titolo più adatto a voi, vi aspettiamo lunedì 13 aprile alle ore 11, in Sala Caminetto, per la presentazione della nuova Stagione d’Opera.
A presto!

Le nozze di Figaro raccontate ai ragazzi

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Tra pochi giorni sarà in scena, qui al Teatro Regio, un’opera considerata tra i più grandi capolavori di tutti i tempi. Stiamo parlando de Le nozze di Figaro, firmata dal genio mozartiano nel 1786. Tratta dal secondo capitolo della celebre trilogia di Beaumarchais, considerata a lungo troppo sovversiva per poter essere data nei teatri, rappresenta in pieno lo spirito dei tempi: Luigi XVI ebbe a dire che si sarebbe dovuto “demolire la Bastiglia, perché […] questa commedia non fosse un’incoerenza pericolosa“. Di lì a poco, la rivoluzione lo avrebbe accontentato. Agli occhi di molti la riduzione per musica di Mozart, su libretto di Da Ponte, perde buona parte della sua esplosiva carica sociale a favore di un più accentuato carattere da opera comica, incentrato sull’opposizione tra maschile e femminile, sull’intrigo e sugli amori delle coppie più che nella contrapposizione tra classi sociali. È vero fino ad un certo punto: in realtà le Nozze versione mozartiana, pur nel loro carattere da commedia, mostrano un dramma psicologico dei più moderni, dove si intrecciano personalità diverse, ognuna con la sua interiorità e col suo carattere, lottano e si scontrano per raggiungere la felicità.

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Ma la felicità di ognuno, come si vede nel brillante e magnanimo finale, dove tutti gli intrighi si svelano e le macchine si sciolgono, non è la felicità di tutti: e solo quest’ultima si può raggiungere, a patto di cedere, ognuno, qualcosa a favore dell’altro.

Siamo quindi ben lungi dall’appiattimento dei caratteri di una tipica “commedia per musica”, e in un campo assolutamente nuovo, un po’ ambiguo, del teatro musicale: un’opera complessa e difficile da inscrivere in una definizione o un’etichetta, sia per i contemporanei, sia per chi, come noi, la ascolta secoli dopo.

Come ben sapete, le difficoltà non ci spaventano: ed è proprio questo titolo così complesso ad andare in scena, qui al Teatro Regio, non solo nel cartellone principale, ma anche nella Stagione de La Scuola all’Opera, in formato pocket. Non si tratta di arrangiamento o semplificazione, quanto di una riduzione: intatto l’organico orchestrale e la messa in scena, è stata snellita però la storia e tagliate alcune parti per facilitare l’esperienza al pubblico dei giovani. Per inoltrarsi nella complessità dei caratteri e della musica ci vuole una guida esperta: e chi meglio di Cherubino, adolescente e coetaneo del nostro pubblico, protagonista e testimone della “folle giornata”? Sarà lui a indirizzare occhi e orecchie dei presenti in sala verso le meraviglie della composizione e della drammaturgia. A firmare questa originale e accattivante “guida all’ascolto in diretta” sarà nuovamente l’ormai esperta penna di Vittorio Sabadin, che con il fortunatissimo Flauto magico raccontato ai ragazzi dell’anno scorso ha dimostrato di essere più che all’altezza dell’arduo compito di presentare Mozart ai giovani.

In buca, l’orchestra sarà guidata dalla bacchetta del maestro Giulio Laguzzi, anche lui ormai un veterano degli spettacoli per le scuole. Regia a firma di chi i giovani li conosce molto bene, la nostra Anna Maria Bruzzese.

Il Liceo Amaldi e Don Carlo

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Con grande piacere condividiamo con voi il percorso che la classe III B del Liceo Amaldi di Orbassano, preparata dalla professoressa Albertetti, ha svolto sull’opera Don Carlo nel corso della passata Stagione partecipando al progetto All’Opera, ragazzi!: un viaggio “dietro le quinte” del melodramma che ha compreso una lezione sul titolo prescelto, visita guidata alle strutture del teatro, visione delle prove e finalmente l’emozione dello spettacolo, accompagnati in tutto dalla nostra esperta Caterina Cugnasco.

Giorgia ha raccontato la sua esperienza in un tema che risponde alla prima traccia:

“Don Carlo” è un’opera scritta da Giuseppe Verdi, ambientata nella Spagna cinquecentesca, che si basa su fatti storici realmente accaduti: Filippo II era il figlio dell’imperatore Carlo V; dalle sue prime nozze nacque un figlio, a cui si diede il nome di Carlo in onore del nonno. Quando Carlo V decise di ritirarsi dalla vita politica, la corona di Spagna passò a Filippo II. Per sancire la pace tra Spagna e Francia, Filippo II sposò Elisabetta di Valois, sebbene ella fosse stata promessa in matrimonio a suo figlio Carlo. La vicenda parte da questo evento: Verdi mette in risalto la sofferenza del povero Carlo, affranto dalla notizia che Elisabetta diventerà la sua matrigna. Al contrario del padre, Carlo ha un carattere sensibile e dolce, ma allo stesso tempo irrequieto; i suoi atteggiamenti evidenziano il permanere, in lui, di qualche atteggiamento da ragazzino immaturo. Nell’opera rappresentata al Teatro Regio, il direttore artistico sceglie un Don Carlo che per le caratteristiche fisiche ricorda molto un ragazzo, ma per quanto riguarda l’aspetto musicale ha una voce non tanto potente, quanto espressiva ed emozionante. Al fianco di Don Carlo vi è Rodrigo, il suo amico del cuore. Rodrigo è il marchese di Posa. Il suo ruolo è uno dei più importanti: da una parte consola ed aiuta Carlo a riprendersi dall’amore spezzato per Elisabetta, dall’altro è anche una persona fidata per Filippo. Per lui il direttore artistico sceglie un cantante molto adatto alla caratterizzazione di Rodrigo che emerge dalla trama; infatti l’interprete ha una voce molto potente, decisa e convincente; anche in quanto ad aspetto fisico rispecchia un uomo forte, che è in grado di affrontare situazioni diverse. Ma l’aspetto più interessante, su cui mi voglio maggiormente soffermare, è il rapporto tra questi due personaggi: una forte amicizia li lega, un rispetto reciproco che emerge già all’inizio dell’opera. Il duetto, cantato da Carlo e Rodrigo, “Dio che nell’alma infondere”, fa capire quanto i due personaggi siano legati: “Giuriam insiem di vivere/ e di morire insieme”. Questo duetto è forse uno dei più amati del pubblico, poiché presenta un valore comune a tutti: il legame di amicizia che non ha fini secondari, ma trova il proprio fine in se stesso: Rodrigo e Carlo si vogliono veramente bene, e non in modo interessato per arrivare ai beni posseduti dall’altra persona. Inoltre il brano scritto da Verdi è molto melodico e permette a chi lo ascolta un apprezzamento musicale, ma anche un coinvolgimento emotivo. Al Teatro Regio ho notato che esso è stato così forte da suscitare in platea, sottovoce, un coro improvvisato. D’altra parte, i due cantanti sono stati capaci di interpretare il duetto in modo eccellente. Ho apprezzato molto il gesto d’affetto, un caloroso abbraccio, scambiato tra i due amici, che ha reso la scena molto più realistica. I costumi erano molto curati e non si è trascurato nessun particolare. La scenografia non mi ricordava tanto la Spagna cinquecentesca, ma piuttosto una Roma antica alquanto lugubre; però le luci intensificavano e valorizzavano le scene di don Carlo e Rodrigo poiché facevano risaltare i tratti del viso. Verso il finale assistiamo a una scena commovente da cui tutti rimaniamo colpiti: la morte di Rodrigo. E’ un fatto inaspettato e triste. Tutti riusciamo ad immedesimarci nel povero Carlo che, oltre a vedere sfumato davanti a sé l’amore per Elisabetta, subisce la perdita del suo più caro amico. Prima di morire Rodrigo dice una frase per Carlo, che ha suscitato in tutti noi compassione e nei più sensibili una lacrima: ”Ed io morir per te”.

Federico, Irene e Gaia hanno scelto invece la traccia numero due.

Il tema di Federico:

Caro Giovanni,
il 18 Aprile insieme alla mia classe, alla sera, sono andato a Teatro Regio.
Per quanto riguarda l’abbigliamento, la preparazione a casa è stata da comica: prima ho bisticciato con mia madre sul fatto di mettere o non mettere la cravatta; quando ho indossato la giacca, ho passato cinque minuti a cercare di muovermi perché mi sentivo un albero; terminati questi sforzi, insieme a due miei amici, Marco e Lorenzo, sono andato a Torino in piazza Castello, dove c’è il teatro. Eravamo tutti vestiti bene, a differenza dei ragazzi di un’altra classe, che sembravano arrivati lì per caso. In teatro ho visto gente molto elegante: non me lo aspettavo neanche. Prima di entrare ci siamo fatti duecento fotografie, ed io avevo gli occhi che mi facevano male. Una volta giunti nel foyer, ci hanno dato i biglietti: noi avevamo le poltrone con i numeri pari, e i nostri posti erano nel centro della sala, verso destra; la visuale era abbastanza buona. Durante lo spettacolo la professoressa ci aveva detto di avere riguardo per i melomani e di non fare rumore, altrimenti ci avrebbero sgridati. In realtà durante lo spettacolo c’è stato abbastanza rumore: gente che tossiva, gente che si alzava, persone che guardavano il cellulare, altre che sgridavano le persone che guardavano il cellulare, e allora incominciavano a bisticciare. Però tutto ciò non mi ha disturbato; anzi, mi ha anche un po’ rilassato, perché io sono entrato convinto di non dover neanche respirare. Per quanto riguarda la scenografia, ne sono stato colpito molto: c’erano due grandi colonne che erano l’elemento architettonico principale, e gli sfondi erano molto suggestivi e gran parte delle volte riportavano decorazioni floreali. Le luci erano usate efficacemente; c’era un’alternanza di colori che ti inducevano proprio a immedesimarti nella scena. Un altro elemento che trovato molto bello era la musica, che rappresentava lo stato d’animo dei personaggi. Gli abiti erano d’epoca e si vedeva che erano pregiati. Una cosa che mi ha molto colpito è il fatto che gli interpreti cantassero senza microfono, e a me non sembrava vero. Io ti consiglio almeno una volta nella vita di andare a vedere un’opera lirica, anche se può succedere, come è successo a me, che ci si può addormentare!

Ciao, Federico

Irene ha scritto:

Cara Giorgia,

il teatro d’opera è come una canzone: quando la ascolti per la prima volta, non ti concentri su tutti i suoi dettagli, però ti accorgi che alcune delle sue parti sono davvero emozionanti e coinvolgenti. Quando io ascolto una canzone, le prime volte mi soffermo poco sulle parole e più sulla melodia, sul ritmo e sul ritornello. Anche la mia prima volta a teatro è stata così: era un ambiente che non avevo mai visto in nessun’altra occasione, che mi ha colpito particolarmente nei suoi colori, nella sua imponenza e solennità. Come per una canzone, dunque, mi sono soffermata soprattutto sugli elementi più vistosi, quali i costumi, le melodie, l’aspetto dei personaggi, la presentazione della scenografia e gli oggetti di scena. Invece non ho fatto particolare caso allo svolgimento dei fatti della vicenda, alle parole scambiate tra i personaggi e al tono con il quale venivano espresse, ai virtuosismi dei cantanti, poiché non ero abituata ad assistere a questo tipo di spettacolo. Invece le persone attorno a me davano l’idea di conoscere bene quella situazione; infatti la maggior parte di loro apprezza il teatro proprio per le componenti su cui io ho sorvolato. A me è piaciuta anche l’emozione della preparazione e dell’accurata scelta di abbigliamento, in modo che fosse consono; mi è piaciuto ammirare i miei compagni nei loro abiti più eleganti e sofisticati. Avresti dovuto vederli! E non eravamo gli unici; a teatro è di consuetudine abbigliarsi in modo raffinato e distinto, nonostante gli abiti si notino solo nell’intervallo e nei minuti che intercorrono tra l’entrata e il raggiungimento del proprio posto. I nostri erano nella platea: poltrone comodissime e disposte in modo che si potesse vedere tutto il palcoscenico. Le nostre postazioni erano particolarmente buone, leggermente laterali rispetto a quelle più centrali, a una distanza dalla quale ancora distinguevo bene i volti dei personaggi, che in quella rappresentazione erano particolarmente belli. Ho avuto l’occasione di confrontare quest’opera con altre, messe in scena in diverse città. Ho potuto constatare che al Teatro Regio le luci sono molto forti, i colori dei costumi e dei fondali particolarmente accesi e vivi, gli oggetti di scena ben disposti e curati nel dettaglio, tanto da sembrare veri, in una tridimensionalità realistica; inoltre, ascoltando altre rappresentazioni, ho fatto caso che, allo spettacolo a cui io ho assistito, i cantanti erano a tempo perfetto con l’orchestra, ma anche tra di loro, in duetti o nel coro. L’orchestra poi, era sensazionale. Anch’essa sembrava essere uno strumento unico, in perfetta sintonia e magnifico tempismo. In realtà mi aspettavo che mi facesse più effetto ascoltare un’esecuzione dal vivo, ma forse oggigiorno i mezzi tecnici di trasmissione della musica hanno raggiunto livelli acustici talmente buoni da ridurre al minimo la differenza. È stato invece emozionante ascoltare le strabilianti voci dei cantanti, molto diverse tra loro, ma adattissime ai personaggi da interpretare. Ora tu, Giorgia, non conosci la storia che io ho seguito, ma ti assicuro che era tutto molto azzeccato: a personaggi timidi e impacciati sono stati attribuiti toni e parole adeguati alla loro caratterizzazione; a quelli più disinibiti ed esuberanti, presenze dinamiche ed energiche. È in base a questi aspetti che io ti consiglio di provare, almeno una volta, questa esperienza, e confronteremo poi i nostri pareri. Il consiglio più importante che posso darti per poterti godere al meglio lo spettacolo, qualunque esso sia, è di assicurarti una buona postazione a sedere e di conoscere almeno le basi della storia che viene rappresentata. Un altro suggerimento è quello di fare molto silenzio. Il teatro costa moltissimo ed è una vera passione: le persone intorno a te saranno sicuramente interessate a godersi lo spettacolo in tutte le sue sfumature, senza essere disturbate. Posso ancora dirti di scegliere una storia che ti piaccia. Il “Don Carlo” è una vicenda che ho percepito come molto distante dai giorni nostri: per molti aspetti non è stata realistica, ma è comunque comprensibile, poiché è ambientata alla fine del 1500. Non è stato soddisfacente nemmeno il finale, poco chiaro e privo di spiegazioni concrete. Inoltre la durata complessiva era un po’ pesante. Scendendo nel dettaglio, le arie sono le parti che mi sono piaciute meno. Invece, le scene in cui erano presenti molti personaggi sono state davvero meravigliose e coinvolgenti, e sono riuscita ad immedesimarmi (anche solo nella singola scena). Un’altra cosa che ho trovato sorprendente, sono stati i numerosissimi applausi finali, che non mi aspettavo così lunghi e sentiti, e a cui ho partecipato anche io, con maggior calore quando volevo elogiare i cantanti che ho maggiormente gradito. Come quando finisci per conoscere a fondo una canzone, dopo averla ascoltata molte volte, così accade anche per il teatro; più lo conosci, più ne scopri tutte le sfumature che ti permettono di innamorartene. Ascolta, anche tu, la tua canzone per la prima volta.

Ciao, Irene

E infine, il lavoro di Gaia:

Ciao Stef,
Come promesso eccomi qui a raccontarti della serata del 18 Aprile! So che non stai più nella pelle e vuoi sapere come sia andata, quindi ho cercato di mettermi all’opera (come sono simpatica!) il prima possibile nello scriverti questa mail. A dire la verità, non riesco a prendere una posizione ben precisa nel commentare la serata, non so nemmeno da dove iniziare! Il pensiero che più mi tormentava prima dello spettacolo (intendo dire le circa 758.231 ore prima) era l’abbigliamento. Ovviamente, se n’era parlato più volte in classe, ma, come sempre, non sono riuscita a decidermi fino all’ultimo momento. Non avevo molta scelta: i prof ci avevano raccomandato di sbizzarrirci e, lo sai, in questi casi non mi tiro indietro. Una volta arrivata davanti al Regio, elegantissima come poche volte nella mia umile esistenza, guardavo i miei compagni altrettanto eleganti. Credo che non ci sarebbe stato uno stile più adeguato della nostra eleganza in quel contesto. Pensare a come eravamo belli, in giacca, cravatta, tacchi e vestitini, mi fa sorridere. A parer mio, questa è stata una delle parti più divertenti dell’esperienza! Abbiamo scattato un sacco di fotografie. All’ingresso, siamo stati trattati come dei veri signori. D’altronde, la maggior parte del pubblico lo era effettivamente: raffinate signore tenevano sotto braccio i loro accompagnatori in papillon. Una volta entrata in sala, l’atmosfera è cambiata del tutto: gli spettatori, come formichine, si dirigevano frenetici verso la loro poltrona numerata. Per un momento sono stata pervasa da un leggerissimo senso di terrore: le loro abitudini non facevano parte di me, mi sentivo un’estranea in mezzo a tutta quella formalità. A luci spente, la mia concentrazione si è spostata sulla scenografia. Te ne parlo perchè so che ne andresti pazzo! Era davvero suggestiva. Perfino una parte del sipario, nonostante fosse solo un velo, risultava tridimensionale e sembrava risplendere di filamenti d’oro. L’illuminazione mi ha colpita molto: gli oggetti di scena erano così ben irradiati dalla luce che sembravano dipinti, si armonizzavano al resto dell’allestimento, non risultavano corpi estranei. Sul palco tre immense colonne corinzie sembravano ergersi per trasmettere solennità. Proprio su questo aggettivo era incentrata tutta l’atmosfera, necessaria per rappresentare al meglio la vicenda. Una buona, che dico, buonissima parte è svolta dalla musica! Purtroppo per te, mio caro pianista, non c’erano brani per pianoforte, ma l’orchestra era davvero spettacolare anche senza. I corni e i timpani suonavano laddove la serietà incombeva, mentre arpa e flauti diffondevano allegria e leggerezza quando le danze si aprivano. Mi ha colpito particolarmente un’aria, quella d’apertura. Nel chiostro di S. Yuste si celebrava il sovrano Carlo V, morto da non molto. La sala si era caricata di maestosità; un coro di frati inizialmente pronunciava il nome del sovrano con un tono molto basso, quasi avendo paura ad evocarlo. D’un tratto il teatro tremò, complici le percussioni e la voce possente del frate solista. L’atmosfera si era trasformata, evocando la venerazione più assoluta. Devo dire che avrei preferito ascoltare più musica, senza che la melodia fosse interrotta dalla voce dei cantanti, anche se riconosco che era veramente potentissima, versatilissima e davvero fuori dal comune. Tutta l’opera si incentra su questi particolari aspetti, capacità vocale e interpretazione, ma il melodramma tende ad avere effetti soporiferi sugli spettatori! A questo si aggiunge la lunghezza dello spettacolo: quattro atti, tre ore, un unico intervallo. Tu, tabagista, non avresti resistito! Come avrai notato, gli aspetti positivi sono di gran lunga più numerosi rispetto a quelli negativi. E’ ormai chiaro che andare all’opera è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. Essere degli appassionati, dei melomani, degli esperti, non è strettamente necessario; tuffarsi in un mondo che non è tuo porta al piacere di lasciarsi affascinare e, chissà, farsi trascinare alla scoperta di una nuova passione.
Tanti tanti baci,
Gaia

Complimenti a tutti i ragazzi e grazie per aver condiviso con noi il vostro lavoro!