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Scuolallopera: networking

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Piazza Castello 215; il nostro Teatro si trova nel cuore di Torino, al centro geografico di una città che ha nella storia e nella cultura le sue più grandi ricchezze.

È stato quindi naturale per la Scuola all’Opera cercare da subito di creare una rete che da questo centro potesse ricongiungersi al territorio, valorizzando quelle connessioni che legano il melodramma a tutte le altre arti e discipline.

L’opera, infatti, è il più multimediale degli spettacoli; e il teatro musicale da sempre è stato non soltanto colonna sonora, ma un vero e proprio fil rouge in grado di attraversare e legare i più diversi saperi, dalle arti visive all’architettura e all’urbanistica, dalla storia alla scienza, dall’archeologia all’anatomia, all’organologia.

Se ciò non bastasse, provate a pronunciare la parola “interdisciplinare” davanti a un didatta e vedrete come gli si illuminano gli occhi… e la squadra dell’Ufficio Scuole non ha fatto eccezione, già dai primissimi anni di attività cercando un modo per creare una rete di collaborazione tra il Regio e le altre istituzioni culturali di Torino.

Se qualche giorno fa vi abbiamo parlato di coinvolgimento del pubblico, oggi vi parliamo della storica collaborazione con i musei e gli altri teatri della nostra città.

Piazza Castello vista dall’Ufficio Scuole

Già nel ‘91 nacque il primo “progetto pilota” di quello che negli anni sarebbe divenuto un ricchissimo catalogo di Progetti di rete, o, nel gergo di noi guide, di “Giornate”.

Ricordo ancora la mia prima “Giornata” quando seguii Francesca nel percorso denominato “Regio e dintorni”, che comprendeva la visita a Palazzo Reale , il Museo del Risorgimento e il Teatro Regio, oppure il percorso seguito con Elisabetta dove, dopo il pranzo in mensa, portammo i ragazzi nel fantastico Museo della marionetta. E poi toccò a me…! Quanti percorsi, quante collaborazioni, quanti enti e realtà museali abbiamo sfiorato e in qualche modo fatto un po’ nostri… alcuni progetti si sono dispersi con il passare degli anni, altre attività proseguono ancora.” Stefania

Sempre in quegli anni, nacque un altro progetto in collaborazione con la GAM Galleria d’arte moderna e contemporanea: il percorso raccontava i quarant’anni d’oro delle arti sul palcoscenico torinese tra la prima assoluta di Bohème, nel 1896, e il tragico incendio del 1936 che segnò la fine del primo Teatro Regio.

Attività bellissime ma molto impegnative, proprio per la molteplicità dei percorsi e la necessità da parte di noi guide di continuare a studiare e a prepararci sugli argomenti più svariati da dover presentare ogni volta a un pubblico diverso.

Ricordo quando ho iniziato a fare tutti percorsi, un’attività molto intensa dovendo prepararli di volta in volta, da una settimana all’altra. Con i percorsi, ogni giorno sembrava un giorno diverso, un giorno di nuova conoscenza; un lavoro che mi ha arricchita all’ennesima potenza.” Erica

Negli anni, i percorsi di rete sono molto cambiati, nello sforzo di migliorarli dal punto di vista didattico e di rimanere al passo con le nuove istituzioni culturali che emergevano nel territorio. Un esempio è stato l’antico Anello dei teatri, che portava i ragazzi alla scoperta dei luoghi di spettacolo storici di Torino, dal teatro romano al Carignano, dal teatro d’Angennes all’auditorium RAI, poi trasformatosi in Il Teatro del Principe, il teatro del Re. Nato il Museo del Cinema, Francesca ideò Cinema e musica -oggi Musica e film, con la riscoperta e il restauro della Venaria Reale proponemmo Dalla Reggia di Venaria al Teatro Regio . Impossibile non parlare poi della connessione tra il Regio e la corte sabauda, argomento che abbiamo esplorato prima di tutto nel percorso La piazza, il palazzo, il teatro in collaborazione con Palazzo Madama, e nei percorsi con Palazzo Reale, la Reggia di Venaria, Stupinigi.

La più longeva tra tutte queste collaborazioni è stata quella con il Museo del Risorgimento, cominciata nei primissimi anni e attiva ancora oggi: il percorso che abbiamo costruito si intitola Il Melodramma, la voce del Risorgimento, ed è dedicato al ruolo determinante che la musica ha avuto nella creazione delle coscienze e di un senso di appartenenza.

Per la loro varietà, i percorsi di rete sono inoltre una delle attività che principalmente mettono in luce le diverse competenze delle “guide”, tra le quali, come state scoprendo dalle piccole bio in calce, ci sono musicologi e musicisti, storici dell’arte, ballerini, insegnanti, architetti e scrittori. Molti di noi hanno dato un contributo diretto alla nascita o all’arricchimento di un percorso, grazie al loro specifico bagaglio formativo e professionale.

Il mio contributo da collaboratrice de La Scuola all’Opera, oltre alle visite guidate e ai laboratori di danza, si è basato principalmente sul guidare i percorsi che connettono l’opera ad altre realtà culturali, come i percorsi con Palazzo Reale e L’arte di apparire con Palazzo Accorsi.” Antonella

“La mia specializzazione in Storia dell’Arte mi ha permesso di lavorare soprattutto per ciò che riguarda le attività interdisciplinari, ovvero tutti quei percorsi che, nel corso degli anni, sono stati organizzati in collaborazione con musei ed enti del territorio. Oltre ai percorsi ancora attivi, in passato ho avuto l’onore di lavorare anche con i colleghi della Galleria Sabauda, del Palazzo Reale, della GAM, di Palazzo Barolo, di Palazzo Bricherasio (quando ancora era sede di esposizioni straordinarie… ricordate la mostra sugli Impressionisti del 2003/04?). La mia conoscenza del patrimonio artistico della nostra bellissima città si è enormemente ampliato e rafforzato grazie a tutte queste esperienze.Simona

I percorsi in collaborazione con gli altri musei sono un’attività che davvero mi appassiona, perché danno ai ragazzi la possibilità di scoprire la connessione tra diverse materie di studio e permettono a noi di collaborare con realtà dalle quali non possiamo che trarre un arricchimento. Sono una delle orgogliose creatrici del percorso Echi d’oriente , in collaborazione con il MAO – Museo d’Arte Orientale, nel quale si parla molto di opera, ma anche di balletto, e ho avuto la fortuna di poter ripensare, con altre colleghe, il percorso Il teatro del Principe, il teatro del Re, in collaborazione con la Fondazione Teatro Stabile di Torino, che ci permetteva di ripercorrere la storia dell’edificio-teatro entrando in un capolavoro barocco come il Teatro Carignano mettendolo a confronto con il nostro moderno Regio.” Caterina

Dopo i primi mesi in cui feci “solo” visite guidate, studiando e seguendone alcune (Elisabetta è stata la mia Maestra, non solo per le visite, ma anche per tutte le altre attività), arrivarono i percorsi di rete e infine le mostre: sui costumi di scena (Frammenti d’opera al Castello di Racconigi nel 2008, L’oro e la seta alla Fondazione Accorsi-Ometto nella stagione 2010/2011) e su Carlo Mollino agli Archivi di Stato (da cui nacque un percorso intitolato Carlo Mollino, architetto e fotografo in collaborazione con la Fondazione Palazzo Bricherasio). Negli ultimi due anni sono stati creati due i percorsi alla cui nascita ho contribuito in prima persona: Orme sonore, in collaborazione con la Palazzina di caccia di Stupinigi e Musica signa, in collaborazione con l’Officina della scrittura.”Benedetta*

Tra i partner che ci hanno accompagnato negli anni non possiamo non citare anche la Galleria Sabauda, il Museo di Antichità, il MUSLI – Museo della scuola e del libro per l’infanzia, Xkè? – Il laboratorio della curiosità e il Borgo Medievale di cui vi abbiamo parlato nella puntata dedicata ai laboratori, il Museo del paesaggio sonoro per il progetto Tutto fa musica, la Compagnia Stilema Uno Teatro per i laboratori di recitazione legati ai nostri titoli di cartellone, e la Casa Teatro ragazzi e giovani. Da qualche anno, inoltre, si è attivata un’ulteriore collaborazione alla quale teniamo molto: quella con il Museo diffuso della Resistenza. Fu un’idea di Marina affiancare allo spettacolo per il Giorno della Memoria un percorso interdisciplinare che aiutasse i ragazzi a toccare con mano quanto questa parte di storia sia ancora molto vicina a noi, sia nel tempo sia nello spazio.

Negli anni, questa rete di collaborazioni ci ha arricchito non solo di arte, conoscenza ed esperienza didattica, ma anche di persone; diversi dei nostri collaboratori li abbiamo guadagnati proprio in questo modo. Impossibile non citare, ad esempio, Strumenti in galleria, storico percorso grazie al quale abbiamo conosciuto Sara detta Sara Grande*, all’epoca “guida” in Conservatorio e da allora parte del nostro team. Grazie alla collaborazione con Università e Conservatori, negli anni, si sono succeduti in Ufficio molti stagisti e tirocinanti di belle speranze e grande passione per l’opera: alcuni di questi sarebbero in seguito diventate nuove valide leve della squadra Scuola all’Opera, come Roberta* e Sara detta Sarìn*.

Parlando di persone, quei primi anni di grandi attività vedono un altro momento epocale nella costruzione del team: nel 1994 l’Ufficio si arricchisce con l’arrivo di Andrea, che ancora oggi ne è parte imprescindibile.

Al mattino facevo la “guida”, il pomeriggio supportavo la signora Bellina nell’Ufficio Scuole, la sera lavoravo come maschera, praticamente vivevo in Teatro.
Dal 2011 mi sono ritrovata una compagna di banco d’eccezione: Elisabetta, amica fin dai tempi dell’Università. Negli ultimi tempi è subentrata la preziosissima Benedetta, sotto la supervisione di una responsabile a cui va tutta la mia ammirazione oltre che la mia amicizia, Marina.”
Andrea

Piazzetta Mollino: le Luci d’artista uniscono l’Archivio di Stato juvarriano al Teatro Regio

In queste tre puntate vi abbiamo raccontato quello che abbiamo fatto noi: ma anche voi avete fatto molto, mostrando una partecipazione, una creatività e una passione che il Regio ha cercato di premiare.

Nel prossimo appuntamento, dunque, saranno protagonisti le vostre opere e i premi che con queste vi siete meritati.

IN QUESTA PUNTATA ABBIAMO CONOSCIUTO

*Benedetta Macario, al Regio dal ‘99, ha una laurea in Storia della musica, un dottorato in Storia e critica delle culture e dei beni musicali, una laurea in Composizione ed è diplomata in Musica corale e direzione di coro. In mezzo a cotanto studio è riuscita anche a insegnare, tenere conferenze e lezioni-concerto e lavorare alla redazione dei programmi di sala di MITO SettembreMusica. Dal 2019 è entrata in Ufficio, dove ora insieme ad Andrea porta avanti le attività de La Scuola all’opera.

*Sara Sartore, musicista, didatta della musica e insegnante. Oboista, il suo amore più grande va in realtà al corno inglese -e non possiamo darle torto. Collabora con il Regio dal 2009.

*Roberta Ghiotto, in Teatro dal 2013, collabora come guida anche con altre istituzioni culturali. Laureata al DAMS, la sua grande passione per le parole, la comunicazione e le lingue è stata una carta vincente per le proposte didattiche del Regio.

*Sara Schinco è laureata in Restauro architettonico e in Didattica della musica. Come svago, impara lingue straniere e scrive: questo blog, articoli di musica, programmi di sala, Nostri Libretti e altre cose più o meno serie. Ama spassionatamente l’opera, ma i suoi toppermost of the poppermost sono il Quartetto Cetra e Natalino Otto.

Scuolallopera: now on stage (’91-’92)

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Al termine della prima puntata, abbiamo lasciato un Ufficio Scuole appena nato, formato da un gruppo di collaboratori che, durante la visita, accompagnano il pubblico a scoprire la vita quotidiana nei luoghi più reconditi del teatro, dalla magnificenza del foyer al fascino della sartoria e delle sale prova.
Tra tutti questi luoghi magici, ce n’è uno ancora più speciale, che esercita un’attrazione magnetica ma cui solo gli addetti ai lavori hanno accesso: il palcoscenico.

Il palcoscenico è il posto dove l’incantesimo si compie: dove lo scorrere del tempo è dettato dalla musica e dove siamo proiettati in un altro spazio e l’inverosimile diventa reale.

È lì che prende vita lo spettacolo ed è lì che tutti i lavoratori del Teatro vedono il risultato dei propri sforzi: tutto ciò che è stato deciso negli uffici della Palazzina Alfieri, preparato dietro le quinte, messo a punto nelle sale prova, ogni cosa è finalizzata al palcoscenico.

Anche il neonato Ufficio Scuole ha quello stesso obiettivo, e sa che la visita guidata è quindi solo il primo passo in un viaggio che ha come meta finale una poltrona in platea.

Avvalendosi del prezioso contributo di Rosy Alciati*, che collabora in quegli anni come responsabile della didattica, il giovane team delle Scuole comincia quindi a sperimentare nuovi percorsi di avvicinamento agli spettacoli di cartellone.

Nel 1992 nascono così due dei titoli che ancora oggi sono tra i più amati della nostra attività, da voi ma anche da noi, per la soddisfazione che ci regalano:

Un Giorno all’Opera e All’Opera, ragazzi! … ecco quello che volevo fare! Volevo avvicinare i ragazzi a quel mondo che io amo così tanto, all’opera lirica, raccontando storie meravigliose, facendo ascoltare le magiche note di grandi musicisti, poterli accompagnare sulle scene di grandi registi… Quando si riaccendono le luci dopo lo spettacolo e vedi alcuni dei ragazzi, che hai accompagnato in questo cammino di conoscenza, con gli occhi un po’ lucidi, puoi ritenerti davvero soddisfatta.” Stefania*

Raccontare l’opera a un pubblico in erba e preparare i ragazzi per la sala non è una cosa semplice e una giornata in teatro non è sufficiente: il lavoro inizia a scuola. Per questo ogni percorso è preceduto da un incontro speciale per gli insegnanti che in questo modo possono cominciare la preparazione già in classe.

Accompagnare i ragazzi di medie e superiori alla visione di uno spettacolo del cartellone era certamente una bella sfida, ma perché non offrire l’emozione della platea anche ai più piccoli? Dal 2003 nascono così i primi spettacoli per la scuola dell’infanzia o primaria, scelti tra i titoli più belli dell’opera per ragazzi e proposti in formula interattiva: grazie al laboratorio Cantiamo l’opera è il Teatro ad andare a scuola, portando i nostri didatti nelle classi a preparare i bambini per cantare durante la rappresentazione, insieme ai protagonisti in palcoscenico.

Impagabile l’emozione, rinnovata ogni volta, data dal direttore quando si gira verso la platea a dare l’attacco ai ragazzi delle scuole, emozionati e preparati. Le prime edizioni venivano allestite al Piccolo Regio e noi musicisti – didatti eravamo dislocati ai margini della sala, in piedi, per aiutare la direzione degli attacchi musicali…”Nausicaa*

Dopo qualche anno in scena al Piccolo, il vero salto di qualità arrivò con la figura importantissima di Filippo Fonsatti*, che con grande coraggio aprì le porte della sala lirico agli spettacoli per i ragazzi: cominciando con le opere per i giovani di AsLiCo e dal, 2011, nuove produzioni interamente firmate Teatro Regio.

Il primo spettacolo con le scuole nella sala del Lirico, con più di mille bambini che applaudono felici, è ancora oggi un ricordo mozzafiato.” Cecilia

Il piccolo spazzacamino, Ciottolino, Pinocchio, Pollicino, Hänsel e Gretel e Il flauto magico sono solo alcuni tra i titoli che in questi anni abbiamo cantato insieme a migliaia di bambini.

Grazie alla penna di Vittorio Sabadin* è poi nata la formula delle pocket opera, grandi titoli raccontati ai ragazzi: spettacoli della Stagione, con le stesse scene e gli stessi costumi “dal cartellone dei grandi”, ma in versione pensata per gli adolescenti di oggi.

Oggi la Scuola all’Opera vanta una vera e propria Stagione, con spettacoli di ogni tipo: opere interattive, titoli per il Giorno della Memoria, concerti, pocket opera e mini opere per il pubblico dai 3 ai 7 anni.

Dopo tante esperienze come assistente e coreografa, Childrens’ crusade è il primo spettacolo che ho curato interamente come regista, uno spettacolo per il Giorno della memoria, rappresentato in forma semiscenica dal Coro delle voci bianche. Un’esperienza quindi doppiamente emozionante, per la profondità dei temi trattati – le sofferenze inflitte ai bambini dalla Shoah e da tutte le guerre – e per la possibilità di analizzarlo e lavorarci proprio con interpreti ancora bambini. Recentemente ho poi avuto l’opportunità di mettere in scena Dolceamaro e Riccioli di barbiere, riduzioni di Elisir d’amore e del Barbiere di Siviglia pensati per un pubblico di piccolissimi. Anche in questo caso, l’adattamento di questi grandi titoli in formato fiaba è firmato Vittorio Sabadin; da parte mia, cerco di lavorare su immagini che rimangano impresse ai bambini insieme alla musica e alla storia”. Anna Maria*

Dal 1992 ad oggi, preparare i ragazzi e portarli all’opera non smette di emozionarci:

Ho visto bambini incantarsi di fronte ai movimenti di Pinocchio (“Ma è un burattino che si muove DAVVERO!”) o ascoltando le melodie della Regina della Notte (“Sta cantando veramente, non è registrato!”). Ho udito ragazzine di prima media scandalizzate dal finale di Butterfly (“Non è giusto! Cio Cio San doveva dare un pugno sul naso a Pinkerton e andarsene con il suo bambino!”) e sentito schiere di bambini uscire da teatro canticchiando “Non più andrai farfallone amoroso” o fischiettando la cavatina di Figaro…”Simona

Potrei raccontare innumerevoli episodi, da quella volta che sono rimasta bloccata nelle valli di Lanzo per tre giorni a causa della neve per fare laboratori corali nelle scuole di montagna, oppure la fantastica tensione che prende durante gli spettacoli dei ragazzi, quando tutta la platea canta all’unisono- e bene- “Una volta c’era un Re” piuttosto che “Gnomi, gnomi siamo”. Tutte esperienze straordinarie che porto nel cuore ma che una cosa hanno in comune: l’espressione di meraviglia del pubblico. Che si tratti di abbonati della prima ora o dei più turbolenti bulletti della scuola, quando entrano a teatro non ne escono mai senza aver, almeno una volta, disegnata in viso quell’espressione ad occhi sgranati e sorriso beato di qualcuno che si è trovato davanti qualcosa di stupendo ed inaspettato. Trovarsi di fronte a qualcosa di sorprendente, in questa epoca di effetti speciali, non è cosa da poco e ha sempre delle conseguenze, e per questo so che chi entra in Teatro, alla fine, in qualche modo, ne esce migliore.”Maria Cristina*

Questo è il nostro punto di vista, viziato – lo sappiamo – dagli occhiali dell’amore per l’opera e per voi. Ma siamo sicuri che anche da parte vostra l’emozione sia la stessa. Un esempio?

Facevo la prima media e, partecipando a Cantiamo l’opera, ho avuto la fortuna di ascoltare Elisabetta che ci parlava del Flauto Magico… sono rimasta incantata! Ricordo quanto impegno nello studiare i brani musicali e quanta emozione all’idea che avrei cantato in un vero teatro con dei veri cantanti, con un vero coro! Questa esperienza mi segnò talmente nel profondo che entrai nel coro delle voci bianche del teatro, un primo passo nel mondo dell’opera e della sua magia. Tanti anni e tanti studi dopo mi è stata data l’opportunità di fare il lavoro più bello del mondo: raccontare il mio amore per l’opera, per la musica, per il nostro teatro ai ragazzi.” Elena*

Avremmo potuto fermarci qui, e invece no. Il richiamo del palcoscenico era ancora fortissimo. Vedendo bambini e ragazzi emozionarsi in platea e curiosissimi nel mettere il naso dietro le quinte, abbiamo capito che il desiderio più grande di tutti è uno solo: provare in prima persona l’emozione della ribalta, diventando protagonisti di un’opera. Come fare?

Questa è un’altra storia, o meglio: un’altra puntata della nostra storia.

IN QUESTA PUNTATA ABBIAMO CONOSCIUTO

*Rosy Alciati, insegnante, per anni è stata consulente esterna dell’Ufficio Attività Scuola in qualità di esperta di didattica.

*Stefania Perrone è laureata in drammaturgia musicale al DAMS, suona il pianoforte, il clarinetto e il trombone. La sua più grande passione dopo la musica sono le rose, che coltiva a centinaia nel suo giardino. Collabora con il Regio dal 1998.

*Nausicaa Bosio, dopo un’infanzia dedicata dedicata a Tarzan e Zorro, da adolescente ha cambiato strada dedicandosi alla musica e al teatro. Ha studiato recitazione e canto e si è diplomata in Pianoforte e Didattica della musica. Insegnante, lavora con la Scuola all’Opera dal 1995.

*Filippo Fonsatti, attualmente alla guida del Teatro Stabile di Torino,ha lavorato al Regio dal 1994 al 2007, come assistente del Direttore Artistico e del Sovrintendente e in seguito come Direttore Artistico del Piccolo Regio e Responsabile dell’Area Formazione e Ricerca.

*Vittorio Sabadin, giornalista e autore, è stato primo caporedattore centrale e vicedirettore de La Stampa. Ha fatto parte del Consiglio di indirizzo del Teatro Regio per molti anni e per La Scuola all’Opera ha firmato una serie di magnifici adattamenti di opere in formato pocket. Il suo eroe musicale è Wolfgang Amadeus Mozart.

*Anna Maria Bruzzese si è formata come musicologa e ballerina e lavora in Teatro dal 1996. Negli anni ha affiancato al lavoro da didatta con La Scuola all’opera quello di danzatrice, coreografa, direttore di scena e regista, carriera che l’ha portata a collaborare con istituzioni teatrali di rilevanza internazionale.

*Maria Cristina Rallo, figlia d’arte, è entrata per la prima volta a Teatro da piccolissima grazie alla mamma Vincenza. Da grande, è diventata violinista e didatta della musica. Lavora al Regio dal 1999.

*Elena Crisman si è innamorata del Teatro cantando nel Coro delle voci bianche del Regio. Ha studiato viola in Conservatorio per poi concentrarsi sulla didattica della musica, in cui si è laureata nel 2019. E’ uno degli ultimi acquisti de La Scuola all’Opera.


Aspettando la nuova Stagione…

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Nell’augurarvi buone vacanze, mentre aspettiamo la nuova Stagione delle Scuole, vogliamo ripercorrere con voi i momenti più belli di un altro anno passato insieme, tra laboratori, percorsi didattici e spettacoli meravigliosi!

NOVEMBRE

L’elisir d’amore raccontato ai ragazzi

Il capolavoro di Donizetti trasportato tra i banchi di scuola

Valzer a tempo di guerra

Piccole storie per raccontare il dramma della grande storia

DICEMBRE

Concerto straordinario

Marionette e nonsense in una parodia della musica colta

GENNAIO

Concerto per il Giorno della Memoria

L’arte che vince le dittature, per non dimenticare

FEBBRAIO

Viaggio in orchestra: prima tappa

Esplorando la macchina sinfonica di sezione in sezione

MARZO

Pinocchio

La fiaba più bella fa sognare e cantare

Viaggio in orchestra: seconda tappa

Quando il gioco si fa duro… i duri continuano a suonare!

MAGGIO

Dolceamaro e la pozione magica

Il grande repertorio anche per i più piccoli

CantiAmo!

Intonare insieme a un coro lirico le pagine più belle della storia della musica

Musica per il diverso

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Pare quasi scontato scrivere che la musica possa raccontare l’inesprimibile, sublimare l’indicibile. Meno scontato è affrontare apertamente, oggi, il tema di quanto il diverso faccia ancora paura e di come questa paura possa diventare disgusto, odio, segregazione, sterminio.
C’è stata un’epoca, un passato recente, in cui questo odio non è stato dissimulato o mascherato, ma anzi esibito con orgoglio; un’epoca nella quale il diverso è stato separato, rinchiuso in ghetti e Lager, barbaramente ucciso. E ciò che non si può rinchiudere né sterminare, ciò che dà voce all’ineffabile, è stato proibito e messo a tacere.

Si può perseguitare anche la musica, se scomodamente turba la “purezza della razza” includendo armonie e ritmi di etnie “diverse”; se avanguardisticamente viola le regole e stravolge l’ordine della tradizione; se chi l’ha scritta è di sangue, religione, cultura “altri” rispetto a noi.

Questo è ciò che ha fatto, non molti anni fa, il nazismo, attraverso la propaganda della Entartete Musik, “musica degenerata”, e ancora una volta il Teatro Regio sceglie di dare voce a quanto è stato messo a tacere per ricordare, a gennaio, il Giorno della Memoria. I brani eseguiti dall’Orchestra del Teatro Regio guidata da Sergey Galaktinov saranno intervallati da interventi del filosofo Carlo Sini sul tema della diversità; per ricordare, ma anche per capire e interrogarsi su un pericolo che, forse, non è affatto passato.

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Il programma musicale offre una panoramica dei linguaggi invisi al nazismo: a partire da Mahler, autore proibito dopo la sua morte perché ebreo, passando per le avanguardie con le innovazioni ritmiche e armoniche di Stravinskij e Šostakovič. Troveremo la ricerca etnomusicologica di Bela Bartok, che volontariamente chiese a sua volta di essere incluso nella lista di autori “degenerati” e infine il ritorno al tonalismo e il recupero dei linguaggi classici nella Simple Symphony di Britten e nel celebre Adagio di Samuel Barber, che Toscanini diresse per la prima volta nel 1938 definendolo “semplice e bello”.

Il concerto può essere abbinato all’attività didattica La musica della Shoah in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.

Giovannino Guareschi e il Giorno della Memoria

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La fine di gennaio si avvicina e con essa l’importante data del Giorno della Memoria, che ogni anno il Teatro Regio commemora con attività e spettacoli dedicati al tema della Shoah, dei campi di internamento e sterminio, della persecuzione di tutti coloro che per nascita o per scelta non si sono piegati alla dittatura.
Moltissimi conoscono Giovannino Guareschi come celebre autore della saga di Don Camillo e Peppone, ma pochi sanno che fra le pagine della sua vivacissima produzione si possono fare tante altre preziose scoperte, tra cui una testimonianza dell’internamento in un campo di prigionia tedesco, in cui fu prigioniero dal ’43 fino al termine della guerra. Guareschi fu un IMI, Italienische Militärinterniert – Internato militare italiano, uno fra i circa 800mila soldati italiani che dopo l’armistizio rifiutarono di imbracciare le armi per la Germania e la Repubblica Sociale Italiana e per questo furono deportati.
Lo scrittore portò con sé nelle baracche del lager di Sandbostel in Germania lo sguardo arguto, pungente e insieme tenero e profondamente umano che ritroviamo in tutte le sue pagine; anche in quelle scritte tra i reticolati, sotto ispirazione delle tre muse Freddo, Fame e Nostalgia per sollevare il suo spirito e i compagni di prigionia.
Proprio una di queste pagine è stata scelta per essere messa in scena al Piccolo Regio Puccini il 25, 26 e 27 gennaio 2018: la Favola di Natale, che Guareschi scrisse, dedicandola al figlio Albertino che lo aspettava a casa, nell’inverno del 1944.

Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un castello biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.”

Arturo Coppola, compositore e compagno di baracca, musicò la fiaba e diresse il coro e l’orchestra improvvisati che per la prima volta la eseguirono nel lager la sera del 24 dicembre 1944.
Una fiaba in bilico tra speranza e disillusione ambientata in un bosco fantastico “dove, la notte di Natale, si incontrano creature e sogni di due mondi nemici“: tra Poesie tagliuzzate dalla censura, Cornacchie poliziotto, Funghi buoni e Funghi nemici, Albertino e il suo papà potranno brevemente riabbracciarsi.

“Papà, perché non mi prendi con te?”
“Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai”
“Te lo prometto, papà”

Musica degenerata per il Giorno della Memoria

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Si avvicina una data importante, quella del 27 gennaio: settantunesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz e giorno scelto per ricordare le vittime dell’Olocausto.

Il Teatro Regio ricorderà questa tragica ricorrenza con un concerto intitolato Musica Degenerata e dedicato a quella musica e quegli artisti che dal nazismo furono brutalmente repressi e ridotti al silenzio.

Per qualsiasi dittatura, l’arte può costituire un pericoloso e subdolo nemico, perché mezzo di espressione e comunicazione dei sentimenti individuali e collettivi; ancora di più negli anni ’30 del Novecento, quando mezzi di comunicazione di massa come radio e cinema conquistarono le folle.

Chi sale al potere determinato a ottenere il controllo assoluto della popolazione sottoposta cerca quindi di determinare il panorama culturale, eliminare gli elementi “devianti” e utilizzare i mezzi artistici come veicolo di una comunicazione favorevole al regime. È ciò che fece anche Hitler nel 1933, trasformando il Ministero della Cultura nel nuovo Ministero per l’Educazione e la Propaganda e affidandone la direzione a Joseph Goebbels, uno dei pochissimi laureati tra i suoi adepti. L’organizzazione richiesta era capillare: in ambito musicale si tradusse nell’istituzione della Reichsmusikkammer, a capo della quale fino al 1935 il regime vantò il celeberrimo compositore Richard Strauss. L’istituzione regolava strettamente ogni ambito e livello di produzione ed esecuzione grazie all’alacre lavoro di ben sette dipartimenti, dedicati rispettivamente alla gestione di compositori, esecutori, organizzazione di concerti, gruppi corali e di musica popolare, editori, costruttori di strumenti. Una simile puntigliosa disposizione era indispensabile in una nazione come la Germania, dove la musica da sempre era stata una delle arti più amate e praticate a ogni scala, dalle eccellenze artistiche alle associazioni dilettantistiche presenti in tutto il paese all’ambito domestico e casalingo, elemento irrinunciabile dell’educazione di tutti i cittadini.

bruckner walhallaAnche il Reich propagandava la musica come strumento di coesione e vanto nazionale: purché fosse musica “pura”, ariana, ricca di valori cari al nazismo. Ben accetta quindi, e anzi elevata a colonna sonora del regime, certa musica di Wagner, quella dei miti nordici e delle gesta eroiche, epurata da elementi mistici e decadenti (come ad esempio il Parsifal, decisamente inviso al nazismo). Altrettanto amata la musica sinfonica di grandi masse, grande volume e movimenti corali di Anton Bruckner, austriaco ma suscettibile di germanizzazione in virtù del previsto Anschluss (1938), il cui busto fu posizionato nel tempio degli eroi tedeschi del Walhalla e a cui Hitler in persona rese omaggio. Musica che, spesso e volentieri “ritoccata” nell’orchestrazione e nelle dinamiche, poteva facilmente essere tramutata in marce militari, accompagnamento ai grandi raduni del partito e colonna sonora dei film di propaganda con i quali educare le nuove generazioni.

Poca la musica autorizzata; pochissima quella “eletta” come edificante ed educativa; moltissima, invece, quella das Land der Musikproibita e cancellata dai programmi culturali di tutto il Reich. In primo luogo, naturalmente, musica e autori non ariani. Ebrei quindi, non importa se compositori, interpreti o direttori d’orchestra; non importa se tra i più celebri artisti tedeschi di ogni tempo; non importa se viventi o già morti da anni. Un esempio, forse il più celebre, è quello di Felix Mendelssohn Bartholdy, ebreo convertito al protestantesimo, nipote di un importante filosofo illuminista e considerato uno dei più illustri esponenti del romanticismo tedesco e morto da quasi un secolo (1847). I monumenti a lui dedicati furono abbattuti, le sue composizioni vietate o riscritte da autori più graditi al regime.

I musicisti contemporanei furono costretti all’esilio o internati, molti uccisi. Per evitare di allarmare l’opinione pubblica internazionale, agli artisti più celebri fu riservato un trattamento particolare: la deportazione nel ghetto ceco di Terezín (Theresienstadt), ex fortezza asburgica, dove furono internati i maggiori intellettuali mitteleuropei. Nel campo di Terezín era tollerata e in una certa misura favorita l’attività artistica e musicale: fiorirono le orchestre, i complessi jazz, i concerti, la messa in scena di opere e oratori, grazie a strumenti e partiture di recupero. Molti celebri compositori scrissero e fecero eseguire brani durante l’internamento; alcuni immortalati in un film di propaganda intitolato Hitler dona una città agli ebrei. Terminate le riprese del documentario e dopo un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale, conclusosi con un rapporto positivo dei delegati, facilmente ingannati dall’immagine di ghetto-modello propagandata dai nazisti, la fortezza-prigione fu svuotata, i prigionieri inviati nei campi di sterminio e lì uccisi. Dei circa 155mila internati, più di 35.400 morirono nel campo e circa 88mila furono deportati verso i Lager della morte.

La musica era presente anche in altri campi, a volte clandestinamente e a volte come macabro intrattenimento per le SS; il caso più celebre fu quello dell’orchestra femminile di Auschwitz, diretta da Alma Rosé, talentuosa nipote di Gustav Mahler.

L’antisemitismo, anche in campo musicale, trovava fertile terreno in Germania. I nazisti e i loro teorici non dovettero inventarsi nulla, ma semplicemente mettere legna sul fuoco di un odio antico e ben radicato. Già nel 1850 proprio Richard Wagner aveva scritto, dietro pseudonimo, un aggressivo saggio intitolato Das Judenthum in der Musik (Il giudaismo in musica), in cui auspicava un definitivo Untergang (affondamento) come soluzione definitiva alla diffusione della “sottocultura” ebrea. Il giornale che aveva ospitato la pubblicazione del saggio era niente di meno che la celeberrima Neue Zeitschrift für Musik, fondato da Robert Schumann, stimato collega di Mendelssohn.

Non soltanto però i musicisti ebrei e la loro musica furono interessati dall’epurazione “ariana” del Terzo Reich: anche tutte le espressioni artistiche di avanguardia, come l’espressionismo, l’atonalismo e la dodecafonia, nonché il jazz e le sue incursioni nella composizione “colta” e la musica da cabaret –raggruppati sotto le etichette di musica “bolscevica” o “negro ebraica da giungla”. In una parola, Entartet, “degenerato”, tutto ciò che si allontanava dal concetto di bellezza ariana.

Nel tentativo di sistematizzare scientificamente e offrire al pubblico un quadro completo di tutto ciò che andava evitato, nel 1938 venne aperta a Düsseldorf la mostra Entartete Musik, con pannelli illustrativi e cabine di ascolto che furono prese d’assalto dai visitatori.

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È proprio a queste musiche e a questi autori che il concerto in scena al Piccolo Regio il prossimo 27 e 28 gennaio è dedicato. Saranno eseguite composizioni per voce e pianoforte, introdotte da brevi commenti storici e musicali. L’obiettivo è far conoscere e apprezzare alle giovani generazioni quell’arte che una dittatura avrebbe voluto cancellare per sempre. Molti ragazzi che verranno in sala hanno inoltre partecipato ai percorsi introduttivi proposti da La Scuola all’Opera e dal Museo diffuso della Resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà. Chi fosse interessato a un ulteriore approfondimento troverà documenti, antologie e immagini nella sezione Materiali del nostro blog.

Brundibár, per il Giorno della Memoria

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Tempo di ricordare la Shoah attraverso la musica: per il Giorno della Memoria va in scena quest’anno al Piccolo Regio Puccini Brundibár, operina per bambini su musica di Hans Krása e libretto di Adolf Hoffmeister.

Una storia infantile, innocente: due bambini, Aninka e Pepiček, cercano un sistema per raggranellare qualche soldino e comprare il latte alla mamma malata. Come fare? Forse cantando una bella canzone all’angolo di una strada, per rallegrare i passanti. Ma il perfido Brundibár, suonatore ambulante di organetto, vuole il quartiere tutto per sé, e caccia i bambini con l’aiuto dei negozianti e della polizia. Scende la notte, e i nostri eroi rimangono soli, sperduti, sconsolati: saranno alla fine tre animaletti un po’ speciali, un passerotto, un gatto e un cane, a soccorrere Aninka e Pepiček, aiutandoli a sconfiggere la prepotenza degli adulti.

Un’operina dalla trama semplice ma fortemente simbolica, che con la sua musica vitale e al tempo stesso malinconica ci ricorda il contesto nella quale è nata ed è stata eseguita.

20110419_1260748092_brundibar duzeSiamo nel 1942 e Hans Krása, insieme a moltissimi altri musicisti, letterati, artisti e intellettuali praghesi, viene deportato, in quanto ebreo, nella fortezza di Terezín –in tedesco Theresienstadt-, una sorta di ghetto “modello” per Prominenten, persone considerate speciali per meriti culturali o patriottici. E in effetti a Terezín la vita per gli internati si presenta in apparenza migliore che in altri Lager: si fa musica, con una vera e propria orchestra, ci sono complessi jazz, compagnie teatrali, concerti, cabaret, recital di poesia. Questa fiorente realtà artistica nasconde però un campo di concentramento a tutti gli effetti, sovraffollato, in condizioni igieniche inumane, dove i prigionieri muoiono ogni giorno di fame, freddo, malattie, e da dove ogni mese, negli ultimi periodi di guerra, partono trasporti verso Auschwitz.

Più di 140mila prigionieri transitarono a Terezín: di questi, circa 33mila vi persero la vita, e altri 88mila furono in seguito deportati in campi di sterminio. Di questi prigionieri, 15mila erano bambini: meno di duecento sopravvissero alla guerra.

22647873_119415705515Brundibár fu rappresentato a Terezín ben cinquantaquattro volte, interpretato dai bambini del ghetto: una delle ultime davanti a delegati della Croce Rossa, invitati dai nazisti a verificare le condizioni di vita degli internati. Lo spettacolo fu il culmine della messinscena che intendeva mostrare agli inviati una città perfetta, dotata di negozi, parchi pubblici, scuole e ospedali funzionanti, abitata da cittadini ben nutriti, felici e liberi di esprimere la propria cultura: uno schiaffo morale alla comunità internazionale, ma anche ai tedeschi ariani, sofferenti sotto le bombe. A tale scopo di propaganda fu girato anche un film, intitolato Il Führer regala una città agli ebrei, in cui compare proprio il cast di Brundibár, al fine della rappresentazione, con Hans Krása alla guida dell’orchestra.

E al contrario dell’opera, la storia vera, purtroppo, finì tragicamente: dopo l’ultima replica, ripresa nel documentario, tutti gli interpreti furono deportati ad Auschwitz, dove persero la vita. Anche Hans Krása vi fu ucciso il 17 ottobre 1944.brundibar_small

Saranno i ragazzi del Coro di Voci Bianche del Teatro Regio a dare voce, quest’anno, ai bambini di Brundibár; lo spettacolo verrà introdotto dalla proiezione del documentario di Michele Bongiorno La città che Hitler regalò agli ebrei. Come ogni anno, La Scuola all’Opera, in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, ha proposto a classi di medie e superiori anche un percorso di preparazione storico e musicale,

per capire come le espressioni artistiche siano specchio della realtà in cui nascono, vivono, sopravvivono.