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Musica degenerata per il Giorno della Memoria

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Si avvicina una data importante, quella del 27 gennaio: settantunesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz e giorno scelto per ricordare le vittime dell’Olocausto.

Il Teatro Regio ricorderà questa tragica ricorrenza con un concerto intitolato Musica Degenerata e dedicato a quella musica e quegli artisti che dal nazismo furono brutalmente repressi e ridotti al silenzio.

Per qualsiasi dittatura, l’arte può costituire un pericoloso e subdolo nemico, perché mezzo di espressione e comunicazione dei sentimenti individuali e collettivi; ancora di più negli anni ’30 del Novecento, quando mezzi di comunicazione di massa come radio e cinema conquistarono le folle.

Chi sale al potere determinato a ottenere il controllo assoluto della popolazione sottoposta cerca quindi di determinare il panorama culturale, eliminare gli elementi “devianti” e utilizzare i mezzi artistici come veicolo di una comunicazione favorevole al regime. È ciò che fece anche Hitler nel 1933, trasformando il Ministero della Cultura nel nuovo Ministero per l’Educazione e la Propaganda e affidandone la direzione a Joseph Goebbels, uno dei pochissimi laureati tra i suoi adepti. L’organizzazione richiesta era capillare: in ambito musicale si tradusse nell’istituzione della Reichsmusikkammer, a capo della quale fino al 1935 il regime vantò il celeberrimo compositore Richard Strauss. L’istituzione regolava strettamente ogni ambito e livello di produzione ed esecuzione grazie all’alacre lavoro di ben sette dipartimenti, dedicati rispettivamente alla gestione di compositori, esecutori, organizzazione di concerti, gruppi corali e di musica popolare, editori, costruttori di strumenti. Una simile puntigliosa disposizione era indispensabile in una nazione come la Germania, dove la musica da sempre era stata una delle arti più amate e praticate a ogni scala, dalle eccellenze artistiche alle associazioni dilettantistiche presenti in tutto il paese all’ambito domestico e casalingo, elemento irrinunciabile dell’educazione di tutti i cittadini.

bruckner walhallaAnche il Reich propagandava la musica come strumento di coesione e vanto nazionale: purché fosse musica “pura”, ariana, ricca di valori cari al nazismo. Ben accetta quindi, e anzi elevata a colonna sonora del regime, certa musica di Wagner, quella dei miti nordici e delle gesta eroiche, epurata da elementi mistici e decadenti (come ad esempio il Parsifal, decisamente inviso al nazismo). Altrettanto amata la musica sinfonica di grandi masse, grande volume e movimenti corali di Anton Bruckner, austriaco ma suscettibile di germanizzazione in virtù del previsto Anschluss (1938), il cui busto fu posizionato nel tempio degli eroi tedeschi del Walhalla e a cui Hitler in persona rese omaggio. Musica che, spesso e volentieri “ritoccata” nell’orchestrazione e nelle dinamiche, poteva facilmente essere tramutata in marce militari, accompagnamento ai grandi raduni del partito e colonna sonora dei film di propaganda con i quali educare le nuove generazioni.

Poca la musica autorizzata; pochissima quella “eletta” come edificante ed educativa; moltissima, invece, quella das Land der Musikproibita e cancellata dai programmi culturali di tutto il Reich. In primo luogo, naturalmente, musica e autori non ariani. Ebrei quindi, non importa se compositori, interpreti o direttori d’orchestra; non importa se tra i più celebri artisti tedeschi di ogni tempo; non importa se viventi o già morti da anni. Un esempio, forse il più celebre, è quello di Felix Mendelssohn Bartholdy, ebreo convertito al protestantesimo, nipote di un importante filosofo illuminista e considerato uno dei più illustri esponenti del romanticismo tedesco e morto da quasi un secolo (1847). I monumenti a lui dedicati furono abbattuti, le sue composizioni vietate o riscritte da autori più graditi al regime.

I musicisti contemporanei furono costretti all’esilio o internati, molti uccisi. Per evitare di allarmare l’opinione pubblica internazionale, agli artisti più celebri fu riservato un trattamento particolare: la deportazione nel ghetto ceco di Terezín (Theresienstadt), ex fortezza asburgica, dove furono internati i maggiori intellettuali mitteleuropei. Nel campo di Terezín era tollerata e in una certa misura favorita l’attività artistica e musicale: fiorirono le orchestre, i complessi jazz, i concerti, la messa in scena di opere e oratori, grazie a strumenti e partiture di recupero. Molti celebri compositori scrissero e fecero eseguire brani durante l’internamento; alcuni immortalati in un film di propaganda intitolato Hitler dona una città agli ebrei. Terminate le riprese del documentario e dopo un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale, conclusosi con un rapporto positivo dei delegati, facilmente ingannati dall’immagine di ghetto-modello propagandata dai nazisti, la fortezza-prigione fu svuotata, i prigionieri inviati nei campi di sterminio e lì uccisi. Dei circa 155mila internati, più di 35.400 morirono nel campo e circa 88mila furono deportati verso i Lager della morte.

La musica era presente anche in altri campi, a volte clandestinamente e a volte come macabro intrattenimento per le SS; il caso più celebre fu quello dell’orchestra femminile di Auschwitz, diretta da Alma Rosé, talentuosa nipote di Gustav Mahler.

L’antisemitismo, anche in campo musicale, trovava fertile terreno in Germania. I nazisti e i loro teorici non dovettero inventarsi nulla, ma semplicemente mettere legna sul fuoco di un odio antico e ben radicato. Già nel 1850 proprio Richard Wagner aveva scritto, dietro pseudonimo, un aggressivo saggio intitolato Das Judenthum in der Musik (Il giudaismo in musica), in cui auspicava un definitivo Untergang (affondamento) come soluzione definitiva alla diffusione della “sottocultura” ebrea. Il giornale che aveva ospitato la pubblicazione del saggio era niente di meno che la celeberrima Neue Zeitschrift für Musik, fondato da Robert Schumann, stimato collega di Mendelssohn.

Non soltanto però i musicisti ebrei e la loro musica furono interessati dall’epurazione “ariana” del Terzo Reich: anche tutte le espressioni artistiche di avanguardia, come l’espressionismo, l’atonalismo e la dodecafonia, nonché il jazz e le sue incursioni nella composizione “colta” e la musica da cabaret –raggruppati sotto le etichette di musica “bolscevica” o “negro ebraica da giungla”. In una parola, Entartet, “degenerato”, tutto ciò che si allontanava dal concetto di bellezza ariana.

Nel tentativo di sistematizzare scientificamente e offrire al pubblico un quadro completo di tutto ciò che andava evitato, nel 1938 venne aperta a Düsseldorf la mostra Entartete Musik, con pannelli illustrativi e cabine di ascolto che furono prese d’assalto dai visitatori.

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È proprio a queste musiche e a questi autori che il concerto in scena al Piccolo Regio il prossimo 27 e 28 gennaio è dedicato. Saranno eseguite composizioni per voce e pianoforte, introdotte da brevi commenti storici e musicali. L’obiettivo è far conoscere e apprezzare alle giovani generazioni quell’arte che una dittatura avrebbe voluto cancellare per sempre. Molti ragazzi che verranno in sala hanno inoltre partecipato ai percorsi introduttivi proposti da La Scuola all’Opera e dal Museo diffuso della Resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà. Chi fosse interessato a un ulteriore approfondimento troverà documenti, antologie e immagini nella sezione Materiali del nostro blog.

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Brundibár, per il Giorno della Memoria

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Tempo di ricordare la Shoah attraverso la musica: per il Giorno della Memoria va in scena quest’anno al Piccolo Regio Puccini Brundibár, operina per bambini su musica di Hans Krása e libretto di Adolf Hoffmeister.

Una storia infantile, innocente: due bambini, Aninka e Pepiček, cercano un sistema per raggranellare qualche soldino e comprare il latte alla mamma malata. Come fare? Forse cantando una bella canzone all’angolo di una strada, per rallegrare i passanti. Ma il perfido Brundibár, suonatore ambulante di organetto, vuole il quartiere tutto per sé, e caccia i bambini con l’aiuto dei negozianti e della polizia. Scende la notte, e i nostri eroi rimangono soli, sperduti, sconsolati: saranno alla fine tre animaletti un po’ speciali, un passerotto, un gatto e un cane, a soccorrere Aninka e Pepiček, aiutandoli a sconfiggere la prepotenza degli adulti.

Un’operina dalla trama semplice ma fortemente simbolica, che con la sua musica vitale e al tempo stesso malinconica ci ricorda il contesto nella quale è nata ed è stata eseguita.

20110419_1260748092_brundibar duzeSiamo nel 1942 e Hans Krása, insieme a moltissimi altri musicisti, letterati, artisti e intellettuali praghesi, viene deportato, in quanto ebreo, nella fortezza di Terezín –in tedesco Theresienstadt-, una sorta di ghetto “modello” per Prominenten, persone considerate speciali per meriti culturali o patriottici. E in effetti a Terezín la vita per gli internati si presenta in apparenza migliore che in altri Lager: si fa musica, con una vera e propria orchestra, ci sono complessi jazz, compagnie teatrali, concerti, cabaret, recital di poesia. Questa fiorente realtà artistica nasconde però un campo di concentramento a tutti gli effetti, sovraffollato, in condizioni igieniche inumane, dove i prigionieri muoiono ogni giorno di fame, freddo, malattie, e da dove ogni mese, negli ultimi periodi di guerra, partono trasporti verso Auschwitz.

Più di 140mila prigionieri transitarono a Terezín: di questi, circa 33mila vi persero la vita, e altri 88mila furono in seguito deportati in campi di sterminio. Di questi prigionieri, 15mila erano bambini: meno di duecento sopravvissero alla guerra.

22647873_119415705515Brundibár fu rappresentato a Terezín ben cinquantaquattro volte, interpretato dai bambini del ghetto: una delle ultime davanti a delegati della Croce Rossa, invitati dai nazisti a verificare le condizioni di vita degli internati. Lo spettacolo fu il culmine della messinscena che intendeva mostrare agli inviati una città perfetta, dotata di negozi, parchi pubblici, scuole e ospedali funzionanti, abitata da cittadini ben nutriti, felici e liberi di esprimere la propria cultura: uno schiaffo morale alla comunità internazionale, ma anche ai tedeschi ariani, sofferenti sotto le bombe. A tale scopo di propaganda fu girato anche un film, intitolato Il Führer regala una città agli ebrei, in cui compare proprio il cast di Brundibár, al fine della rappresentazione, con Hans Krása alla guida dell’orchestra.

E al contrario dell’opera, la storia vera, purtroppo, finì tragicamente: dopo l’ultima replica, ripresa nel documentario, tutti gli interpreti furono deportati ad Auschwitz, dove persero la vita. Anche Hans Krása vi fu ucciso il 17 ottobre 1944.brundibar_small

Saranno i ragazzi del Coro di Voci Bianche del Teatro Regio a dare voce, quest’anno, ai bambini di Brundibár; lo spettacolo verrà introdotto dalla proiezione del documentario di Michele Bongiorno La città che Hitler regalò agli ebrei. Come ogni anno, La Scuola all’Opera, in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, ha proposto a classi di medie e superiori anche un percorso di preparazione storico e musicale,

per capire come le espressioni artistiche siano specchio della realtà in cui nascono, vivono, sopravvivono.