V vs W: Viva VERDI!

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Come con L’Olandese volante per Richard Wagner, per il giovane Verdi la svolta verso il successo arriva finalmente con il Nabucco. Una buona accoglienza aveva avuto, nel 1839, l’Oberto, conte di San Bonifacio, ma era bastato il suo secondo lavoro, il mezzo fiasco dell’opera buffa Un giorno di regno, a raffreddare gli entusiasmi del pubblico e soprattutto dell’impresario della scala, Bartolomeo Merelli, verso il compositore parmense. A Verdi viene offerta quindi una nuova possibilità, purché accetti alcuni compromessi: un allestimento “di seconda mano” e l’ardua parte di Abigaille affidata a Giuseppina Strepponi, soprano già alla fine della carriera. E come già per l’Oberto è proprio la Strepponi, forse non più vocalmente agile e fresca ma ancora influente nell’ambiente teatrale, a garantire per la seconda volta un’opportunità al compositore.

Il Nabuccodonosor debutta alla Scala il 9 marzo del 1842 ed è un successo senza precedenti, di critica ma soprattutto di pubblico: è l’inizio di un’altra rivoluzione teatrale. Fino a quel momento, i veri protagonisti del melodramma italiano sono i cantanti: la musica è al loro esclusivo servizio, quasi un pretesto per farli esibire in virtuosismi e prodezze vocali. Verdi cambia per sempre la situazione. E’ la musica nel suo complesso ad essere applaudita, non i cantanti né le loro singole arie; sono le coinvolgenti melodie dei brani corali, fino ad allora costretti nel rigido schema a pezzi chiusi dell’opera italiana, ad emozionare il pubblico ed entrare nelle orecchie degli ascoltatori, decretando il successo popolare dell’opera, che proprio dal pubblico sarà ribattezzata, in breve, Nabucco. Verdi diventa così, improvvisamente, un uomo alla moda, un personaggio della vita culturale e musicale non solo milanese ma ormai italiana. Di origini, come ama ripetere, “contadine”, ma sicuramente a proprio agio nei salotti intellettuali di Milano e nell’ambiente mondano e nobiliare, come dimostra anche la dedica a Maria Luigia d’Asburgo, duchessa di Parma, de I Lombardi alla prima crociata, andata in scena nel febbraio del 1843 tra qualche preoccupazione della censura per possibili, velati, riferimenti antiaustriaci: un altro trionfo di pubblico, meno di critica.

Segue un periodo frenetico, in cui Verdi è letteralmente fagocitato dal suo proprio successo, obbligato dai ritmi di instancabile ricambio musicale dei teatri italiani, in cui è richiesta una novità ad ogni stagione: nel 1844 scrive così l’Ernani per La Fenice di Venezia e I due Foscari per Roma, nel 1845 Giovanna d’Arco per Milano e Alzira per Napoli, nel 1846 Attila, nuovamente a Venezia. Siamo nel pieno di quelli che il Maestro stesso definirà “anni di galera” , in cui non di rado il compositore è costretto a sacrificare inventiva e voglia di innovazione, così felicemente anticipata dal Nabucco, alle necessità di una produzione senza tregue e a tempo di record, quasi più artigianale che artistica. Con la stessa rapidità con cui compone queste opere minori, Verdi è però ancora capace di inseguire e dare voce alle sue idee rivoluzionarie: nel 1847 nasce così Macbeth, destinato alla Pergola di Firenze. E’ un’assoluta novità per il tentativo di adattare uno schema formale e un approccio alla melodia e al canto ancora tradizionali all’esigenza di rappresentare quasi naturalisticamente le tinte cupe e fosche del dramma shakespeariano. Verdi dedica tutte le sue energie alla cura della messa in scena, delle scenografie e della scelta dei cantanti, che devono saper dare vita ai conflitti interiori dei personaggi piegando le esigenze vocali a quelle sceniche e drammaturgiche: l’epoca del bel canto è definitivamente tramontata. L’esperimento viene accolto con qualche riserva da un pubblico che non è ancora pronto ad accettare un teatro d’avanguardia, specialmente dopo i numerosi titoli verdiani precedenti, decisamente più convenzionali: ed è in questa direzione che il Maestro torna con la composizione de I masnadieri, andata in scena a Londra nel 1847. Dopo il buon successo ottenuto nella capitale inglese, dove dirige l’opera lui stesso alla presenza della regina Vittoria, Verdi approda a Parigi, il più difficile e ambito palcoscenico europeo. Per l’Opéra Verdi rielabora I Lombardi alla prima crociata, trasformandola in Jérusalem, titolo che non fa scalpore, e contemporaneamente si dedica alla scrittura de Il corsaro, che andrà in scena a Trieste nel 1848.

Ed è a Parigi che riallaccia i rapporti con la Strepponi, questa volta su un piano affettivo: tornano insieme in Italia e insieme vanno a vivere a Roncole di Busseto e alla residenza di Sant’Agata, suscitando non poco scandalo. Non solo non sono sposati, ma Giuseppina ha anche due figli da una precedente relazione. Verdi, uomo apparentemente più tranquillo e provinciale di altri Maestri contemporanei, è dunque capace, seppure con discrezione, di sfidare le convenzioni, in teatro e fuori. In Giuseppina Verdi trova non soltanto una compagna di vita ma prima di tutto una figura di riferimento con la quale confrontarsi costantemente durante la creazione artistica.

Nel frattempo, l’Europa è in subbuglio: a Parigi Verdi ha assistito alla rivoluzione del febbraio 1848, che termina nel sangue. In Italia, le Cinque Giornate di Milano, a marzo, hanno dato il via alla prima guerra di indipendenza. Verdi è in contatto con Giuseppe Mazzini dai tempi di Londra e gli invia un inno composto su versi di Mameli (Suona la tromba); nel gennaio 1849, a Roma, cacciato il papa, va trionfalmente in scena l’opera patriottica La battaglia di Legnano. Ma già nel marzo successivo l’esercito piemontese è sconfitto, Carlo Alberto abdica e i francesi vanno in soccorso del papa. Le speranze crollano, la guerra è perduta. Verdi rientra in Italia da Parigi, dove era tornato nel frattempo, e si dedica alla composizione di Luisa Miller, per il Teatro San Carlo di Napoli, e quindi nel 1850 di Stiffelio, per Trieste.

Siamo all’alba di una nuova, decisiva svolta artistica per il Maestro: nel 1851 va in scena il Rigoletto a Venezia, nel 1853 Il Trovatore e La Traviata, la cosiddetta trilogia popolare, nella quale Verdi trova finalmente la sua maturità artistica e, soprattutto agli occhi dei posteri, la consacrazione definitiva. E finalmente ci troviamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione del melodramma, sia dal punto di vista contenutistico che formale. Gli eroi (o antieroi) che Verdi sceglie come protagonisti, un buffone gobbo nel caso di Rigoletto, una zingara nel Trovatore, una mantenuta in Traviata, sono degli emarginati, dei reietti, attraverso i quali il Maestro affronta il difficile tema del rapporto dell’individuo con la società, dell’identità e della convivenza di valori morali e passioni nella natura umana. Dal punto di vista musicale, la tradizionale forma del melodramma è certamente conservata ma ormai piegata e modellata alle esigenze sceniche e di rappresentazione psicologica del personaggio.

Sotto tutti i punti di vista siamo di fronte ad una poetica del tutto nuova, ormai completamente originale.

Simili innovazioni trovano naturalmente grandi ostacoli, in primis nella censura e nella critica, spiazzate dal superamento della tradizione, ma l’affermazione artistica verdiana avrà la meglio e saprà catturare il pubblico –a volte dopo primi impatti decisamente negativi, come nel caso della Traviata- decretandone il successo.

Forte di questo trionfo, Verdi non si ferma, e nell’ottobre del 1853 è nuovamente a Parigi per dedicarsi a Les Vêpres siciliennes: l’Opéra gli commissiona il lavoro da rappresentarsi per la prestigiosissima occasione dellEsposizione Universale del 1855. Il grand-opéra e il gusto teatrale parigino rappresentano una non facile sfida per Verdi, ma l’occasione è troppo ghiotta e se pure tra molte difficoltà ed incomprensioni porta a termine la composizione, con cui il genio verdiano si afferma definitivamente sulla scena francese. Nel gennaio 1857 Il Trovatore va in scena a Parigi, rimaneggiato per il gusto francese con l’introduzione di un balletto e la revisione del finale. Anche lo Stiffelio viene riscritto e ripresentato a Rimini come Aroldo, sempre nel 1857. Ma il celebre Verdi non è ancora immune dai fallimenti, come ha dimostrato l’accoglienza della Traviata e come tornerà a dimostrare il Simon Boccanegra sempre nel 1857, entrambe fischiate a Venezia. Per la prima volta Verdi reagisce accusando il pubblico di incomprensione: è ormai sicuro della sua arte e dei suoi mezzi espressivi e prosegue imperterrito lungo la nuova strada che lui stesso ha tracciato.

Neppure la censura può più fermarlo: nel 1859, a Napoli, va in scena Un ballo in maschera. Il pubblico lo accoglie in un tripudio di ovazioni e applausi: un grido sopra tutti, quello di “Viva VERDI”.

ATTENZIONE: vi ricordiamo che l‘incontro di preparazione per l’attività VERDI vs WAGNER è previsto per GIOVEDI’ 25 OTTOBRE ore 17-19 in Sala Caminetto. Non mancate!

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    • Grazie! I vostri commenti ci sono molto utili per capire come calibrare i materiali che vi proponiamo, specialmente per Verdi vs Wagner. Aspettiamo richieste e domande, sia on line sia all’incontro di giovedì!

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