Archivio mensile:gennaio 2016

Musica degenerata per il Giorno della Memoria

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Si avvicina una data importante, quella del 27 gennaio: settantunesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz e giorno scelto per ricordare le vittime dell’Olocausto.

Il Teatro Regio ricorderà questa tragica ricorrenza con un concerto intitolato Musica Degenerata e dedicato a quella musica e quegli artisti che dal nazismo furono brutalmente repressi e ridotti al silenzio.

Per qualsiasi dittatura, l’arte può costituire un pericoloso e subdolo nemico, perché mezzo di espressione e comunicazione dei sentimenti individuali e collettivi; ancora di più negli anni ’30 del Novecento, quando mezzi di comunicazione di massa come radio e cinema conquistarono le folle.

Chi sale al potere determinato a ottenere il controllo assoluto della popolazione sottoposta cerca quindi di determinare il panorama culturale, eliminare gli elementi “devianti” e utilizzare i mezzi artistici come veicolo di una comunicazione favorevole al regime. È ciò che fece anche Hitler nel 1933, trasformando il Ministero della Cultura nel nuovo Ministero per l’Educazione e la Propaganda e affidandone la direzione a Joseph Goebbels, uno dei pochissimi laureati tra i suoi adepti. L’organizzazione richiesta era capillare: in ambito musicale si tradusse nell’istituzione della Reichsmusikkammer, a capo della quale fino al 1935 il regime vantò il celeberrimo compositore Richard Strauss. L’istituzione regolava strettamente ogni ambito e livello di produzione ed esecuzione grazie all’alacre lavoro di ben sette dipartimenti, dedicati rispettivamente alla gestione di compositori, esecutori, organizzazione di concerti, gruppi corali e di musica popolare, editori, costruttori di strumenti. Una simile puntigliosa disposizione era indispensabile in una nazione come la Germania, dove la musica da sempre era stata una delle arti più amate e praticate a ogni scala, dalle eccellenze artistiche alle associazioni dilettantistiche presenti in tutto il paese all’ambito domestico e casalingo, elemento irrinunciabile dell’educazione di tutti i cittadini.

bruckner walhallaAnche il Reich propagandava la musica come strumento di coesione e vanto nazionale: purché fosse musica “pura”, ariana, ricca di valori cari al nazismo. Ben accetta quindi, e anzi elevata a colonna sonora del regime, certa musica di Wagner, quella dei miti nordici e delle gesta eroiche, epurata da elementi mistici e decadenti (come ad esempio il Parsifal, decisamente inviso al nazismo). Altrettanto amata la musica sinfonica di grandi masse, grande volume e movimenti corali di Anton Bruckner, austriaco ma suscettibile di germanizzazione in virtù del previsto Anschluss (1938), il cui busto fu posizionato nel tempio degli eroi tedeschi del Walhalla e a cui Hitler in persona rese omaggio. Musica che, spesso e volentieri “ritoccata” nell’orchestrazione e nelle dinamiche, poteva facilmente essere tramutata in marce militari, accompagnamento ai grandi raduni del partito e colonna sonora dei film di propaganda con i quali educare le nuove generazioni.

Poca la musica autorizzata; pochissima quella “eletta” come edificante ed educativa; moltissima, invece, quella das Land der Musikproibita e cancellata dai programmi culturali di tutto il Reich. In primo luogo, naturalmente, musica e autori non ariani. Ebrei quindi, non importa se compositori, interpreti o direttori d’orchestra; non importa se tra i più celebri artisti tedeschi di ogni tempo; non importa se viventi o già morti da anni. Un esempio, forse il più celebre, è quello di Felix Mendelssohn Bartholdy, ebreo convertito al protestantesimo, nipote di un importante filosofo illuminista e considerato uno dei più illustri esponenti del romanticismo tedesco e morto da quasi un secolo (1847). I monumenti a lui dedicati furono abbattuti, le sue composizioni vietate o riscritte da autori più graditi al regime.

I musicisti contemporanei furono costretti all’esilio o internati, molti uccisi. Per evitare di allarmare l’opinione pubblica internazionale, agli artisti più celebri fu riservato un trattamento particolare: la deportazione nel ghetto ceco di Terezín (Theresienstadt), ex fortezza asburgica, dove furono internati i maggiori intellettuali mitteleuropei. Nel campo di Terezín era tollerata e in una certa misura favorita l’attività artistica e musicale: fiorirono le orchestre, i complessi jazz, i concerti, la messa in scena di opere e oratori, grazie a strumenti e partiture di recupero. Molti celebri compositori scrissero e fecero eseguire brani durante l’internamento; alcuni immortalati in un film di propaganda intitolato Hitler dona una città agli ebrei. Terminate le riprese del documentario e dopo un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale, conclusosi con un rapporto positivo dei delegati, facilmente ingannati dall’immagine di ghetto-modello propagandata dai nazisti, la fortezza-prigione fu svuotata, i prigionieri inviati nei campi di sterminio e lì uccisi. Dei circa 155mila internati, più di 35.400 morirono nel campo e circa 88mila furono deportati verso i Lager della morte.

La musica era presente anche in altri campi, a volte clandestinamente e a volte come macabro intrattenimento per le SS; il caso più celebre fu quello dell’orchestra femminile di Auschwitz, diretta da Alma Rosé, talentuosa nipote di Gustav Mahler.

L’antisemitismo, anche in campo musicale, trovava fertile terreno in Germania. I nazisti e i loro teorici non dovettero inventarsi nulla, ma semplicemente mettere legna sul fuoco di un odio antico e ben radicato. Già nel 1850 proprio Richard Wagner aveva scritto, dietro pseudonimo, un aggressivo saggio intitolato Das Judenthum in der Musik (Il giudaismo in musica), in cui auspicava un definitivo Untergang (affondamento) come soluzione definitiva alla diffusione della “sottocultura” ebrea. Il giornale che aveva ospitato la pubblicazione del saggio era niente di meno che la celeberrima Neue Zeitschrift für Musik, fondato da Robert Schumann, stimato collega di Mendelssohn.

Non soltanto però i musicisti ebrei e la loro musica furono interessati dall’epurazione “ariana” del Terzo Reich: anche tutte le espressioni artistiche di avanguardia, come l’espressionismo, l’atonalismo e la dodecafonia, nonché il jazz e le sue incursioni nella composizione “colta” e la musica da cabaret –raggruppati sotto le etichette di musica “bolscevica” o “negro ebraica da giungla”. In una parola, Entartet, “degenerato”, tutto ciò che si allontanava dal concetto di bellezza ariana.

Nel tentativo di sistematizzare scientificamente e offrire al pubblico un quadro completo di tutto ciò che andava evitato, nel 1938 venne aperta a Düsseldorf la mostra Entartete Musik, con pannelli illustrativi e cabine di ascolto che furono prese d’assalto dai visitatori.

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È proprio a queste musiche e a questi autori che il concerto in scena al Piccolo Regio il prossimo 27 e 28 gennaio è dedicato. Saranno eseguite composizioni per voce e pianoforte, introdotte da brevi commenti storici e musicali. L’obiettivo è far conoscere e apprezzare alle giovani generazioni quell’arte che una dittatura avrebbe voluto cancellare per sempre. Molti ragazzi che verranno in sala hanno inoltre partecipato ai percorsi introduttivi proposti da La Scuola all’Opera e dal Museo diffuso della Resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà. Chi fosse interessato a un ulteriore approfondimento troverà documenti, antologie e immagini nella sezione Materiali del nostro blog.

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Una favola in scena

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Una sola ragione può rallegrare la fine di queste vacanze invernali, ed è naturalmente la ripresa delle nostre attività didattiche. La Stagione, iniziata già promettente con bellissimi titoli (Aida, Didone ed Enea, l’Eifman Ballet da San Pietroburgo e infine i Carmina Burana), prosegue nel 2016 con ottime proposte che non vediamo l’ora di sentire e scoprire con voi nel corso dei nostri progetti didattici.

La prima di queste è La piccola volpe astuta di Leoš Janáček (1854-1928), in scena dal 19 al 26 gennaio.

Da molti anni questo modernissimo e dinamico compositore non trovava spazio sul palcoscenico del Regio, e siamo particolarmente felici che questo titolo non sia che il primo di una breve serie che proseguirà nelle prossime stagioni. Moderno e dinamico il compositore, purtroppo spesso poco conosciuto, così come modernissimo e dinamico, ma celeberrimo, sarà anche il regista, il canadese Robert Carsen.

Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il titolo (traduzione dell’originale Príhody lišky Bystrousky –letteralmente Le avventure della volpe OrecchioAguzzo), La piccola volpe astuta (1924) non è una semplice e ingenua favoletta per bambini, bensì di una storia vivace e dal profondo significato, dove alla vitalità e all’esuberanza della natura si contrappone la caducità della vita e, come ebbe a scrivere il celebre autore Milan Kundera, una “infinita nostalgia per il tempo che non c’è più”. Vedremo sul palcoscenico le vicende, che si intrecciano ripetutamente, a volte richiamandosi e a volte in modo conflittuale, di animali e uomini: questi ultimi quasi di contrappunto ai veri protagonisti, gli abitanti del bosco, che come gli esseri umani crescono, maturano, si innamorano e soffrono, invecchiano e muoiono. A differenza del mondo degli uomini, però, quello degli animali è profondamente vitale, fresco e semplice, privo di rimpianti e di ombre oscure. La ribelle Bystrouska fa da ponte tra questi due ambienti, ambigua nel suo comportamento non del tutto animalesco, richiamata e insieme respinta dalla vita fuori dal bosco, accomunata agli uomini dall’attrazione verso ciò che non le appartiene.

Nella regia di Carsen l’ambiguità sarà ancora maggiore, mescolando all’apparenza umanizzata il comportamento istintivo e naturale degli animali.

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La storia dell’arguta volpina Bystrouska è un classico moldavo, nato con una serie di vignette e illustrazioni di Stanislav Lolek, corredate da vivaci e frizzanti testi di Rudolf Tešnohlídek, pubblicate a puntate sul quotidiano “Lidove Noviny” nella primavera del 1920 e immediatamente diventata popolarissima. A differenza del pungente romanzo comico, nell’opera il carattere farsesco della vicenda è controbilanciato dai lati tragici della morte di Bystrouska e dall’inquietudine e la brutalità dei personaggi appartenenti al mondo umano.

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Pare che sia stata proprio la domestica di Janáček, grande appassionata della serie, a convincere il compositore a farne una favola musicale, certa della sua capacità di evocare in musica le caratteristiche espressive del mondo naturale e dei suoi abitanti. E questo seppe fare Janáček, con la sua musica modellata sui suoni naturali e sul chiacchiericcio del sottobosco ed arricchita dall’esperienza di una lunga carriera dedicata non solo alla composizione ma anche alla ricerca sulle particolarità fonetiche e sintattiche dei dialetti e della lingua moldava e sulla musica, sui canti e sulle danze popolari e folkloristiche.

Vi abbiamo messo un pizzico di curiosità? Vi aspettiamo allora a teatro con i percorsi All’opera, ragazzi! e Un giorno all’opera. Buon ascolto e inviate i vostri commenti!