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L’Oriente a Torino

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Si sa che la musica e il teatro possono dare forma al sogno e trasportarci in mondi remoti, diversi dal quotidiano. E tra questi universi lontani un fascino speciale ha catturato compositori, poeti e coreografi degli ultimi due secoli: l’Oriente.
Vi invitiamo a esplorare insieme a noi gli orizzonti misteriosi dell’Asia attraverso le suggestioni e le influenze lasciate nella storia della musica, del balletto e del teatro, con il percorso didattico Echi d’Oriente, formulato appositamente per le scuole medie e superiori.
Accompagnati da uno storico dell’arte e da uno storico della musica ci muoveremo alla scoperta dell’Asia autentica tra le splendide collezioni del Museo di Arte Orientale di Torino, per poi arrivare al racconto e alla reinvenzione dell’Oriente nell’immaginario sonoro e visivo del nostro teatro musicale.

Madhya Pradesh, Ganesha danzante, x sec. – La Bayadère, (1877), musica di Minkus, coreografia di Petipa – Cina, figura di danzatrice in terracotta, inizio VIII sec. – partitura de La mer di Claude Debussy (1905)

“Dal japonisme del secondo Ottocento, la scoperta delle scale modali, delle percussioni e dei timbri delle orchestre gamelan balinesi, alle rivisitazioni stilistiche e immaginifiche dei Ballet Russes agli albori del Novecento, a ritroso nella storia sull’onda del mal d’Oriente e ancora più indietro nell’incanto dei racconti de Le mille e una notte, nelle cronache di Marco Polo, nelle leggende medioevali.”

Il percorso darà diritto di prelazione per il progetto All’opera, ragazzi: Turandot. In scena a gennaio con un nuovo allestimento firmato dal visionario Stefano Poda, l’ultimo titolo pucciniano sarà eseguito nelle sue parti originali senza il finale aggiunto dopo la morte del Maestro.

Echi d’Oriente e Turandot: una chiave di lettura eccezionale di una visione del mondo e di un capolavoro. Prenotate numerosi a partire dal 2 ottobre!

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La bohème vista da voi

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Ho assistito a La bohème

di Matilde Marchisio – Istituto Tecnico Economico indirizzo Turistico “Bosso-Monti” – Torino 

 

Dove si trova la felicità quando il tuo petto non smette di tremare? Dove si trova il coraggio di sorridere quando le tue mani non trovano un luogo caldo? Come si vive sapendo di morire?

Io non lo so, forse non lo saprò mai, o forse lo scoprirò presto, ma lei conosceva il segreto e lo custodiva gelosamente in un cassetto, insieme al cerchietto d’oro e al libro di preghiere.

Una persona semplice, la fragile Mimì, dal viso bianco e baciata dalla primavera, come un germoglio bagnato di rugiada. Piccola, con la passione per i fiori e per l’amore. Così viene descritta, tutti parlano di lei e la sua voce delicata rimbomba nei teatri del mondo.

Io ho avuto la fortuna di vedere dal vivo una rappresentazione di Bohème. La cantante, su quel palco, era un tutt’uno con il suo personaggio, era come se la vera Mimì, quella creata dalla penna di Puccini, si fosse impossessata del suo corpo, della sua voce e del nostro cuore non con arroganza, neanche con la pretesa di essere ascoltata, ma in punta di piedi, proprio nel suo stile. Seduta su quella poltrona, insieme a tutti gli altri, guardavo incantata come la storia prendeva forma, come tutto si incastrava perfettamente, mentre le voci dei cantanti si aggrovigliavano e legavano raggiungendo Puccini, seduto spiritualmente in tribuna. Non posso far a meno di pensare all’orgoglio che starà provando, lassù, fiero di aver fatto commuovere anche acidi ragazzi come noi. Perché sì, io mi sono emozionata, quell’insieme di voci, pianti, litigate e amore mi ha fatto ricordare di avere un’anima, di provare dei sentimenti anche quando fuori il cielo è grigio.

Ah Rodolfo, l’amore lo logorava, la sua poesia non riusciva più ad esprimere quello che il suo cuore sentiva. Lui amava davvero Mimì, ma la sua miseria, i soldi che andavano e venivano e il camino che poltriva, non aiutavano a proteggere la sua amata. Come disse lui: « L’amore non basta a tenerla in vita », e aveva ragione: un sentimento, per quanto forte che sia, non potrebbe mai scaldare qualcuno, farlo sentire protetto e libero di ogni male. L’amore non basta mai, e Rodolfo lo sapeva.

Ogni gesto del cantante mi ricordava la difficoltà nel lasciare andare la persona che si ama. Mi pareva un attore di fama internazionale, quando in realtà era solo un ragazzo con abiti usati. La sua voce, il modo in cui si muoveva sul palco, tutto di lui mi ricordava il personaggio interpretato.

Persona emotiva o no, nessuno rimase indifferente a Mimì e Rodolfo, insieme a cantare. Sembravano proprio due innamorati, logorati dalla consapevolezza di doversi lasciare presto. Il tempo loro era prezioso, e non lo avrebbero sprecato.

Ho visto una sola volta la neve, sono sincera, forse nei film o in una cartolina di Natale. Rimasi folgorata quando il sipario si alzò, rivelando il paesaggio invernale. Non era neve vera quella che si posava sul cappotto di Mimì, lo sapevo, ma era così reale! Sentii freddo in quel momento, rabbrividii con tutto il mio corpo, avevo la pelle d’oca. La musica e l’ambientazione mi portarono in un giardino parigino innevato, potevo quasi sentire il gelo delle mani di Mimì e il cuore crepato di Rodolfo. Lasciarsi in inverno? Perché non in primavera, quando i fiori sbocciano e il sole dona colore ai volti pallidi?

All’ultimo atto la fiaba crollò, l’amore sfiorò e la giovinezza maturò, forgiata dal dolore. Mimì, Rodolfo e tutti gli altri erano giovani quando il loro stomaco brontolava, quando il camino dormiva e quando al Cafè Momus si assisteva alle sceneggiate di Musetta. Ignari del futuro, incerti del presente, già feriti dal passato, la giovinezza era l’unica cosa che li faceva sorridere e sperare in un qualcosa di meglio. Erano come bambini piccoli che negavano di voler crescere , ma è impossibile vivere senza soffrire.

Alla morte di Mimì, il piccolo fiore da proteggere, la disperazione e l’amore presero il sopravvento. “Non morire Mimì, non morire”.Perché pensavo a questo, quando sapevo già come sarebbe andata a finire? La speranza è l’ultima a morire, si sa, ma con lei Mimì.

Marcello e Musetta, i due amanti maledetti, quante ne avevano passate insieme! Ma lì, in quella stanza, al capezzale di Mimì, sembravano una coppia unita, senza nessun vecchio a separarli. Nel dolore di Rodolfo loro trovarono la tranquillità, un momento per fermarsi e chiedersi a vicenda: « Vale la pena litigare per futili cose? ». La risposta, ora e per sempre, è “no”.

In primavera la giovinezza muore insieme agli innocenti, all’amore e ai sorrisi. Questo sentirsi giovani e senza pensieri non dura per sempre, anche il più testardo deve arrendersi all’idea di non avere più un motivo per uscire a divertirsi, di non piangere più per un cuore spezzato, ma per un amico morto, persona con cui non si potrà più sorridere.

Applaudii con tutte le mie forze. Non piansi, cosa strana, ma dentro di me sentivo un’emozione fortissima, come mille fuochi d’artificio. Credo di aver imparato qualcosa da questa bellissima esperienza, ma non so cosa. Forse il coraggio di vivere sapendo di morire? Chissà.

Bohème vista dagli allievi della Classe III L – Scuola Calamandrei –Torino
Musicalmente, quale brano ti è piaciuto di più e perchè?
Mi piace il brano che i 4 cantano quando sono allegri, nell’ultimo quadro, perchè mette divertimento e fa molto ridere (soprattutto la parte in cui Colline fa finta di baciare Marcello) (Marika)
Mi sono piaciuti tutti i brani, anche perchè è la prima volta che vado a teatro di sera a vedere un’opera  (Giorgio)
Mi è piaciuto molto  quando sono in piena città , con tutto quel frastuono. La musica rende tutto molto più allegro. (Vincenzo)
La mia melodia preferita è stata “Che gelida manina”  (Diana)
Il brano che mi è piaciuto di più è quello del quarto quadro, quando Mimì e Rodolfo sono da soli. In quel momento si vedeva il loro amore molto forte. E’ stato un momento molto romantico ma anche triste, perchè quell’amore non era destinato a durare nel tempo.  (Alessia)

Il brano che mi è piaciuto di più è nell’ultimo quadro, quando Rodolfo, Marcello, Colline e Shaunard giocano e ballano. Mi piace perchè la musica è allegra e subito dopo entra Musetta e cambia di colpo.  (Mattia)

Il brano che mi ha colpito di più è stato “Che gelida manina” e anche quando Mimì è agli ultimi istanti di vita e ricorda insieme al suo amato quando si sono conosciuti e tutti i bei momenti che hanno passato insieme: dolce e allo stesso momento triste e commovente.  (Valentina)
Il brano che mi è piaciuto di più è cantato da Musetta nel secondo atto, dove lei si presenta nel Caffè Momus. L’intonazione con numerosi acuti è stata straordinaria e adoro questo personaggio per il suo carattere così deciso che è evidenziato nella canzone. (Francesca)
Esprimi il tuo giudizio sul lavoro svolto e sull’allestimento dell’opera alla quale hai assistito.



Per me il lavoro è stato divertente e anche triste. Divertente perchè è stato bello guardare un’opera di cui abbiamo parlato per mesi dal vivo. Poi a me ha interessato molto sapere della vita di Puccini, anche attraverso il film e le spiegazioni. Triste per la morte di Mimì e perchè non volevo che l’attività finisse così in fretta. La mia parte preferita è stata andare a teatro, la scena in cui erano al caffè Momus e quando entra in scena Musetta.  ( Marika)

L’allestimento mi è piaciuto molto. La cosa più bella è stata quando si passa al Caffè Momus: i protagonisti camminano nella direzione opposta rispetto al movimento del Caffè, come un tapis roulant. (Vincenzo)
Abbiamo avuto l’occasione di vedere le prove e capire com’è il lavoro dietro le quinte, non soltanto lo spettacolo finito. Il terzo atto per me è stato il più bello perchè erano nella periferia di Parigi e nevicava. Questa esperienza per me è stata unica. (Diana)

L’idea dell’ambientazione moderna mi è piaciuta molto, ma confrontando questa ambientazione con quella originale ho preferito l’originale perchè mi ha coinvolto di più.  (Alessia)
Sono rimasta impressionata dalle scenografie e dalle voci degli attori: a volte mi venivano i brividi… (Sara)
La Bohème mi è piaciuta abbastanza, anche se non mi piacciono le opere liriche. Mi è piaciuta soprattutto perchè ha un allestimento moderno ed è stata un’idea originale. (Mattia)
Prima di vedere l’opera pensavo di preferire l’allestimento originale, ma ho cambiato idea alla sera dell’opera. I personaggi sono stati formidabili: sono riusciti a proporre il nuovo nel vecchio. …Anche se sapevamo il finale, la scena della morte di Mimì è stata comunque molto triste perchè va via la giovinezza dei ragazzi. E’ stata una serata fantastica; almeno una volta nella vita bisogna viverla.  (Elisa)

La Bohème mi è piaciuta molto: è stata una bella idea ambientarla in una Parigi più moderna. Con le impalcature sembravano proprio quei palazzi grigi e tristi che ci sono a Parigi. (Valentina)

Non ho trovato gradevole la realizzazione in stile moderno, avrei preferito vederla “in stile antico”.  (Alessia)
Tutto il progetto è incominciato in classe, verso la fine di settembre. All’inizio non pensavo fosse così interessante, invece poi con il passare delle settimane, mi sono interessata sempre di più, come se facessi quasi parte della storia. A ogni lezione mi divertiva e mi piaceva parlare, ascoltare e raccontare la storia di questi ragazzi e di una storia d’amore vera, un po’ precipitosa e affrettata con i tempi, a parer mio, ma con la quale Puccini voleva esprimere il vero amore. …Mi ha sorpreso molto l’allestimento: mi sarei aspettata qualcosa di diverso nella realizzazione dei palazzi, sembravano un po’ cupi. Mi sono piaciuti molto i cantanti , anche se forse avrei preferito vedere l’opera nella sua forma originale. ( Francesca)

Il Direttore Artistico presenta la Stagione dei ragazzi

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Condividiamo con voi qualche estratto dell’intervento che il nostro direttore artistico, Maestro Gastón Fournier Facio, con la sua consueta forza comunicativa, ha presentato agli insegnanti riuniti lunedì 26 nella Sala Caminetto del Teatro Regio.

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Il Maestro ha raccontato al nostro pubblico quali saranno i momenti principali della Stagione della Scuola all’Opera: in prima battuta, La bohème, i ragazzi e l’amore, che debutta già il 18 ottobre sul nostro palcoscenico. Quale modo migliore per avvicinarsi al mondo del melodramma che scoprire la freschezza e l’intensità di una delle pagine d’opera più rappresentate al mondo? Siamo sicuri che anche l’allestimento –lo stesso che apre la Stagione lirica 2016-17-, estremamente attuale e suggestivo, saprà proiettare i ragazzi direttamente nella storia degli amici bohémien e il loro percorso di crescita attraverso l’amore, i sogni, le risate e le inevitabili rinunce e perdite. Se non l’avete ancora fatto, prenotate lo spettacolo! Gli ultimi posti sono ancora a disposizione.

Il Maestro ci ha poi parlato della originale proposta jazz, questa in versione interattiva con la partecipazione del pubblico in sala, dei canti della tradizione e la vivace Little Jazz Mass di Bob Chilcott, proposti dal trio di Luigi Martinale (pianoforte, contrabbasso e batteria) e dal Coro di voci bianche del Teatro Regio per lo spettacolo Tutti quanti voglion fare il jazz… anche a Natale!

Altrettanto interattivo secondo la nostra migliore tradizione sarà lo spettacolo Il flauto magico raccontato ai ragazzi, in chiusura di Stagione, in cui sarà il direttore d’orchestra a raccontarci il capolavoro mozartiano, anch’esso messo in scena con l’allestimento serale ma in versione adatta a un pubblico più giovane. Preparatevi a cantare con Papageno!

Per i più piccoli un’opera piccolissima: Settestella di Azio Corghi, uno spettacolo di condivisione, scoperta e amicizia che letteralmente si costruirà sotto gli occhi del pubblico in miniatura attraverso musica, canto e pittura dal vivo.

Anche quest’anno non possiamo fare a meno di affiancare a questi spettacoli più spensierati una data importantissima, quella del Concerto per il  Giorno della memoria, ospitato per la prima volta nella splendida cornice della Sala del lirico per fare spazio all’Orchestra e al Coro del Teatro che eseguiranno due celebri pagine di autori degenerati, Felix Mendelssohn Bartholdy e Arnold Schoenberg. Voce narrante d’eccezione sarà quella di Gabriele Lavia.

Infine, in primavera usciremo dagli schemi con un abbinamento insolito: Vivaldi e Piazzolla, le otto stagioni, alternando il barocco veneziano al contaminatissimo tango nuevo argentino. Siamo sicuri che soprattutto per le Scuole secondarie di primo grado potrà essere una proposta vincente … in tutti i sensi! Sarà possibile infatti non limitarsi alla visione dello spettacolo ma cimentarsi con Viva Vivaldi!, un torneo per giocare dal vivo e on line sulle pagine di questo blog alla scoperta di un barocco inaspettato. Ai primi classificati in palio biglietti per uno spettacolo della prossima Stagione.

A chiusura dell’intervento, Elisabetta Lipeti ha presentato le attività, i laboratori e i percorsi didattici che fanno da cornice alla ricchissima Stagione di spettacoli.

Vi aspettiamo numerosi!

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La Bohème: benvenuti all’opera!

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Il 1 febbraio 1896, sul palcoscenico del Teatro Regio di Torino e guidato dalla bacchetta di un giovane Arturo Toscanini, vedeva la luce in prima assoluta quello che sarebbe diventato uno dei titoli d’opera più amati e rappresentati di sempre: La Bohème di Giacomo Puccini.

Centoventi anni più tardi il nostro Teatro rende omaggio a questo capolavoro senza tempo aprendo la Stagione 2016-2017 con un nuovo allestimento firmato dal regista Àlex Ollé, del gruppo catalano La Fura dels Baus, che proietta i grandi temi pucciniani, oggi più che mai attuali, nel paesaggio di una metropoli contemporanea.

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La Bohème è un’opera di nostalgia per la perdita della freschezza e l’irruenza giovanile che sognano di esprimersi nell’arte e nell’amore ma sono costrette a scontrarsi con la freddezza del mondo, dove i sogni non bastano a scrivere il lieto fine. Siamo certi che non ci sia un titolo più adatto di questo per accompagnare per la prima volta ragazzi e adolescenti alla scoperta del teatro d’opera.

Le scuole medie e superiori potranno scoprire Puccini e La Bohème attraverso i nostri ormai storici progetti All’opera, ragazzi! e Un giorno all’opera.

Per un pubblico ancora più giovane e per chi non se la sentisse di affrontare una recita  abbiamo pensato ad una versione speciale secondo la formula ormai collaudatissima della pocket opera, ancora una volta nata dalla penna di Vittorio Sabadin: andrà così in scena La Bohème, i ragazzi e l’amore dove sarà Musetta in persona ad accompagnarci all’ascolto delle celebri pagine pucciniane.

E a chi volesse approfondire il discorso con un approccio inedito e alternativo, proponiamo l’attività Opera e cinema: Bohème e bohémien in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema.

Attenzione: le prenotazioni per questi spettacoli e le attività collegate cominciano già il 19 settembre!

Per saperne di più e impostare al meglio il percorso didattico invitiamo i docenti all’incontro di preparazione che si terrà giovedì 22 settembre alle ore 17 presso la Sala Pavone.

Contrasti di colore

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Dopo le vacanze la Stagione lirica riprende a pieno ritmo e con lei le nostre attività de La Scuola all’Opera: in questo momento due titoli dai forti contrasti si contendono il palcoscenico del Teatro Regio,

Goyescas di Enrique Granados e Suor Angelica di Giacomo Puccini.

 

Francisco_de_Goya_y_Lucientes_-_The_Clothed_Maja_(La_Maja_Vestida)_-_WGA10045Accomunati dal periodo di genesi e debutto (1916 il primo, 1918 il secondo), dall’essere atti unici (pensati quindi per essere messi in scena accostati ad altre composizioni), sono entrambi titoli di colore: dove il primo gioca sulle forti tinte della passione e della musica iberica, il secondo sull’uniformità di un ensemble di sole voci femminili, e il colore tenero e insieme potente dell’amore materno. Goyescas parla della terra e di un popolo sensuale e terreno, di un amore dalla forza travolgente e mortale; in Suor Angelica entriamo in un piccolo mondo “fuori dthCAJFQNJCal mondo”, un’atmosfera sospesa che anela al cielo ma non può raggiungerlo. Entrambi legati a suggestioni pittoriche, ispirato da alcuni Capricci di Goya il primo, nato per far parte di un Trittico il secondo: atti unici, ma divisi in quadri dal titolo e dal riferimento ben preciso.

 

Li vediamo sulla scena del Teatro Regio in un nuovo allestimento di Andrea De Rosa, che a sua volta gioca sul contrasto, sul tema del vuoto e della solitudine – rappresentato in Goyescas da un enorme cratere che ingombra la scena, immoto e inevitabile, e in Suor Angelica dalle tetre e incombenti pareti di un ospedale psichiatrico del secondo dopoguerra – e risponde alle luminose aperture dell’orchestra con piccoli squarci di luce nel buio del palcoscenico.

Non è certamente facile per voi, ragazzi di medie e superiori, confrontarvi con due titoli come questi, meno noti di altre rappresentazioni più celebri, eppure ricchissimi di suggestioni e riferimenti extramusicali, musicalmente affascinanti e complessi; così come non è stato facile per noi de La Scuola all’Opera accompagnarvi alla loro scoperta nei progetti All’Opera, ragazzi! e Un giorno all’opera. Ci piacerebbe quindi conoscere le vostre impressioni sull’aspetto musicale, sulla messa in scena, sull’esperienza a teatro e ogni cosa che vorrete condividere tra voi e con noi: coraggio, i commenti sono aperti!

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Il Novecento di Puccini

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Dormi, oblia!
Liu, poesia!

La Bohème segna anche l’inizio della collaborazione con i librettisti Giacosa e Illica, che firmeranno anche Tosca, andata in scena con un vero e proprio trionfo al teatro Costanzi di Roma nel 1900, e Madama Butterfly, presentata alla Scala nel 1904.

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Quest’ultimo lavoro

[…] riporta un clamoroso (e in buona parte “orchestrato”) fiasco tra “grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate”. Puccini, indispettito e sicuro del valore di Butterfly […] ritira immediatamente l’opera e la rielabora […].[1]

Le versioni successive conoscono un grande successo; la stesura definitiva sarà infine la quarta (1906).
Puccini ha preso il soggetto da un lavoro teatrale in prosa di David Belasco che ha visto a Londra nel 1900: non conosce l’inglese ma ne rimane colpito e ne coglie immediatamente la potenza drammaturgica. È un musicista, certo, ma soprattutto, come già Verdi prima di lui, un uomo di teatro. Ha intuito, conosce ciò che funziona sulla scena; e soprattutto si informa, si tiene aggiornato. Segue le novità dei palcoscenici europei, le sa capire e reinterpretare. È al passo con i tempi anche da un punto di vista strettamente musicale: pur non condividendone il linguaggio, conosce le avanguardie e i loro principali esponenti (Debussy, Schoenberg, Strauss, Stravinskij) che spesso gli tributano stima, e questa competenza si riflette nella “modernità grammaticale” (VLAD 1992) della sua scrittura. D’altra parte non rinuncia alla melodia che, come aveva notato Verdi nella sua lettera[2], “non è né moderna né antica”: perciò, seppure moderna, la sua musica è orecchiabile, trascinante, piacevole e comprensibile, il che gli guadagna una grandissima popolarità. Amato dal pubblico, ma non dai critici, che lo qualificano come autore di musica “commerciale”, “facile”, “alla moda” ma senza futuro e senza spessore.

Sarà anche alla “alla moda”, ma Puccini è uno dei primi a seguire soltanto la sua ispirazione, a scegliere i propri tempi di composizione, anche lunghi, senza scendere a compromessi artistici. Forte dell’appoggio di Ricordi, seleziona accuratamente soggetti e librettisti, rifiutando le proposte che non gli sembrano convincenti.

Ed è soltanto tre anni dopo Butterfly che finalmente trova un nuovo titolo per lui: ancora un dramma di Belasco, questa volta visto e ambientato negli Stati Uniti, La fanciulla del West. La nuova opera andrà in scena al Metropolitan di New York il 10 dicembre 1910,
primo grande avvenimento lirico (preparato da una colossale campagna pubblicitaria) ospitato negli Stati Uniti […][3]

Puccini è internazionale, cosmopolita: e lo dimostra anche la scelta dei soggetti, ogni volta un nuovo mondo, completamente diverso dal precedente. Dalle soffitte di Parigi, alla passionalità della cruenta Roma di Tosca, alla fragilità della fine e delicata Cio Cio San, fino all’atmosfera quasi hollywoodiana del western.

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Il successo planetario e il carattere gioviale e socievole del maestro, che conquista i salotti di mezzo mondo, nascondono in realtà grandi sofferenze: Puccini non trova pace. Dal 1898 ha acquistato una villa a Torre del Lago, presso Viareggio, un rifugio ideale in cui dedicarsi alla composizione e alla caccia – ma la quiete familiare e domestica della quale ha bisogno, se mai è esistita, è ormai distrutta. Il rapporto con Elvira, da sempre difficile, è irrimediabilmente deteriorato. Puccini è sistematicamente infedele; la moglie da parte sua è dispotica, aspra e ossessivamente gelosa. Nel 1908 la situazione, estremamente degenerata, sfocia in tragedia: Elvira accusa una cameriera ventunenne, Doria Manfredi, di una tresca con Puccini: per una volta il maestro è innocente, ma Elvira, esasperata, licenzia la ragazza e la perseguita fino a spingerla al suicidio. La famiglia Manfredi querela Elvira, che viene condannata a un risarcimento e a cinque mesi di carcere: Puccini offre allora la somma enorme di 12.000 lire ai Manfredi perché ritirino l’accusa. La tragedia segnerà per sempre il Maestro, i suoi rapporti familiari e la sua vita artistica.

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Il titolo successivo, a cui Puccini comincia a lavorare nel 1914, è un’operetta, commissionatagli dal Carl-Theater di Vienna, La rondine. Tito Ricordi, che è succeduto a Giulio, morto nel 1912, si oppone al progetto: e sorgono anche problemi politici, visto che, dopo gli sviluppi della grande guerra del maggio 1915, Puccini si trova a scrivere “per i messeri nostri nemici”[4]. Il concorrente di casa Ricordi, Sonzogno, approfitta della situazione difficile e acquista dal compositore partitura e diritti detenuti dagli austriaci: il lavoro finito, che ha perso i caratteri di operetta per assomigliare sempre di più al melodramma, andrà in scena a Montecarlo il 27 marzo 1917.

La ricerca pucciniana di ambienti e situazioni drammaturgiche nuove, diverse, prosegue: nascono così i titoli del Trittico, tre opere brevi di un atto soltanto, che il Maestro avrebbe voluto rappresentate sempre insieme. La prima, Il tabarro, ha le tinte fosche e veriste di una tragedia passionale tra i lavoratori di una chiatta ancorata sulla Senna.

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Il secondo quadro, Suor Angelica, è un’opera quasi corale, interamente femminile, ambientata in un convento, dove anche il dolore straziante di una giovane madre privata del figlio si stempera, nonostante la conclusione drammatica, nei toni dolci della riconciliazione e del perdono divino: un omaggio alla vita monastica a cui si era dedicata la sorella di Puccini, Iginia. Il Trittico si conclude con Gianni Schicchi, unica opera buffa del Maestro: divertentissima e ritmata, è un omaggio alla Firenze medioevale e allo spirito vivace e intraprendente della “gente nova”, proveniente dal “contado”, come lo stesso Puccini. Il Trittico raccoglie un nuovo successo – di pubblico, meno di critica – il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York.

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Appena terminato il lavoro, Puccini cerca freneticamente un nuovo soggetto: ma il vecchio mondo non esiste più, distrutto dalla guerra. La società è in crisi: i disordini e gli squilibri disorientano il compositore, che non riconosce più la vita alla quale era abituato. Nel frattempo, inesorabilmente, sorge il fascismo: verrà da lì la soluzione, un ordine nuovo?

Puccini si rifugia in un mondo fuori dal tempo e dallo spazio: è la Pechino fiabesca, notturna, a cavallo tra sogno e incubo di Turandot, tratta dalla fiaba teatrale di Carlo Gozzi (1762). Il Maestro comincia a lavorare alacremente già nel 1920, insieme ai librettisti Adami e Simoni. Le difficoltà drammaturgiche e musicali non sono poche: prima fra tutte, la trasformazione della “principessa di gelo” in donna innamorata alla fine dell’opera. Il sacrificio estremo di Liu, che dovrebbe “dissolvere l’incubo”, è un nodo cruciale che il musicista non riesce ad oltrepassare se non con tentativi e abbozzi. Nel frattempo è sempre più sofferente: un accanito mal di gola – Puccini è sempre stato un convinto fumatore – lo perseguita; nell’autunno del 1924 arriva la diagnosi, cancro inoperabile. Puccini, tenuto all’oscuro della reale gravità della malattia, si reca a Bruxelles per una cura all’avanguardia, applicazioni interne radioattive (tramite aghi inseriti nel tumore). Ha portato con sé trentasei pagine di appunti per l’ultimo atto di Turandot, ma non arriverà a completarle. Il 24 novembre affronta la dolorosa operazione; il cuore non regge, e il musicista si spegne all’alba del 29 novembre 1924.

Turandot sarà messa in scena alla Scala nell’aprile 1926, terminata dal compositore Franco Alfano: ma la sera della prima Arturo Toscanini deporrà la bacchetta subito dopo il corteo funebre di Liu, esclamando “Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il Maestro è morto”.

L’integrità dell’emozione artistica che tutti coinvolse non fu guastata  dalle note di Giovinezza, imposta da Mussolini con apposito decreto (21 aprile 1925) come brano d’apertura di ogni recita nei teatri italiani: nonostante le pressioni, il grande direttore rifiutò di eseguire l’inno fascista, sicché il duce annullò la prevista partecipazione alla serata di gala. Fra i tanti meriti Toscanini ebbe dunque anche quello che il trionfo di Puccini non fosse guastato da quest’oltraggio. [5]

Incompiuta, difficile, tutta tesa in un’atmosfera tra il reale e il magico, Turandot rimane sicuramente l’ultimo melodramma. […] Dopo Turandot sarà la fine di un clima e di un linguaggio, la dissoluzione di un’espressione artistica. Ma come Butterfly è l’ultima opera della stagione ottocentesca, Turandot ha questo di miracoloso: che è l’ultima opera (e forse la prima) del Novecento.[6]

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[1] Fabrizio DORSI, Giuseppe RAUSA, Storia dell’opera italiana, Mondadori, Milano 2000, p. 552
[2] Vedi articolo precedente
[3] DORSI, RAUSA, op. cit., p. 561
[4] Cit. in DORSI, RAUSA, p. 582
[5] Michele GIRARDI, Puccini, L’arte internazionale di un musicista italiano, Marsilio, Venezia 2000, p. 438
[6] Giuseppe TAROZZI, Puccini, La fine del bel canto, Bompiani, Milano 1972, p. 148

PUCCINI, l’erede

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E dopo l’esplosione del genio verdiano?
Cosa aggiungere ai punti fermi messi dalle opere del Maestro di Busseto?
Il melodramma conosce in quel periodo, senza dubbio, un altro grande momento di crisi. Il predominio del teatro musicale comincia a lasciare il campo a un crescente interesse per la musica strumentale; si diffondono, nel frattempo, le opere non italiane, di Meyerbeer, Gounod, Thomas, Wagner.

La differente sapienza sinfonica e l’aggressività sonora di quelle partiture rendono evidente la necessità di un aggiornamento della scrittura italiana attraverso una maggiore valorizzazione dell’apporto orchestrale.[1]

I teatri d’opera sembravano essere ancora il tempio dov’era custodito il passato: le scene medioevali, fra campi di battaglia e torri, popolate di truci e gravi figure di baritoni e bassi, i giardini con le dame sospiranti che si offrivano vittime, i tenori eroici che piangevano l’amore perduto e qualche volta si uccidevano: un misto solenne di retorica e di lirismo sentimentale prevedibile dopo la strada aperta dai grandi compositori, nel tempo in cui amore e morte apparivano strettamente uniti, e le armi erano il pegno per la libertà.[2]

Le nuove generazioni sono in subbuglio: si affacciano alla scena giovani autori che cercano nel teatro qualcosa di diverso, moderno, rivoluzionario. Nuovi stili, linguaggi e modalità espressive, come la Scapigliatura, il verismo, l’esotismo. Pochi i titoli che riescono, in questo periodo di transizione, a entrare stabilmente in repertorio: Mefistofele (Arrigo Boito), La Gioconda (Amilcare Ponchielli), Loreley e La Wally (Alfredo Catalani). E poi gli autori accomunati dalla critica sotto la denominazione di Giovane Scuola Italiana, tutti o quasi immortalati da uno soltanto, o al massimo un paio di titoli: Cavalleria Rusticana (1890) e Iris (1898) per Pietro Mascagni, Pagliacci (1892) per Ruggero Leoncavallo, Andrea Chénier (1896) e Fedora (1898) per Umberto Giordano, Adriana Lecouvreur (1902) per Francesco Cilea.

Vi proponiamo qui di seguito un ascolto tratto da Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni:

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Quando si rappresenta Cavalleria rusticana, la calma routine di quegli anni viene letteralmente sconvolta […]: si parla di rivelazione, di capolavoro, al limite del caso e dello scandalo; e il giovane musicista livornese diviene all’improvviso famoso, l’opera varca in pochi mesi le Alpi, mietendo successi e riconoscimenti critici ovunque, perfino in Germania e Austria, dove il severo Eduard Hanslick dedica al lavoro un saggio entusiastico. Sull’onda di questo autentico trionfo, Mascagni sarà poi costretto a una attività convulsa, improntata a una volontà di rinnovamento drammaturgico e stilistico, a una sorta di sperimentalismo e di crescita culturale che saranno i tratti caratteristici della sua produzione matura. I poveri personaggi, diseredati sociali, ‘vinti’, secondo la qualificazione verghiana – soprattutto Santuzza, ma anche Turiddu e Mamma Lucia – trovano udienza sulla scena lirica, grazie a un compositore che sa interpretarne i moti più profondi e tradurli in un linguaggio essenziale ed efficace. dovette impressionare la vena di canto nuova e personale nella sua spontaneità un po’ irruenta, al limite della volgarità, l’originale impiego delle voci, sospinte verso il registro acuto, che veniva raggiunto con slancio, spesso con una forza confinante con il grido; ma Mascagni si faceva apprezzare anche per la bella sicurezza con cui manovrava le masse corali, ricorrenti in tutto l’atto, a rafforzare il senso di una presenza di massa, di un popolo in scena; e soprattutto per gli ampi squarci sinfonici, inseriti quasi a dimostrazione che un musicista che volesse essere ‘moderno’ non poteva – dopo l’esempio wagneriano – non affidare all’orchestra un ruolo di spicco, in una rinnovata concezione dell’opera in musica.

(dal Dizionario dell’opera, Baldini Castoldi)

Tra questi autori, però, uno solo si distingue per numero, varietà d’invenzione, novità del linguaggio e successo: Giacomo Puccini.

Nato a Lucca il 22 dicembre 1858 da una lunga genealogia di musicisti (Giacomo ne rappresenta la quinta generazione e il culmine), viene da subito avviato agli studi musicali perché possa ereditare la carica di organista in Duomo che già era stata del padre. Se all’inizio Giacomo è svogliato e distratto, di scarsissimo rendimento (viene persino bocciato all’ultimo anno di Ginnasio), le cose cominciano a cambiare quando si rende conto che la musica può essere per lui la possibilità di riscatto economico e sociale: la famiglia, seppure in vista, è povera. Giacomo ha altre sei sorelle e un fratello ed è rimasto orfano a soli cinque anni. La folgorazione definitiva avviene nel 1876: a Pisa danno l’Aida di Verdi e Puccini, che si è fatto a piedi i trenta chilometri di distanza da Lucca, ne rimane estasiato. Convince la madre a inviare una supplica alla Regina Margherita per ottenere una borsa di studio: la ottiene, e parte per il Conservatorio di Milano.

All’esame di ammissione vince il primo premio assoluto, e si butta a capofitto negli studi. Terminato il Conservatorio e con esso il sussidio economico, nel 1883, Puccini non ha alcuna intenzione di tornare in provincia, anche se Lucca gli potrebbe assicurare l’incarico da organista in San Martino che il prestigio del nome dei Puccini gli garantisce. Ma l’aspirazione di Puccini è ormai quella di scrivere opere, e Milano all’epoca era, come nota Mosco Carner, “la Mecca di tutti gli aspiranti compositori”. Milano in quegli anni è la città più all’avanguardia in Italia: benché non abbia l’università (ma c’è la vicinanza dell’ateneo di Pavia, uno degli atenei più antichi d’Europa); vi vengono pubblicati quotidiani importantissimi, diffusi in tutta la penisola; ospita intellettuali e artisti di ogni sorta; vi hanno sede grandi e prestigiose case editrici.

Nel trentennio a cavallo di secolo, fra il 1880 e il 1910, la situazione musicale italiana conosce un momento di mercato tutto particolare, che non aveva ancora vissuto prima, o almeno non con pari intensità, e che, dopo d’allora, andrà perdendosi e trasformandosi profondamente. Tale situazione di mercato vede impegnato in prima persona l’editore musicale in una misura quale non si era mai verificata. La produzione musicale, che è in Italia per tradizione essenzialmente operistica, viene ora promossa e gestita soprattutto dall’editore, direttamente. Ciò come conseguenza dell’affermarsi del copyright (la Società degli Autori viene fondata nel 1882), che assicura all’editore l’esclusività dei materiali grafici a noleggio e i diritti d’esecuzione da spartire con l’autore. Di qui l’assunzione, da parte dell’editore, di impegni di impresa che arrivano fino all’organizzazione di compagnie e di stagioni.

Di qui l’insorgere, presso l’editore, di una competitività d’impresa che viene ad investire ogni aspetto dell’attività musicale, da quello propriamente editoriale a quello promozionale, a quelli dell’organizzazione, dell’eseecuzione e fin della composizione. […] tale competitività si esplica in Italia, sostanzialmente, nella rivalità commerciale fra le due grandi case editrici di Ricordi e di Sonzogno.

[…]

Parallelamente al concetto di impresa totale si sviluppa durante il trentennio, nell’ambito dell’editoria musicale, quello di scuderia, riguardante gli autori […] e in certa misura anche gli esecutori, finendo per assumere l’editore anche la funzione di agente e di impresario.[3]

 

Ed è proprio l’opportunità offerta da un editore e impresario teatrale, Edoardo Sonzogno, che Puccini tenta di cogliere per sfondare nel campo musicale: si iscrive così al concorso Sonzogno per migliore opera in un atto unico (che nel 1890 regalerà la fama a Cavalleria Rusticana di Mascagni, che con Puccini ha diviso un alloggio negli anni milanesi).

Grazie all’aiuto di Amilcare Ponchielli, suo insegnante, il giovane aspirante maestro si procura la collaborazione del giovane scrittore e giornalista Ferdinando Fontana per il libretto e con l’acqua alla gola consegna la sua prima opera, di soggetto fantastico: Le Villi. Smacco solenne: la composizione non viene neanche nominata tra le meritevoli, probabilmente anche per la grafia incomprensibile del manoscritto.
Ma Puccini non si arrende: frequenta i salotti musicali, cerca appoggi. Riesce a garantirsi quello eccellente di Arrigo Boito, che insieme ad altri comincia a raccogliere fondi per la messa in scena dell’opera. La casa editrice Ricordi, acerrima avversaria di Sonzogno, accetta di stampare gratuitamente copie del libretto. La rappresentazione, il 31 maggio al teatro Dal Verme, è un immenso successo. Ricordi acquista i diritti sulla stampa e la messa in scena dell’opera e ne commissiona un’altra, questa volta per la Scala, al giovane Maestro, che entra così a far parte della “scuderia” Ricordi.

 Anche Verdi sente parlare del grande successo de Le Villi e commenta così

Ho sentito a dir molto bene del musicista Puccini. […] Segue le tendenze moderne (Wagner), ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla melodia che non è né moderna né antica. Pare però che predomini in lui l’elemento sinfonico! Niente di male. Soltanto bisogna andar cauti in questo. L’opera è l’opera; e la sinfonia è la sinfonia, e non credo che in un’opera sia bello fare uno squarcio sinfonico, pel sol piacere di far ballare l’orchestra […]”[4]

Questo primo successo – sebbene non replicato da altrettanti consensi quando l’opera sbarca alla Scala, al Regio di Torino e al San Carlo di Napoli – segna davvero una svolta per il giovane Puccini, soprattutto perché dà inizio alla sua collaborazione – che durerà tutta la vita, a parte una breve interruzione all’epoca de La Rondine – con casa Ricordi, garantendogli non solo la fama ma soprattutto abbondanti mezzi di sostentamento tramite i diritti d’autore – e soprattutto con Giulio Ricordi – già editore di Giuseppe Verdi e uno degli uomini più influenti di Milano – che sarà per lui anche un mentore, un consigliere artistico e un sostegno nei momenti difficili.
Puccini ci mette ben quattro anni a terminare la nuova opera commissionata: ed è il mezzo fallimento di Edgar alla Scala il 21 aprile 1889. Sono ancora anni difficili: anche se il nome del maestro comincia a girare, i soldi scarseggiano e a Milano la vita è molto cara. Tornare a Lucca non si può, perché è nato uno scandalo: da qualche anno Puccini convive con Elvira Gemignani, moglie di un suo ex compagno di scuola. Si sono conosciuti all’epoca de Le Villi: Elvira lascia marito e figlio e fugge a Milano portando con sé la figlia Fosca. Tutta Lucca, parenti compresi, si schiera contro il compositore, che da Elvira avrà il figlio Tonio.
Puccini si rimette al lavoro, e sceglie un titolo non facile, già musicato anni prima da Massenet: Manon Lescaut. In due anni cambia ben cinque librettisti per arrivare a un risultato drammaturgico soddisfacente: e l’opera va in scena il 1 febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino, otto giorni prima della “prima”, alla Scala, di Falstaff, ultima opera di Verdi. Il successo è enorme e sembra proprio un passaggio di consegne tra il vecchio maestro e l’esponente della giovane scuola: anche questa coincidenza è stata in realtà accuratamente pianificata dall’editore Giulio Ricordi.

Il mito di Puccini, finalmente, esplode.

Manon Lescaut si fa immediatamente strada in ogni città d’Italia, e poi nel mondo. Prima che si compia un anno dal suo debutto, è rappresentata a Buenos Aires, a Rio, a Pietroburgo, a Monaco, a Amburgo. Nel maggio del 1894 avviene al Covent Garden di Londra la prima esecuzione inglese. G. B. Shaw, allora critico musicale di The World, la recensisce in termini entusiastici e conclude il suo articolo con queste parole: “Mi sembra che Puccini, più che qualsiasi altro suo rivale, sia il più probabile erede di Verdi.” Al maestro viene data la croce di cavaliere del regno d’Italia, si organizzano feste e banchetti in suo onore. I soldi arrivano copiosi.[5]

E soltanto tre anni dopo, il 1 febbraio 1896, sempre al Teatro Regio di Torino, Puccini conosce la sua consacrazione definitiva con quella che ancora oggi è ai vertici della classifica delle opere più rappresentate al mondo: La Bohème, diretta da un giovane Arturo Toscanini.[6]

Boheme-poster1

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[1] Fabrizio DORSI, Giuseppe RAUSA, Storia dell’opera italiana, Mondadori, Milano 2000, p. 474
[2] Lorenzo ARRUGA, Il teatro d’opera italiano, una storia, Feltrinelli, Milano 2009, p. 304
[3] Piero SANTI, Il rapporto col libretto al tempo dell’Edgar, in Quaderni Pucciniani 1992, Istituto di Studi Pucciniani, Milano, pp. 41-42
[4] Giuseppe Verdi, lettera del 10 giugno 1884 a Opprandino Arrivabene, cit. in Mosco CARNER, Le Villi, in Quaderni pucciniani 1985
[5] Giuseppe TAROZZI, Puccini, La fine del bel canto, Bompiani, Milano 1972, p. 41
[6] Il soggetto, tratto dal romanzo di Henri Murger Scenes de Bohème, gli è stato segnalato da Ruggero Leoncavallo, che già ci sta lavorando. Ne nasce una sfida che segnerà la fine dell’amicizia dei due compositori e il precoce oblio de La Bohème di Leoncavallo, andata in scena alla Fenice nel 1897.