V vs W: Verdi, gli ultimi capolavori

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Nel 1859 il clima politico in Europa è in fermento. L’alleanza del Regno sabaudo con la Francia sembra preludere ad un secondo tentativo di indipendenza per l’unificazione degli stati italiani.

È in questo contesto che il 17 febbraio 1859, al Teatro Apollo di Roma, va in scena la nuova opera verdiana, Un ballo in maschera. Il soggetto è controverso e Verdi e il suo librettista hanno dovuto faticare non poco per farlo accettare alla censura: il luogo e l’epoca dei fatti vengono modificati, il regicidio del dramma originale di Scribe, Gustavo III Re di Svezia, si trasforma nell’omicidio del governatore di una provincia americana. Ma come sempre sarà il pubblico ad attribuire il signima è salutato da un coro unanime dalla sala, al grido di “Viva V.E.R.D.I.”. È un omaggio al compositore, certo, ma soprattutto uno slogan politico: Viva Vittorio Emanuele Re di Italia, un appello ai Savoia perché dichiarino guerra all’Austria. L’invito è raccolto; il conflitto si conclude dopo pochi mesi con un armistizio, ma le basi per l’indipendenza sono state gettate. Verdi assiste con trepidazione alle diverse fasi dell’offensiva, anticipa il denaro che serve a costituire la milizia di Busseto, partecipa al plebiscito per l’annessione al Regno sabaudo delle province dello stato di Parma e si reca a Torino in delegazione per presentare i risultati a Vittorio Emanuele. È diventato un simbolo: quando, finalmente, nel 1861 l’Italia è riunita in un’unica nazione, ad eccezione del Veneto e degli Stati Pontifici, gli elettori di Busseto lo vogliono deputato. Il Maestro è restio, ma Cavour in persona lo persuade. Verdi viene eletto e si reca a Torino per partecipare attivamente alle prime sedute del parlamento italiano, che, il 17 marzo 1861, proclamerà Vittorio Emanuele II re del neocostituito Regno d’Italia. Ma la coscienza politica di Verdi è alimentata non tanto da un impulso interiore quanto dalle pressione e dalle aspettative di Cavour, e dopo la morte del ministro, nel 1861, il compositore abbandona del tutto l’attività politica per tornare alla musica.

Il teatro di San Pietroburgo gli ha commissionato un’opera, La forza del destino, che andrà in scena con enorme successo nel novembre dello stesso anno. Mentre in patria è ormai l’indiscusso protagonista della scena musicale, il nome di Verdi si fa sempre più internazionale: mentre lavora per San Pietroburgo è chiamato a comporre un Inno delle nazioni per rappresentare l’Italia all’Esposizione Universale di Londra nel 1862 e riprende i contatti e la collaborazione, ancora una volta tormentata e difficoltosa, con l’Opéra di Parigi. Se la sua popolarità è indiscussa, la personalità artistica di Verdi è però ingombrante e non sempre ben accetta nell’ambiente teatrale: la cantata londinese viene boicottata e il Don Carlos, rappresentato nel 1867 all’Opéra, riceve un’accoglienza piuttosto fredda. Ma entrambe le composizioni sono riscattate da un successo di pubblico, per l’Inno al Her Majesty’s Theatre e per il Don Carlos al Covent Garden e, anni dopo, –adattato e tradotto- nei teatri italiani. La carriera internazionale di Verdi non si arresta. Il Khedivè dell’Egitto gli commissiona un inno per celebrare l’apertura del canale di Suez: Verdi rifiuta, ma accetta la proposta di scrivere un’opera per il teatro del Cairo, inaugurato nel 1869 con il Rigoletto. Nel 1871 va in scena Aida, un trionfo senza precedenti.  L’opera viene ripresa alla Scala, al San Carlo di Napoli e nei principali teatri italiani: ovunque è un successo.

Nel 1873 compone la Messa di Requiem per la morte di Alessandro Manzoni: Verdi la dirige per la prima volta nel 1874 nella chiesa di San Marco a Milano, e poi a Parigi, a Londra, a Vienna. È un’opera sacra, ma mantiene i potenti caratteri espressivi che Verdi ha disegnato nei suoi melodrammi. Poi, per molti anni, il silenzio. Rielabora, nel 1881, il Simon Boccanegra, e si avvicina ad un nuovo progetto, Otello, senza però cominciare a scrivere. Per lungo tempo il Maestro non compone, ma viaggia in Europa e soggiorna nelle sue residenze di Sant’Agata e di Genova, mentre l’attenzione del pubblico è rivolta ad una musica nuova, una musica “dell’avvenire”: la musica di Richard Wagner. Verdi lo ha sentito per la prima volta a Bologna, nel 1871, dove assiste, partitura alla mano, ad una rappresentazione di Lohengrin. Attento alle innovazioni drammaturgiche, ammira il suo lavoro e accoglie senza riserve l’idea della buca d’orchestra, sperimentata per la prima volta a Bayreuth; ma si irrita se viene accusato di essersi lasciato fuorviare dal “sistema wagneriano” nelle sue composizioni, se le sue opere sono lette come imitazione dello stile del Maestro tedesco. Verdi ha creato, come Wagner, una rivoluzione: entrambi hanno superato i confini tradizionali del teatro musicale e hanno dato vita a nuove forme espressive. Molti sono i punti di contatto e molte le differenze; risultato di un obiettivo simile ma portato avanti in un cammino originale e indipendente.

Nel 1883, a Venezia, Wagner muore. Verdi, forse inconsciamente libero da scomodi paragoni, ricomincia finalmente a scrivere. Si dedica alla composizione con una cura meticolosa: non sono più gli “anni di galera” in cui era costretto a rispettare scadenze massacranti. Il suo genio ormai è riconosciuto, consacrato, e Otello ne sarà l’ennesima prova: termina l’opera nel novembre 1887. Le prove si svolgono nel riserbo più assoluto, mentre le aspettative del pubblico salgono alle stelle. Ancora prima di andare in scena, Otello è un avvenimento: sedici anni dopo Aida, tutta l’Italia aspetta di sentire nuovamente la voce di Verdi. La rappresentazione è un trionfo di pubblico e di critica.

Potrebbe essere la consacrazione definitiva, il coronamento di una lunga carriera; ma il Maestro accetta un’altra sfida. Più di cinquant’anni dopo il suo primo ed unico, disastroso, tentativo, Un giorno di regno, si lancia nella composizione di un’opera buffa. Nel 1893 va in scena alla Scala Falstaff. L’amato Shakespeare, ancora una volta. Verdi ha superato i limiti che lui stesso ha creato.

Falstaff sarà l’ultima opera del Maestro: Verdi compone ancora i Pezzi Sacri, che saranno eseguiti in Italia per la prima volta a Torino, nel 1898, da un giovane e promettente direttore d’orchestra, Arturo Toscanini, ma abbandona per sempre il teatro.

Nel 1897, dopo una vita insieme, la convivenza e il matrimonio –celebrato nell’agosto del 1859 – Giuseppina Strepponi è morta; il Maestro non è però rimasto solo. L’ha raggiunto a Sant’Agata Teresa Stolz, soprano boemo, prima interprete di Aida; forse una vecchia fiamma del passato. È lei che lo assiste negli ultimi anni. Verdi si spegne il 27 gennaio del 1901, a Milano. I funerali per volere del Maestro sono modesti e senza musica. Ma un mese dopo un’altra cerimonia funebre, questa volta imponente, accompagna il trasporto del feretro di Verdi e di Giuseppina dal Cimitero Monumentale alla Casa di riposo per musicisti, fondata per volere del Maestro. Una folla immensa segue il corteo e un coro di cinquecento voci, diretto dal maestro Toscanini, intona il Va’ pensiero dal Nabucco.

All’alba del nuovo secolo l’Italia celebra il genio di Verdi, uomo, musicista e simbolo.

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