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Falstaff immenso, enorme Falstaff!

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Mrs. Quickly “Voi le stregate tutte!”
Falstaff “Stregoneria non c’è, ma un certo qual mio fascino personal …”


Nel mese di novembre appena terminato, sono stati Sir John Falstaff e le sue riprovevoli brame, protagonisti dell’omonima ultima opera verdiana (1893), a stregare il pubblico del Teatro Regio.
Nell’allestimento di Daniele Abbado, le avventure del vecchio viveur hanno preso vita sopra una piattaforma inclinata, circolare come l’addome del nostro Sir John, continuamente in trasformazione grazie a botole e pedane girevoli, pareti e mobilio celati in torre di scena.
L’eccezionale libretto firmato da Arrigo Boito e lo straordinario lavoro compositivo di Giuseppe Verdi riescono a conferire nobiltà alle scabrose vicende di un Sir John che non sa riconoscere il suo declino e anzi, attribuisce alla sua indecente mole fisica una capacità seduttiva fuori dal comune. Su questa Falstaff fa leva per destreggiarsi tra un imbroglio e l’altro rincorrendo in eterno le grandi passioni della sua vita: il vino, le donne e l’oro.


FALSTAFF Se Falstaff s’assottiglia
non è più lui, nessun più l’ama.
In quest’addome
v’è un migliaio di lingue che annunciano il mio nome!
PISTOLA Falstaff immenso!
BARDOLFO Enorme Falstaff!
FALSTAFF Questo è il mio regno … lo ingrandirò

Gli costa caro però l’incontro con le gaie comari di Windsor che rovesciano il suo inganno escogitando una colossale contro -burla al termine della quale non solo Falstaff ma anche la gelosia di Mr Ford e la grettezza del Dr Caius escono definitivamente scornati e gabbati.

Son io, son io, son io che vi fa scaltri!
L’arguzia mia fa l’arguzia degli altri.

Ed è qui che il Falstaff verdiano rivela una nascosta dignità che nell’originale commedia shakespeariana non aveva e che restituisce al personaggio una dimensione umana e malinconica, che coinvolge anche noi, pubblico, con la fuga finale a 10 voci che sfonda la “quarta parete” rivolgendosi direttamente agli spettatori:

Tutto nel mondo è burla.
L’uom è nato burlone,
La fede in cor gli ciurla,
Gli ciurla la ragione.
Tutti gabbati! Irride
L’un l’altro ogni mortal.
Ma ride ben chi ride
La risata final.

La risata finale la rise certamente Giuseppe Verdi, ormai ottantenne, con questa dimostrazione di maestria, padronanza assoluta delle forme e dei generi, in barba ai maligni che lo credevano capace soltanto di drammi e del solito “zum-pa-pa”.
Hanno lavorato insieme a noi su Falstaff 7 classi di Scuola Media inferiore provenienti da Acqui Terme, Alba, Cuorgnè e Collegno con il percorso Un giorno all’opera, mentre altre 2 classi medie e 5 superiori hanno avuto l’opportunità di assistere allo spettacolo di cartellone grazie al progetto All’opera, ragazzi!
Diteci la vostra!

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Otello, la parola al regista

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Abbiamo intervistato per voi lettori de La Scuola all’Opera Walter Sutcliffe, regista della nuova produzione dell’Otello di Giuseppe Verdi fra pochi giorni in scena sul palcoscenico del Teatro Regio.

sutcliffe

 

Al giorno d’oggi, sentendo la parola “opera”, spesso si pensa all’Italia, a qualcosa di stantio e polveroso e alla crisi. Cosa ne pensa lei, che viene dalla Gran Bretagna, è giovane ed è nel pieno della sua carriera? Come si è avvicinato all’opera?

Da ragazzo ho fatto molta musica: suonavo il fagotto al Conservatorio e a scuola ho partecipato a molte produzioni teatrali. La cosa che amavo di più era l’opera, perché mette insieme questi due aspetti, teatro e musica. Così, desiderando lavorare in quell’ambiente, ho cominciato dopo l’università a scrivere a molti registi chiedendo di fare loro da assistente e ho messo in piedi una piccola compagnia, a Londra, con la quale ho fatto moltissime produzioni: piccole recite in piccoli teatri con piccole orchestre … nel frattempo ho diretto anche prosa e ho cercato di costruire attraverso queste esperienze un personale linguaggio e metodo di lavoro, un modo di mettere in scena l’opera che rispettasse anche l’aspetto drammaturgico e della recitazione. Il mio obiettivo è collegare la frase musicale al suo contenuto; è importante che i cantanti davvero comprendano le parole che pronunciano e recitino di conseguenza. Questo è quello che cerco di fare quando lavoro sul palcoscenico.

La storia di Otello apparve per la prima volta in una raccolta di novelle del XVI secolo; Shakespeare mise in scena il suo dramma nel 1604, l’opera di Verdi è del 1887. Perché un giovane di oggi dovrebbe interessarsi a una storia di altri tempi?

Perché una storia è sempre una storia; continuiamo a raccontare e a cercare storie, non importa se vecchie o nuove. Molte sono le stesse che già gli antichi greci si raccontavano, migliaia di anni fa. La domanda non è se una storia è vecchia o nuova, ma se ha qualcosa da dire a noi oggi. Otello in particolare parla del tentativo di quest’uomo di sfuggire a se stesso, o meglio ancora di evolvere, di umanizzarsi. Otello è in origine e nel profondo un guerriero, un distruttore, ma quando lo incontriamo all’inizio della nostra storia si trova nel mezzo di un cambiamento; è profondamente influenzato dal personaggio positivo e creativo di Desdemona. La tragedia nasce dalla sua incapacità di completare il cambiamento; Otello è sopraffatto, alla fine, dalla sua natura distruttiva.

È una storia senza tempo: la storia dell’incapacità di un uomo di cambiare, e spero che il mio allestimento possa trasmettere questo messaggio agli spettatori. È meraviglioso avere la possibilità di mettere in scena storie di altri tempi e di altri secoli: il bello dell’arte è questo, che arricchisce la nostra eredità culturale mettendoci in connessione con altre epoche, altre persone, altre storie.

L’elemento razziale ha un peso nella tragedia? Sappiamo che in Shakespeare è molto più presente che in Verdi. E nella sua lettura?

Penso che il razzismo in questa storia sia un elemento marginale. Nel dramma di Shakespeare appare come parte di un problema molto più ampio, che sottende tutti i rapporti tra i personaggi: Otello non solo è moro, ma su di lui grava anche il sospetto che abbia sedotto Emilia, la moglie di Jago. In Verdi tutto questo non c’è; nell’opera ci sono solo un paio di versi di Jago che lo definisce con disprezzo un “selvaggio dalle gonfie labbra”. È Otello ad avere un pregiudizio verso se stesso: è sicuro di sé solo nel suo elemento di guerra, distruzione e morte. Al di fuori del suo ruolo di condottiero è un personaggio molto insicuro, non preparato ad affrontare l’amore e la pace, che sono per lui situazioni nuove ed estranee. È lui stesso a non sentirsi all’altezza di Desdemona: è turbato dalla propria pelle nera, preoccupato per la distanza culturale, per la differenza di età e di istruzione. Il problema razziale è solo una componente di questa complessa crisi di identità.

Nel teatro di Shakespeare è la parola a comandare, in un continuo dialogo diretto con il pubblico; la drammaturgia di Verdi punta alla ricerca della “parola scenica”. Come ritroviamo questi elementi nella sua regia?

Verdi riprende, anche se in misura minore, l’impostazione di Shakespeare. Ci sono spesso dei punti dove la recitazione si trasforma e “sfonda” la divisione tra palcoscenico e pubblico, dove lo spettatore può in qualche modo sentire che il personaggio si rivolge direttamente a lui. È soprattutto Jago a fare questo, a trasformare i soliloqui in monologhi, a indirizzare l’intenzione delle sue parole alla platea. La recitazione deve seguire coerentemente questa idea.

Può dare un consiglio per i partecipanti al Gioco dell’Opera che dovranno cimentarsi in maniera creativa con l’Otello?

Un buon punto di partenza è lo studio del libretto paragonato alla fonte letteraria: Verdi e Boito hanno accuratamente selezionato i passi di Shakespeare da conservare e quelli da scartare. Confrontare le due versioni e chiedersi il perché di certe scelte può aiutare a individuare gli archetipi che stanno alla base di questa tragedia. È molto importante individuare i temi dominanti in quello che alla fine è un tema fondamentale della storia umana, un percorso alla ricerca della propria identità e di un possibile cambiamento. Per costruire qualcosa di nuovo bisogna anzitutto individuare molto bene il motore dell’azione e le circostanze e necessità psicologiche che animano i personaggi nelle versioni originali della storia, nel dramma e nell’opera quindi. Quando si fa un lavoro artistico, sul palcoscenico o fuori, la cosa fondamentale è avere qualcosa da dire: e soprattutto avere la necessità di dirlo, un chiaro proposito in mente. Avere una storia da raccontare e una ragione per raccontarla, è questo che sta alla base della creazione di un prodotto artistico che il pubblico possa seguire e apprezzare. Sta poi allo spettatore il ricostruire le connessioni che hanno dato vita alla nostra produzione e collegare tutto ciò alla propria storia ed esperienza personale: così si crea qualcosa di nuovo.

VERDI, il MAESTRO

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La puntata di questa settimana è dedicata al campione dei campioni, al più celebre e amato tra i compositori di opera italiana: Giuseppe Verdi. Proprio a lui, e al confronto con il suo contemporaneo Richard Wagner, è stato dedicato l’intero torneo dell’anno scorso: pertanto vi invitiamo a cercare tra il materiale già pubblicato tutto quello che riterrete possa esservi utile nello studio. Cliccando sul tag verdi compariranno, in ordine cronologico dal più recente al più vecchio, tutti i post relativi all’argomento. Troverete elaborati di altre scuole (controllate anche la pagina “Le vostre opere“), articoli di approfondimento su musica e drammaturgia, tavole cronologiche che mettono a confronto il personaggio con il contesto storico, nonché una biografia in tre puntate.

Aggiungiamo qui un altro contributo (qui il primo, dedicato a Mozart) gentilmente scritto per il nostro torneo dalla professoressa Ariotti. Si tratta di una lettura del Verdi politico, della posizione occupata dalla sua figura artistica e dalla sua arte nel processo di formazione dell’identità nazionale italiana.

Come sempre vi proponiamo un ascolto a tema (click sull’immagine sottostante per il link al video), il celebre coro Si ridesti il leon di Castiglia dall’opera Ernani. Subito dopo la prima rappresentazione, avvenuta alla Fenice il 9 marzo 1844, gli irredentisti si appropriarono del brano modificandolo in “Si ridesti il leon di Venezia“.

 

A partire dai tempi della Seconda Guerra d’Indipendenza lo slogan è in realtà un acronimo di “Vittorio Emanuele Re D’Italia”

A partire dai tempi della Seconda Guerra d’Indipendenza lo slogan è in realtà un acronimo di “Vittorio Emanuele Re D’Italia”

 

Una notarella fra le note #2: Viva VERDI

Gli ottantotto anni della vita di Giuseppe Verdi (dal 1813 al 1901) occupano tutto l’arco del Risorgimento e un buon pezzo di storia dello stato unitario, dalla giovinezza trascorsa ai tempi in cui fervevano le cospirazioni e i moti, poi l’insurrezione del ’48, quindi il periodo eroico delle spedizioni e delle imprese militari fino alla maturità dell’Italia unita.
La sua vita, spesa fra i teatri d’Italia e d’Europa, percorreva le stesse strade degli esuli italiani.   Mentre Verdi si confrontava con la cultura musicale europea, parallelamente gli intellettuali – esuli politici si misurano con la riflessione politica europea; tutti questi italiani fuori d’Italia seguivano un cammino simile, che andò dall’iniziale europeismo al disincanto del periodo postunitario.
Verdi partecipò con passione alle vicende che portarono all’unificazione nazionale e l’evoluzione delle sue opinioni politiche fu simile a quella di molti italiani dell’epoca. Un inizio mazziniano, tanto che nel 1848 aderì alla richiesta di Mazzini di mettere in musica un inno di Mameli, mentre La battaglia di Legnano veniva rappresentata nel gennaio 1849 nella Roma repubblicana. Nell’agosto del 1848 aveva appoggiato una petizione di italiani residenti in Francia rivolta al governo repubblicano francese perché intervenisse in aiuto del governo provvisorio della Lombardia. Agli inizi degli anni cinquanta venne, come per molti, accanto alla delusione, il ripensamento: la indipendenza italiana avrebbe potuto realizzarsi solo attraverso l’opera della classe politica e dell’esercito piemontesi. Cavour divenne il punto di riferimento. Durante la guerra del ’59 Verdi aprì una sottoscrizione per i feriti di guerra e anticipò di tasca sua al Comune di Busseto, sua città natale, i soldi per arruolare la Guardia Nazionale. Venne nominato rappresentante della provincia di Parma e in questa veste fece parte della delegazione che il 15 settembre 1859 a Torino presentò i risultati del plebiscito di annessione dell’Emilia. In questa occasione conobbe Cavour che lo convinse ad accettare nel 1861 la candidatura al nuovo Parlamento Italiano. Data la sua fama, si trattava di una candidatura che dava prestigio al nuovo parlamento. Restò deputato per una sola legislatura, partecipando assiduamente ai lavori, ma senza prendere mai la parola. La morte di Cavour gli fece temere per il processo di costruzione del nuovo stato unitario. Verdi a quel punto era ormai allineato sulle posizioni di cauto conservatorismo della destra storica.
Malgrado questa sua partecipazione agli eventi, Verdi non fu mai un musicista ‘militante’ in senso proprio, tale da mettere la sua arte al servizio dell’impegno politico. “Io non sono mai stato capace di fare note né per l’uno né per l’altro, siano bianchi, rossi o neri.” [1] Piuttosto nutrì l’ispirazione musicale delle sue umane passioni, comprese quelle patriottiche. Ma soprattutto la sua opera, specie giovanile, cadde in un momento di estrema sensibilità del pubblico che si riconosceva nelle allusioni alle antiche glorie italiane o alla storia di altri popoli oppressi da dominazioni straniere e anelanti la libertà. L’Italia era una polveriera. Parole come esule, patria, libertà facevano “drizzare le orecchie” al pubblico della Scala o della Fenice, ma anche “rannuvolavano le fronti degli zelanti commissari di polizia del Lombardo Veneto”. Massimo Mila ha scritto: ”Questa strana patria italiana, che esisteva nella poesia, nelle arti, già da tempo prima di sorgere … nelle coscienze dei cittadini, trovò nella melodia di Verdi uno dei suoi aspetti più plastici e più concreti per accendere la fantasia del popolo.” [2]
Nel 1842 andò in scena il Nabucco col coro degli ebrei esuli e oppressi che pensano ai “clivi” e ai “colli” “dove olezzano tiepide e molli – l’aure dolci del suolo natal.” Ne I Lombardi alla prima crociata, del 1843, crociati e pellegrini accorsi per liberare la Terra Santa languono nel deserto, tormentati dalla sete, e il loro pensiero va ai laghi e ai prati della Lombardia, alle fonti di quella terra desiderata e lontana che è la loro patria. Nel 1844 a Venezia si rappresenta l’Ernani : lì i congiurati si abbracciano, sguainano le spade per giurare di unirsi e combattere.
Dopo il ’49 scompariranno le allusioni esplicite al riscatto nazionale; Verdi intraprenderà una nuova fase artistica più matura e complessa, ma la sua musica continuerà ad essere ascoltata come lo specchio della biografia della nazione.

Mariangela Ariotti

[1] Lettera all’amico giornalista Opprandino Arrivabene, 18 marzo 1884
[2] Massimo MILA, Verdi politico, ne L’arte di Verdi, Einaudi, 1980

 

V & W: una lezione d’eccezione

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Siamo a dicembre, il 2013 volge al termine e con esso le celebrazioni dei bicentenari verdiano e wagneriano ai quali ci siamo dedicati con tante attività nel corso di questa prima parte di Stagione e di quella passata. Alcuni ragazzi del Liceo Newton di Chivasso e del Liceo D’Azeglio di Torino hanno avuto l’opportunità di chiudere in bellezza partecipando, sabato 21 dicembre, a una lezione d’eccezione sui due compositori tenuta dal Maestro Alessandro Galoppini, nostro Direttore artistico, insieme ai Soci dell’Associazione Amici del Regio, preziosissimi sostenitori del Teatro e delle attività per i giovani.

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Il Maestro Galoppini ha messo a confronto i due grandi Autori su un piano squisitamente musicale, paragonando l’utilizzo del “linguaggio” di base -uguale per entrambi- che però porta alla costruzione di percorsi tonali completamente diversi; i numerosi esempi al pianoforte hanno reso il discorso chiaro e coinvolgente anche per i non addetti ai lavori.

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La mattinata è proseguita con la visione delle prove in palcoscenico del Gala Wagner, con la nostra orchestra diretta dal Maestro Gianandrea Noseda, e si è infine conclusa con un rinfresco in Foyer insieme al Maestro Noseda e al Sovrintendente Walter Vergnano.

Salutando i due Giganti del palcoscenico, che abbiamo imparato a conoscere nel corso di questi mesi, ne approfittiamo per salutare anche voi, augurandovi buone vacanze e un arrivederci a gennaio con le nuove attività de La Scuola all’Opera.

Il Liceo Amaldi e Don Carlo

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Con grande piacere condividiamo con voi il percorso che la classe III B del Liceo Amaldi di Orbassano, preparata dalla professoressa Albertetti, ha svolto sull’opera Don Carlo nel corso della passata Stagione partecipando al progetto All’Opera, ragazzi!: un viaggio “dietro le quinte” del melodramma che ha compreso una lezione sul titolo prescelto, visita guidata alle strutture del teatro, visione delle prove e finalmente l’emozione dello spettacolo, accompagnati in tutto dalla nostra esperta Caterina Cugnasco.

Giorgia ha raccontato la sua esperienza in un tema che risponde alla prima traccia:

“Don Carlo” è un’opera scritta da Giuseppe Verdi, ambientata nella Spagna cinquecentesca, che si basa su fatti storici realmente accaduti: Filippo II era il figlio dell’imperatore Carlo V; dalle sue prime nozze nacque un figlio, a cui si diede il nome di Carlo in onore del nonno. Quando Carlo V decise di ritirarsi dalla vita politica, la corona di Spagna passò a Filippo II. Per sancire la pace tra Spagna e Francia, Filippo II sposò Elisabetta di Valois, sebbene ella fosse stata promessa in matrimonio a suo figlio Carlo. La vicenda parte da questo evento: Verdi mette in risalto la sofferenza del povero Carlo, affranto dalla notizia che Elisabetta diventerà la sua matrigna. Al contrario del padre, Carlo ha un carattere sensibile e dolce, ma allo stesso tempo irrequieto; i suoi atteggiamenti evidenziano il permanere, in lui, di qualche atteggiamento da ragazzino immaturo. Nell’opera rappresentata al Teatro Regio, il direttore artistico sceglie un Don Carlo che per le caratteristiche fisiche ricorda molto un ragazzo, ma per quanto riguarda l’aspetto musicale ha una voce non tanto potente, quanto espressiva ed emozionante. Al fianco di Don Carlo vi è Rodrigo, il suo amico del cuore. Rodrigo è il marchese di Posa. Il suo ruolo è uno dei più importanti: da una parte consola ed aiuta Carlo a riprendersi dall’amore spezzato per Elisabetta, dall’altro è anche una persona fidata per Filippo. Per lui il direttore artistico sceglie un cantante molto adatto alla caratterizzazione di Rodrigo che emerge dalla trama; infatti l’interprete ha una voce molto potente, decisa e convincente; anche in quanto ad aspetto fisico rispecchia un uomo forte, che è in grado di affrontare situazioni diverse. Ma l’aspetto più interessante, su cui mi voglio maggiormente soffermare, è il rapporto tra questi due personaggi: una forte amicizia li lega, un rispetto reciproco che emerge già all’inizio dell’opera. Il duetto, cantato da Carlo e Rodrigo, “Dio che nell’alma infondere”, fa capire quanto i due personaggi siano legati: “Giuriam insiem di vivere/ e di morire insieme”. Questo duetto è forse uno dei più amati del pubblico, poiché presenta un valore comune a tutti: il legame di amicizia che non ha fini secondari, ma trova il proprio fine in se stesso: Rodrigo e Carlo si vogliono veramente bene, e non in modo interessato per arrivare ai beni posseduti dall’altra persona. Inoltre il brano scritto da Verdi è molto melodico e permette a chi lo ascolta un apprezzamento musicale, ma anche un coinvolgimento emotivo. Al Teatro Regio ho notato che esso è stato così forte da suscitare in platea, sottovoce, un coro improvvisato. D’altra parte, i due cantanti sono stati capaci di interpretare il duetto in modo eccellente. Ho apprezzato molto il gesto d’affetto, un caloroso abbraccio, scambiato tra i due amici, che ha reso la scena molto più realistica. I costumi erano molto curati e non si è trascurato nessun particolare. La scenografia non mi ricordava tanto la Spagna cinquecentesca, ma piuttosto una Roma antica alquanto lugubre; però le luci intensificavano e valorizzavano le scene di don Carlo e Rodrigo poiché facevano risaltare i tratti del viso. Verso il finale assistiamo a una scena commovente da cui tutti rimaniamo colpiti: la morte di Rodrigo. E’ un fatto inaspettato e triste. Tutti riusciamo ad immedesimarci nel povero Carlo che, oltre a vedere sfumato davanti a sé l’amore per Elisabetta, subisce la perdita del suo più caro amico. Prima di morire Rodrigo dice una frase per Carlo, che ha suscitato in tutti noi compassione e nei più sensibili una lacrima: ”Ed io morir per te”.

Federico, Irene e Gaia hanno scelto invece la traccia numero due.

Il tema di Federico:

Caro Giovanni,
il 18 Aprile insieme alla mia classe, alla sera, sono andato a Teatro Regio.
Per quanto riguarda l’abbigliamento, la preparazione a casa è stata da comica: prima ho bisticciato con mia madre sul fatto di mettere o non mettere la cravatta; quando ho indossato la giacca, ho passato cinque minuti a cercare di muovermi perché mi sentivo un albero; terminati questi sforzi, insieme a due miei amici, Marco e Lorenzo, sono andato a Torino in piazza Castello, dove c’è il teatro. Eravamo tutti vestiti bene, a differenza dei ragazzi di un’altra classe, che sembravano arrivati lì per caso. In teatro ho visto gente molto elegante: non me lo aspettavo neanche. Prima di entrare ci siamo fatti duecento fotografie, ed io avevo gli occhi che mi facevano male. Una volta giunti nel foyer, ci hanno dato i biglietti: noi avevamo le poltrone con i numeri pari, e i nostri posti erano nel centro della sala, verso destra; la visuale era abbastanza buona. Durante lo spettacolo la professoressa ci aveva detto di avere riguardo per i melomani e di non fare rumore, altrimenti ci avrebbero sgridati. In realtà durante lo spettacolo c’è stato abbastanza rumore: gente che tossiva, gente che si alzava, persone che guardavano il cellulare, altre che sgridavano le persone che guardavano il cellulare, e allora incominciavano a bisticciare. Però tutto ciò non mi ha disturbato; anzi, mi ha anche un po’ rilassato, perché io sono entrato convinto di non dover neanche respirare. Per quanto riguarda la scenografia, ne sono stato colpito molto: c’erano due grandi colonne che erano l’elemento architettonico principale, e gli sfondi erano molto suggestivi e gran parte delle volte riportavano decorazioni floreali. Le luci erano usate efficacemente; c’era un’alternanza di colori che ti inducevano proprio a immedesimarti nella scena. Un altro elemento che trovato molto bello era la musica, che rappresentava lo stato d’animo dei personaggi. Gli abiti erano d’epoca e si vedeva che erano pregiati. Una cosa che mi ha molto colpito è il fatto che gli interpreti cantassero senza microfono, e a me non sembrava vero. Io ti consiglio almeno una volta nella vita di andare a vedere un’opera lirica, anche se può succedere, come è successo a me, che ci si può addormentare!

Ciao, Federico

Irene ha scritto:

Cara Giorgia,

il teatro d’opera è come una canzone: quando la ascolti per la prima volta, non ti concentri su tutti i suoi dettagli, però ti accorgi che alcune delle sue parti sono davvero emozionanti e coinvolgenti. Quando io ascolto una canzone, le prime volte mi soffermo poco sulle parole e più sulla melodia, sul ritmo e sul ritornello. Anche la mia prima volta a teatro è stata così: era un ambiente che non avevo mai visto in nessun’altra occasione, che mi ha colpito particolarmente nei suoi colori, nella sua imponenza e solennità. Come per una canzone, dunque, mi sono soffermata soprattutto sugli elementi più vistosi, quali i costumi, le melodie, l’aspetto dei personaggi, la presentazione della scenografia e gli oggetti di scena. Invece non ho fatto particolare caso allo svolgimento dei fatti della vicenda, alle parole scambiate tra i personaggi e al tono con il quale venivano espresse, ai virtuosismi dei cantanti, poiché non ero abituata ad assistere a questo tipo di spettacolo. Invece le persone attorno a me davano l’idea di conoscere bene quella situazione; infatti la maggior parte di loro apprezza il teatro proprio per le componenti su cui io ho sorvolato. A me è piaciuta anche l’emozione della preparazione e dell’accurata scelta di abbigliamento, in modo che fosse consono; mi è piaciuto ammirare i miei compagni nei loro abiti più eleganti e sofisticati. Avresti dovuto vederli! E non eravamo gli unici; a teatro è di consuetudine abbigliarsi in modo raffinato e distinto, nonostante gli abiti si notino solo nell’intervallo e nei minuti che intercorrono tra l’entrata e il raggiungimento del proprio posto. I nostri erano nella platea: poltrone comodissime e disposte in modo che si potesse vedere tutto il palcoscenico. Le nostre postazioni erano particolarmente buone, leggermente laterali rispetto a quelle più centrali, a una distanza dalla quale ancora distinguevo bene i volti dei personaggi, che in quella rappresentazione erano particolarmente belli. Ho avuto l’occasione di confrontare quest’opera con altre, messe in scena in diverse città. Ho potuto constatare che al Teatro Regio le luci sono molto forti, i colori dei costumi e dei fondali particolarmente accesi e vivi, gli oggetti di scena ben disposti e curati nel dettaglio, tanto da sembrare veri, in una tridimensionalità realistica; inoltre, ascoltando altre rappresentazioni, ho fatto caso che, allo spettacolo a cui io ho assistito, i cantanti erano a tempo perfetto con l’orchestra, ma anche tra di loro, in duetti o nel coro. L’orchestra poi, era sensazionale. Anch’essa sembrava essere uno strumento unico, in perfetta sintonia e magnifico tempismo. In realtà mi aspettavo che mi facesse più effetto ascoltare un’esecuzione dal vivo, ma forse oggigiorno i mezzi tecnici di trasmissione della musica hanno raggiunto livelli acustici talmente buoni da ridurre al minimo la differenza. È stato invece emozionante ascoltare le strabilianti voci dei cantanti, molto diverse tra loro, ma adattissime ai personaggi da interpretare. Ora tu, Giorgia, non conosci la storia che io ho seguito, ma ti assicuro che era tutto molto azzeccato: a personaggi timidi e impacciati sono stati attribuiti toni e parole adeguati alla loro caratterizzazione; a quelli più disinibiti ed esuberanti, presenze dinamiche ed energiche. È in base a questi aspetti che io ti consiglio di provare, almeno una volta, questa esperienza, e confronteremo poi i nostri pareri. Il consiglio più importante che posso darti per poterti godere al meglio lo spettacolo, qualunque esso sia, è di assicurarti una buona postazione a sedere e di conoscere almeno le basi della storia che viene rappresentata. Un altro suggerimento è quello di fare molto silenzio. Il teatro costa moltissimo ed è una vera passione: le persone intorno a te saranno sicuramente interessate a godersi lo spettacolo in tutte le sue sfumature, senza essere disturbate. Posso ancora dirti di scegliere una storia che ti piaccia. Il “Don Carlo” è una vicenda che ho percepito come molto distante dai giorni nostri: per molti aspetti non è stata realistica, ma è comunque comprensibile, poiché è ambientata alla fine del 1500. Non è stato soddisfacente nemmeno il finale, poco chiaro e privo di spiegazioni concrete. Inoltre la durata complessiva era un po’ pesante. Scendendo nel dettaglio, le arie sono le parti che mi sono piaciute meno. Invece, le scene in cui erano presenti molti personaggi sono state davvero meravigliose e coinvolgenti, e sono riuscita ad immedesimarmi (anche solo nella singola scena). Un’altra cosa che ho trovato sorprendente, sono stati i numerosissimi applausi finali, che non mi aspettavo così lunghi e sentiti, e a cui ho partecipato anche io, con maggior calore quando volevo elogiare i cantanti che ho maggiormente gradito. Come quando finisci per conoscere a fondo una canzone, dopo averla ascoltata molte volte, così accade anche per il teatro; più lo conosci, più ne scopri tutte le sfumature che ti permettono di innamorartene. Ascolta, anche tu, la tua canzone per la prima volta.

Ciao, Irene

E infine, il lavoro di Gaia:

Ciao Stef,
Come promesso eccomi qui a raccontarti della serata del 18 Aprile! So che non stai più nella pelle e vuoi sapere come sia andata, quindi ho cercato di mettermi all’opera (come sono simpatica!) il prima possibile nello scriverti questa mail. A dire la verità, non riesco a prendere una posizione ben precisa nel commentare la serata, non so nemmeno da dove iniziare! Il pensiero che più mi tormentava prima dello spettacolo (intendo dire le circa 758.231 ore prima) era l’abbigliamento. Ovviamente, se n’era parlato più volte in classe, ma, come sempre, non sono riuscita a decidermi fino all’ultimo momento. Non avevo molta scelta: i prof ci avevano raccomandato di sbizzarrirci e, lo sai, in questi casi non mi tiro indietro. Una volta arrivata davanti al Regio, elegantissima come poche volte nella mia umile esistenza, guardavo i miei compagni altrettanto eleganti. Credo che non ci sarebbe stato uno stile più adeguato della nostra eleganza in quel contesto. Pensare a come eravamo belli, in giacca, cravatta, tacchi e vestitini, mi fa sorridere. A parer mio, questa è stata una delle parti più divertenti dell’esperienza! Abbiamo scattato un sacco di fotografie. All’ingresso, siamo stati trattati come dei veri signori. D’altronde, la maggior parte del pubblico lo era effettivamente: raffinate signore tenevano sotto braccio i loro accompagnatori in papillon. Una volta entrata in sala, l’atmosfera è cambiata del tutto: gli spettatori, come formichine, si dirigevano frenetici verso la loro poltrona numerata. Per un momento sono stata pervasa da un leggerissimo senso di terrore: le loro abitudini non facevano parte di me, mi sentivo un’estranea in mezzo a tutta quella formalità. A luci spente, la mia concentrazione si è spostata sulla scenografia. Te ne parlo perchè so che ne andresti pazzo! Era davvero suggestiva. Perfino una parte del sipario, nonostante fosse solo un velo, risultava tridimensionale e sembrava risplendere di filamenti d’oro. L’illuminazione mi ha colpita molto: gli oggetti di scena erano così ben irradiati dalla luce che sembravano dipinti, si armonizzavano al resto dell’allestimento, non risultavano corpi estranei. Sul palco tre immense colonne corinzie sembravano ergersi per trasmettere solennità. Proprio su questo aggettivo era incentrata tutta l’atmosfera, necessaria per rappresentare al meglio la vicenda. Una buona, che dico, buonissima parte è svolta dalla musica! Purtroppo per te, mio caro pianista, non c’erano brani per pianoforte, ma l’orchestra era davvero spettacolare anche senza. I corni e i timpani suonavano laddove la serietà incombeva, mentre arpa e flauti diffondevano allegria e leggerezza quando le danze si aprivano. Mi ha colpito particolarmente un’aria, quella d’apertura. Nel chiostro di S. Yuste si celebrava il sovrano Carlo V, morto da non molto. La sala si era caricata di maestosità; un coro di frati inizialmente pronunciava il nome del sovrano con un tono molto basso, quasi avendo paura ad evocarlo. D’un tratto il teatro tremò, complici le percussioni e la voce possente del frate solista. L’atmosfera si era trasformata, evocando la venerazione più assoluta. Devo dire che avrei preferito ascoltare più musica, senza che la melodia fosse interrotta dalla voce dei cantanti, anche se riconosco che era veramente potentissima, versatilissima e davvero fuori dal comune. Tutta l’opera si incentra su questi particolari aspetti, capacità vocale e interpretazione, ma il melodramma tende ad avere effetti soporiferi sugli spettatori! A questo si aggiunge la lunghezza dello spettacolo: quattro atti, tre ore, un unico intervallo. Tu, tabagista, non avresti resistito! Come avrai notato, gli aspetti positivi sono di gran lunga più numerosi rispetto a quelli negativi. E’ ormai chiaro che andare all’opera è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. Essere degli appassionati, dei melomani, degli esperti, non è strettamente necessario; tuffarsi in un mondo che non è tuo porta al piacere di lasciarsi affascinare e, chissà, farsi trascinare alla scoperta di una nuova passione.
Tanti tanti baci,
Gaia

Complimenti a tutti i ragazzi e grazie per aver condiviso con noi il vostro lavoro!

Bentrovati!

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Le vacanze sono – purtroppo – finite, la scuola è ricominciata e già da qualche settimana al Teatro Regio fervono i lavori de La Scuola all’Opera per le attività della Stagione 2013-14.

Se ancora non avete avuto modo di scoprire la nostra nuova programmazione, eccola:

[clicca qui per consultare il Programma 2013-14]

[clicca qui per consultare il Programma 2013-14]

Come potete vedere le novità sono molte ma sempre collegate da un immancabile fil rouge.

Primo fra questi, l’anno verdiano! Il festeggiamenti per il bicentenario non sono finiti e ancora al Maestro di Busseto sarà dedicata l’inaugurazione della nuova Stagione, con un tris di titoli da non perdere: Simon Boccanegra, Rigoletto e La Traviata. Tre occasioni ideali per accostarsi al melodramma per la prima volta, ad esempio con i nostri percorsi didattici All’Opera, ragazzi! e Un giorno all’opera che permettono di assistere alla nascita di uno spettacolo tra prove in palcoscenico, visite dietro le quinte e lezioni con i nostri esperti.

Ne approfittiamo per ricordarvi che per questi tre titoli le prenotazioni si aprono già lunedì prossimo, 23 settembre, alle ore 10qui il relativo modulo on line – e che sempre a Simon Boccanegra è dedicato inoltre il primo incontro de All’Opera, docenti, giovedì 26 settembre alle ore 17 in Sala Pavone. Gli incontri di preparazione, durante i quali vi presenteremo l’attività didattica che si svolgerà in Teatro, la storia dell’opera in esame e spunti interdisciplinari per il vostro percorso scolastico, sono gratuiti e aperti a tutti previa prenotazione telefonica.

La Traviata sarà inoltre protagonista di Opera e Cinema!, appassionante percorso a cavallo tra melodramma e settima arte condotto in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema. Cos’hanno in comune il capolavoro verdiano e il frizzante musical Moulin Rouge? Scopritelo con noi seguendoci in questo viaggio tra linguaggi classici e pop a confronto.

Restando in tema, vi ricordiamo che lo storico percorso Cinema e Musica, nella scorsa Stagione dedicato al bicentenario verdiano e wagneriano, torna quest’anno alla sua configurazione classica dedicata a tutto il repertorio melodrammatico, ma in una veste completamente rinnovata con nuovi titoli lirici e cinematografici e una nuova sede didattica presso il Museo.

Un Verdi in versione pop ci sarà presentato anche da Marco Paolini e Mario Brunello nel loro Verdi, narrar cantando: occasione per lasciarsi sorprendere, coinvolgere e trascinare in modo inaspettato dalle mille dimensioni del Maestro di Busseto, tra musica, teatro, poesia e politica. E non solo: starà al pubblico in sala dare voce ai più celebri ed emozionanti cori della storia del melodramma.

L’opera italiana a cui è dedicata la nuova Stagione non si esaurisce con i capolavori verdiani: molti altri Maestri ci aspettano per il Gioco dell’Opera! Abbiamo assistito l’anno scorso alla disfida tra il nostro Campione parmense e il rivoluzionario compositore tedesco Richard Wagner in occasione del bicentenario: è ora di allargare il campo a tutto il repertorio italiano. Siete pronti a testare le vostre conoscenze e abilità creative a suon di opera?

Vi ricordiamo che la seconda fase del torneo[1] si svolgerà sulla pubblica piazza di questo blog e vedrà le migliori menti creative fra voi sfidarsi a colpi di testi, grafica, musica e video per contendersi il premio di 10 abbonamenti alla Stagione 2014-15 offerti dal Comitato Nenè Corulli. Qui gli elaborati dei primi tre classificati l’anno scorso, per i quali sta per avere luogo la cerimonia di premiazione in Teatro.

E per un’esperienza ancora più creativa, perché non cimentarsi direttamente nella reinterpretazione di cori, coreografie, scenografie e libretto di un capolavoro del repertorio operistico?  Inaugurata l’anno scorso, la nostra versione dei laboratori Opera…ndo per i più grandi (scuole medie e superiori) ha conosciuto grande successo e verrà riproposta[2] sui titoli de La Traviata, Il Barbiere di Siviglia, Il flauto magico e Gianni Schicchi. Attenzione! Le prenotazioni per Opera…ndo con La Traviata chiudono già venerdì 20 settembre!

Un brevissimo riepilogo delle prime scadenze:

prenotazioni

Opera…ndo con La Traviata_______________________________________entro il 20 settembre

Opera…ndo con Il Barbiere di Siviglia, Il flauto magico, Gianni Schicchi________entro il 4 ottobre

All’opera, ragazzi! e Un giorno all’opera (Simon Boccanegra, Rigoletto, La Traviata)___________dal 23 settembre

Opera e cinema_______________________________________________________________dal 23 settembre

Verdi, narrar cantando_________________________________________________________dal 30 settembre

Il gioco dell’opera______________________________________________________________dal 14 ottobre

Incontri per i docenti

Simon Boccanegra____________________________________________________26 settembre ore 17 Sala Pavone

Rigoletto e La Traviata__________________________________________________2 ottobre ore 17 Sala Caminetto

Naturalmente le novità non finiscono qui: ve le presenteremo tutte nei prossimi articoli e nelle pagine aggiornate!
Per ricevere tutti i nostri aggiornamenti in tempo reale via e-mail e commentare con più facilità vi consigliamo di iscrivervi al blog seguendo l’apposita procedura.

Per qualsiasi informazione qui i nostri contatti telefonici e e-mail.

Vi ricordiamo infine che questo blog aspetta i vostri commenti, suggerimenti e soprattutto contributi: raccontateci le vostre esperienze ed emozioni con l’opera e mostrateci i vostri capolavori!


[1] Riservata alle scuole superiori
[2] In parallelo a Opera…ndo con L’Arca di Noè per le scuole dell’infanzia e primaria

Buone vacanze con la Stagione 2013-14!

Standard

E’ con vero piacere che vi presentiamo il ricchissimo programma de La Scuola all’Opera per la Stagione 2013/2014, pieno di sorprese e di novità che speriamo apprezzerete!

Illustrazione di Elena La Rovere

[clicca sull’immagine per accedere alla presentazione del programma]

 

Ne approfittiamo per augurarvi buone vacanze e ricordarvi che la piazza virtuale del blog non chiude ed è sempre a disposizione per ospitare i vostri commenti, i vostri suggerimenti e le vostre riflessioni.

Arrivederci a settembre!