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Dai nostri archivi: MONTEVERDI il moderno

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Torniamo al nostro consueto appuntamento con la storia dell’opera, che avevamo lasciato alle sue origini come spettacolo di corte: e proprio presso una corte, il ricco ducato dei Gonzaga a Mantova, comincia per noi la storia di Claudio Monteverdi.

Monteverdi vi è giunto da Cremona intorno al 1590; ventitreenne, si è formato come violista, cantore e madrigalista. Ha già al suo attivo diverse composizioni: quindicenne ha dato alle stampe le Sacrae canticulae tribus vocibus, una raccolta di ventitré mottetti sacri, seguiti nel 1583 dai Madrigali spirituali a quattro voci. Dal repertorio sacro è poi passato al profano, pubblicando nel 1587 il primo libro dei Madrigali a cinque voci.
Presso la corte dei Gonzaga pubblica in breve tempo un Secondo e poi un Terzo libro, ristampato due volte nel giro di soli otto anni. È a servizio del duca Vincenzo I, che accompagna durante le campagne militari in Ungheria (1595) e nelle Fiandre (1599). La sua ascesa professionale è progressiva ma sicura: nel 1601 è già Maestro di Cappella e due anni dopo pubblica il Quarto libro dei madrigali.

Sebbene non parliamo ancora di opera, sono già presenti in queste composizioni gli elementi del nuovo linguaggio musicale che sta nascendo; e proprio dai madrigali monteverdiani sono tratti i passi che il bolognese Giovanni Maria Artusi, allievo di Gioseffo Zarlino, utilizza nel suo dialogo L’Artusi, ovvero Delle imperfettioni della moderna musica (Venezia, 1600), per esemplificare e accusare la trasgressione di una serie di regole canoniche fino ad allora in vigore; trasgressioni che si manifestano nell’utilizzo di dissonanze e intervalli particolari, impiego delle alterazioni e trascrizione per esteso di parti che nella prassi dell’epoca erano solitamente lasciate all’improvvisazione dell’esecutore. La querelle continua con la pubblicazione, tre anni dopo, della Seconda parte dell’Artusi; Monteverdi non risponderà che nel 1605 con l’Appendice al Quinto libro de madrigali a cinque voci,

“dove, <<intorno alle consonanze e dissonanze>>, si rivendica una <<considerazione differente>> rispetto a quella teorizzata da Zarlino, e si preannuncia un vero e proprio trattato, dal significativo titolo Seconda pratica, ovvero Perfettione della moderna musica.”[1]

Il previsto trattato non vedrà mai la pubblicazione ma nel 1607 sarà il fratello di Monteverdi, Giulio Cesare, a portare avanti il discorso nell’appendice ai suoi Scherzi musicali, motivando la deroga alle regole con la necessità della rappresentazione degli affetti in musica, “nel qual modo l’armonia* considerata, di padrona diventa serva al oratione*, e l’oratione padrona del armonia, al qual pensamento tende la seconda prattica, ovvero l’uso moderno”.

E questo “uso moderno” non poteva tardare ad applicarsi alla più moderna forma musicale, l’opera. Il duca Vincenzo, presente nel 1600 alla prima rappresentazione dell’Euridice, desidera emulare le novità della corte fiorentina: l’occasione arriva con le feste di carnevale del 1607, con la promozione dell’Accademia degli Invaghiti. Il libretto, di mano di Alessandro Striggio, diplomatico ma poeta e musicista dilettante, non si discosta dalle tematiche fiorentine: è la nascita dell’Orfeo.

A soli sette anni dalla sua nascita, il teatro d’opera può già vantare uno dei suoi grandi capolavori universali: l’Orfeo racchiude infatti un senso drammaturgico nuovo in cui la musica non fa solo da intermezzo o accompagnamento ma realmente permea l’azione, che si svolge in un alternarsi di recitar cantando, cori, balli e brani solistici. La musica ha finalmente una piena valenza espressiva e drammatica, in stretto collegamento con il testo poetico. Uguale valenza drammaturgica ha la scelta timbrica, di orchestrazione e di disposizione degli strumenti, accuratamente indicata nelle didascalie alle scene e in stretto collegamento alle necessità espressive.

L’Orfeo va in scena a Palazzo Ducale il 24 febbraio 1607, e per il suo enorme successo viene replicata il 1 marzo. Segue a breve la pubblicazione del libretto e due anni dopo della partitura: i due testi presentano delle divergenze nel finale, tragico nella versione di Striggio e sostituito, nella partitura, dall’ascesa in cielo di Orfeo accompagnato da Apollo. Il cambiamento è forse dovuto alle possibilità del palcoscenico, inadatto nella prima rappresentazione a un’apparizione del deus ex machina, o più probabilmente a esigenze allegoriche e celebrative.

Proprio dall’Orfeo è tratto il video che vi proponiamo: la celebre scena che vedrete comprende tutti gli elementi caratterizzanti dell’opera monteverdiana, recitar cantando, brani solistici e balli.

Claudio Monteverdi, ORFEO, direzione di Jordi Savall, Le Concert des Nations, La Capella Reial e solisti, allestimento del Gran Teatre del Liceu, Barcelona, 2003

Vi segnaliamo inoltre che sul canale youtube del Teatro La Fenice di Venezia è stata da poco caricata una splendida registrazione integrale dell’opera, nell’ambito del progetto internazionale Monteverdi 450, eseguita dal Monteverdi Choir and Orchestras e diretta da Sir John Eliot Gardiner, in occasione delle celebrazioni dei 450 anni dalla nascita di Claudio Monteverdi. Potete vederla qui.

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La carriera di autore teatrale di Monteverdi è appena cominciata: l’anno successivo vanno in scena L’Arianna, su testo di Ottavio Rinuccini, in occasione delle nozze tra il principe ereditario Francesco e Margherita di Savoia, il Prologo a una commedia (l’Idropica di Guarini) e l’azione coreografica intervallata da recitazione e canto il Ballo delle ingrate. Dell’Arianna ci resta soltanto un frammento, il celebre Lamento, del quale esiste anche una versione madrigalistica.

Nel 1612 muore il duca Vincenzo e dopo poco tempo Claudio e Giulio Cesare lasciano la corte dei Gonzaga; la nuova destinazione, dopo un breve soggiorno a Cremona, sarà Venezia, dove il posto da maestro di cappella in San Marco è vacante. Monteverdi, sottopostosi alla prova della composizione di una messa, viene nominato il 19 agosto del 1613.

Nasce il teatro d’opera

Nel frattempo l’opera sta cambiando aspetto: a Venezia, stato repubblicano e dunque “privo di corti e di sovrani assoluti”[2], il terreno è fertile per accogliere la nascita di una nuova forma di spettacolo musicale, questa volta pubblico. Nel 1637 una compagnia di cantanti romani giunge da Roma per mettere in scena l’Andromeda di Benedetto Ferrari. Prende in affitto a tale scopo un teatro fino ad allora adibito agli spettacoli della commedia dell’arte, il San Cassiano. A completare la compagnia vengono assoldati anche musicisti locali, tra cui Francesco Monteverdi, figlio di Claudio. L’opera comincia quindi ad essere proposta come spettacolo pubblico e a pagamento: sono gli albori del teatro impresariale, che proprio a Venezia conosce il suo rapido sviluppo. Il repertorio dei soggetti si amplia, comprendendo anche temi storici classici (a Venezia, che se ne considera l’erede, in particolare di storia romana) e cavallereschi tratti da Ariosto e Tasso. Il meccanismo dell’ingresso a pagamento, inoltre, implica la ripetibilità dello spettacolo al fine di ammortizzare i costi; spariscono le pubblicazioni di musica e scenografie (che permetterebbero di rimettere in scena l’opera senza pagarne i diritti all’impresario) e compaiono quelle del libretto, che permette al pubblico di seguire meglio le rappresentazioni. Le famiglie patrizie, proprietarie dei teatri, li danno in gestione ad un impresario, il quale si occupa di sostenere i costi fissi e variabili: affitto della sala, macchinari, allestimento, scritture degli artisti, illuminazione, orchestrali e personale vario. Gli introiti derivano dalla vendita dei biglietti di ingresso (che tutti, affittuari di palchi o meno, devono pagare), dal noleggio di posti a sedere e dall’affitto dei palchi. Questi ultimi possono essere affittati su base annuale e divengono quindi uno spazio quasi privato, con possibilità di arredarlo e gestirlo a proprio piacimento. I palchi ospitano conversazioni, visite, gioco e pasti.

Nel frattempo Monteverdi sfrutta appieno i vantaggi che il nuovo incarico, con stipendio più alto, meno incombenze e più tranquillità, gli garantisce: nel 1614 pubblica il Sesto libro de madrigali a cinque voci, seguito nel 1619 dal Settimo, più eterogeneo e dunque intitolato anche Concerto a sottolineare la presenza al suo interno di forme anche molto diverse. Il Settimo libro porta la dedica a Caterina de’ Medici, duchessa di Mantova, segnale di un riavvicinamento con la corte, che non sfocia però in un nuovo trasferimento. Anche Ladislao Sigismondo, principe di Polonia, propone un contratto al compositore, ma Monteverdi rifiuta a causa dell’età già avanzata. Altro importante avvenimento nella sua vita privata è l’epidemia di peste del 1630, che uccide un terzo della popolazione veneziana: Monteverdi partecipa alla composizione di brani per festeggiare la fine della calamità, l’anno successivo, e quindi, vedovo e con i figli ormai adulti, prende i voti sacerdotali.

Nel 1638 escono infine i Madrigali guerrieri et amorosi (Libro ottavo), da cui è tratto Il combattimento di Tancredi e Clorinda, che vi abbiamo proposto nella puntata precedente. Nella prefazione Monteverdi distingue le passioni umane in ira, temperanza e umiltà (o supplicazione) a cui dovrebbero corrispondere tre diversi generi musicali: concitato, temperato, molle.

La produzione operistica di Monteverdi comprende una decina di titoli: di questi ci restano però–oltre ad alcuni frammenti- soltanto tre partiture complete. La prima è quella dell’Orfeo, a cui segue Il ritorno di Ulisse in patria, su libretto di Giacomo Badoaro, messo in scena per l’inaugurazione operistica del teatro San Moisé nel 1641, posteriore dunque di ben trentaquattro anni. Di particolare interesse in queste pagine la differenziazione di scrittura e stile vocale che sottolinea i diversi caratteri e ruoli dei personaggi. L’elemento allegorico viene conservato nel prologo affidato all’Umana Fragilità, che dichiara la sua debolezza di fronte a Tempo, Fortuna e Amore.

L’ultima opera a noi pervenuta è L’incoronazione di Poppea, su libretto di Gian Francesco Busenello, andata in scena nella stagione di carnevale del 1643 presso il teatro dei Santi Giovanni e Paolo.

L’incoronazione è stata tramandata in due esemplari manoscritti, entrambi acefali e adespoti, conservati rispettivamente a Venezia e a Napoli. In entrambi i casi si tratta di copie d’uso, prive di indicazioni strumentali e recanti solamente le linee vocali e il basso continuo, salvo che nelle sinfonie e nei ritornelli, scritte a tre/quattro parti reali. In accordo con la consuetudine dell’epoca di considerare vera creazione il libretto, che la musica riveste, “decora”, nessuna fonte coeva oggi nota cita l’autore della musica: tuttavia, a partire dalla seconda metà del XVII secolo, L’incoronazione viene unanimemente attribuita a Monteverdi, né esistono elementi per smentire questa paternità, con la sola eccezione, forse, del duetto finale tra Nerone e Poppea “Pur ti miro/pur ti godo”. Il duetto mancava infatti nella rappresentazione veneziana del 1643.[3]

Il duetto era già apparso in una rappresentazione di uno spettacolo di Benedetto Ferrari a Bologna e riappare ancora nel 1647, in chiusura di un “carro musicale” di Filiberto Laurenzi, e nelle partiture manoscritte della biblioteca personale di Francesco Cavalli: sono quindi quattro in tutto i musicisti a contendersi la paternità del pezzo. È un esempio, forse, di quella prassi che Arruga chiama “opera in progress”, abbastanza comune nel XVII secolo: il libretto –degno infatti di stampa, e commerciabile liberamente- è preso come punto di partenza fisso che però deve ogni volta venire a patti con le necessità della messa in scena e dunque passibile di cambiamenti e riutilizzi anche musicali.

La vicenda, ampiamente romanzata, è spiazzante, contenendo al tempo stesso una denuncia della dissolutezza e della corruzione dei costumi della Roma imperiale e il trionfo finale di Nerone e Poppea, a discapito di tutti gli altri personaggi. Emergono contemporaneamente un importante elemento comico, dato dalla presenza della servitù, e la tipizzazione dei pezzi musicali in base alla funzione espressiva (aria “di sonno”, “di sdegno”, “di vendetta”).

Monteverdi muore nel 1643, quando lo spettacolo d’opera ha ormai spiccato il volo verso il teatro e le principali corti italiane.

Per chi volesse saperne di più sull’Orfeo, qui trovate l’Incontro con l’opera dalla Stagione del Teatro Regio 2017/18, a cura di Alessandro Mormile.

 

regio youtube



* qui per armonia si intende musica e oratione testo
[1]
Fabrizio DORSI, Giuseppe RAUSA, Storia dell’opera italiana, Mondadori, Milano 2000, p. 15
[2] id., p. 26
[3] id., p. 37

Riscoprire Bohème

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Da più di un secolo, febbraio è un mese importante per il Teatro Regio, un mese che ne ha segnato la storia nel bene e nel male.  Nella notte tra l’8 e il 9 febbraio del 1936 fu una tragedia, quella della bellissima struttura del teatro all’italiana distrutta dal fuoco; quarant’anni prima, il 1 febbraio del 1896, la nascita di un capolavoro, con la prima assoluta della Bohème di Giacomo Puccini.

Con la musica di Puccini e una delle storie d’amore più belle e strappalacrime di tutta la storia delle storie d’amore, non stupisce che Bohème abbia i numeri per posizionarsi regolarmente nella top five dei titoli più rappresentati al mondo. “Che gelida manina! Se la lasci riscaldar…”: dai melomani più sfegatati ai millennials, tutti in qualche modo conoscono Bohème. Chi può vantare, però, il record di averla vista come la vide Puccini stesso?

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Ebbene, a marzo potreste essere proprio voi! Andrà infatti in scena qui al Regio un nuovo allestimento direttamente ispirato ai bozzetti originali di scene e costumi, disegnati da Adolf Hohenstein per la prima assoluta del 1896 e ora custoditi dall’Archivio Storico Ricordi

Se l’idea vi attira, ma avete paura che un’opera “vera” sia troppo impegnativa, la Scuola all’Opera ha quello che fa per voi: Bohème versione pocket opera.

La Bohème, i ragazzi e l’amore: troverete le scene e i costumi dello spettacolo “dei grandi” e tutta la musica più bella di Puccini, ma in formato tascabile, all’interno di una cornice narrativa originale e brillante scritta apposta per voi da Vittorio Sabadin.

Non vediamo l’ora che sia marzo! E mentre aspettiamo, vogliamo prepararci ascoltando una delle Mimì migliori di sempre, che ci ha lasciato da poco: l’indimenticabile Mirella Freni.

Potete vederla qui nella celeberrima Bohème “del centenario”, andata in scena al Regio nel 1996.

C’era una volta… Il mago di Oz

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Vi diamo il bentornato dopo le meritate vacanze invernali, pronti a ricominciare alla grande con le nostre attività. E’ da gennaio, infatti, che la Stagione de La Scuola all’Opera entra nel vivo delle proposte per voi.

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Il primo appuntamento è con gli incontri di preparazione a Il mago di Oz di Pierangelo Valtinoni e Paolo Madron (autori dell’amatissimo Pinocchio delle Stagioni passate), la proposta operistica di punta del nostro cartellone 2019/20 per bambini e ragazzi dagli 8 ai 12 anni.
Come sempre, troverete proposte didattiche adatte a tutti, dalla semplice visione dello spettacolo, in palcoscenico a maggio, alla partecipazione attiva con Cantiamo l’opera, fino ai laboratori musicali di Opera…ndo per i più coraggiosi.

C’era una volta Dorothy, una bambina dolce e sognatrice, che amava viaggiare con la fantasia. Un giorno si trovò in un luogo lontano e meraviglioso, il Paese di Oz. Lì in-
contrò amici e nemici e affrontò vicende straordinarie prima di capire una cosa molto importante: il viaggio più bello che ci sia è quello che si fa quando si impara a conoscere se stessi e a diventare grandi.

Un viaggio affascinante, che non vediamo l’ora di intraprendere insieme a voi.

Ricordiamo gli appuntamenti degli incontri di preparazione per gli insegnanti:

  • Opera…ndo con il Mago di Oz:
    – Lunedì 13 gennaio 2020, ore 14.30-16.30 presso il Laboratorio di scenografia in Strada Settimo 411, Torino (per il laboratorio Tutti scenografi)
    – martedì 14 gennaio 2020, ore 16-18.30 presso il Teatro Regio, Sala Caminetto (per tutti gli altri laboratori)N.B.: La partecipazione degli insegnanti all’incontro costituisce titolo di priorità per l’accettazione delle domande.
  • Cantiamo l’opera

    – Giovedì 30 gennaio 2020, ore 17-19 Teatro Regio, Sala Caminetto. Presentazione dell’opera, proposte didattiche e prima preparazione dei cori.
    – Martedì 4 febbraio 2020, ore 17-19, Teatro Regio, Sala Caminetto. Preparazione dei cori.

    Pronti a partire anche voi per questo viaggio musicale? E allora …

    Andiamo, andiamo nel sontuoso regno di Smeraldo
    portando solamente i nostri desideri
    al grande Mago di Oz, l’immenso Mago di Oz:
    lui ci dirà se diventeranno veri.

Playtoy orchestra – musica da giocare

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Avete tra i 4 e i 10 anni? Segnate in agenda:

giovedì 5, venerdì 6 e sabato 7 dicembre, Foyer del Toro.
Portare giocattoli da suonare.

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Tranquilli, non ci siamo sbagliati! Ad aspettarvi ci sarà la Playtoy Orchestra, l’unica orchestra al mondo a suonare, signore e signori, veri e autentici giocattoli. Pensavate che la chitarrina in plastica regalatavi dalla zia non fosse buona per il rock? Errore! Che lo xilofono con sette tasti variopinti non potesse esibirsi in una perfetta bossa nova brasileira? Che un coccodrillo in plastica e la papera di gomma con la quale fate il bagnetto non potessero eseguire Mozart, Rossini e Beethoven? Ebbene, questo spettacolo interattivo, imprevedibile, rutilante vi farà cambiare idea al volo! Sette musicisti che hanno fatto dei loro giocattoli una professione e che con i loro strumenti di plastica hanno calcato i palcoscenici di tutto il mondo. Ora anche qui, a Torino, in esclusiva per voi, giovane pubblico del Regio!

Playtoy orchestra – Foyer del Toro – dal 5 al 7 dicembre: prenotazioni aperte!

CLICK QUI PER MAGGIORI INFORMAZIONI

 

Il chilometro in più

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Poche righe per ringraziare il nostro Sovrintendente e Direttore artistico, Sebastian Schwarz, che con il suo saluto ufficiale ha inaugurato martedì 24 settembre nella Sala del Caminetto la nuova avventura de La Scuola all’Opera per la Stagione 2019/20.

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Schwarz ha aperto il suo discorso con una domanda importantissima per noi che scegliamo di fare didattica e di fare teatro:

perché proprio l’opera lirica?
Perché un regista dovrebbe, tra tutte le forme di spettacolo, scegliere l’opera? Perché un direttore d’orchestra, invece di salire sul podio, decide di scendere in buca, nascosto ai più?

La risposta, per il Sovrintendente e per molti di noi, sta nei ricordi: scegliamo, oggi, questa strada difficile, per quello che il teatro musicale ci ha trasmesso quando eravamo piccoli, per quel primo Flauto magico ascoltato dal giradischi dei nonni, per le storie raccontate in palcoscenico, per quella prima volta che abbiamo sentito un’orchestra accordarsi e visto aprirsi lentamente il sipario.

Ed è proprio questo, questa stessa emozione, che vogliamo trasmettere insegnando l’opera e attraverso l’opera: ricordando quello che ci ha portato fin qui e che ci spinge, oggi, a fare un lavoro che va oltre “il programma di scuola”, uno sforzo in più, perché anche i nostri ragazzi possano domani mantenere vivo il teatro e trasmettere a loro volta cultura. Ragazzi che saranno non soltanto spettatori, ma possibili protagonisti di un mondo che ha bisogno non soltanto di artisti ma anche di artigiani, sarti, macchinisti, carpentieri, elettricisti, persone che conoscano, apprezzino e valorizzino il mestiere del palcoscenico, dimostrando che è possibile vivere di cultura e che il teatro fa parte della nostra ricchezza.

Questo è il preziosissimo chilometro in più che vogliamo fare insieme a voi insegnanti, che ringraziamo per aver partecipato come sempre numerosissimi e calorosi alla nostra presentazione.

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Per chi se lo fosse perso, qui il programma della nostra Stagione per La Scuola all’Opera 2019/20.

Non vediamo l’ora di cominciare questo anno ricco di novità: buon lavoro a tutti!

Ti aspettiamo!

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Aspettando la nuova Stagione…

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Nell’augurarvi buone vacanze, mentre aspettiamo la nuova Stagione delle Scuole, vogliamo ripercorrere con voi i momenti più belli di un altro anno passato insieme, tra laboratori, percorsi didattici e spettacoli meravigliosi!

NOVEMBRE

L’elisir d’amore raccontato ai ragazzi

Il capolavoro di Donizetti trasportato tra i banchi di scuola

Valzer a tempo di guerra

Piccole storie per raccontare il dramma della grande storia

DICEMBRE

Concerto straordinario

Marionette e nonsense in una parodia della musica colta

GENNAIO

Concerto per il Giorno della Memoria

L’arte che vince le dittature, per non dimenticare

FEBBRAIO

Viaggio in orchestra: prima tappa

Esplorando la macchina sinfonica di sezione in sezione

MARZO

Pinocchio

La fiaba più bella fa sognare e cantare

Viaggio in orchestra: seconda tappa

Quando il gioco si fa duro… i duri continuano a suonare!

MAGGIO

Dolceamaro e la pozione magica

Il grande repertorio anche per i più piccoli

CantiAmo!

Intonare insieme a un coro lirico le pagine più belle della storia della musica

Danzare e sperimentare sulle note di Prokofiev

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Poche settimane fa è andata in scena la sublime e tragica storia di Romeo e Giulietta, narrata dall’iconica coreografia di Kenneth MacMillan e interpretata dai meravigliosi danzatori del Balletto dell’Opera di Perm.

La più celebre storia d’amore del mondo, raccontata dalla danza, ha ancora una volta commosso il pubblico del Teatro, tra cui molti di voi ragazzi. Alcuni, però, non si sono accontentati di essere spettatori, ma, indossati i calzini antiscivolo, sono scesi in Sala Ballo e si sono messi alla prova sulle note di Sergej Prokofiev. Le nostre ballerine e didatte che li hanno preparati e noi che li abbiamo visti non li abbiamo giudicati inferiori, per cuore, impegno, emozione e bellezza, ai professionisti del palcoscenico.

Non possiamo purtroppo mostrarvi le coreografie che hanno creato e interpretato, ma vi regaliamo una fantastica galleria fotografica.

Grazie ai ragazzi delle scuole

Liceo Newton di Chivasso
Scuola Media Goltieri di Asti
Liceo Pascal di Giaveno
Scuola di danza Sheherazade
Scuola Media Meucci di Torino

Ora di opera

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Questa sera il palcoscenico del Piccolo Regio è interamente dei ragazzi: va in scena lo spettacolo conclusivo del progetto Ora di Opera, targato Teatro Regio e Associazione Articolo Nove srl.

Il percorso didattico e artistico, che vi avevamo presentato qui, giunge infatti al suo culmine con La scuola di Cenerentola, lo spettacolo che i ragazzi partecipanti al progetto, provenienti dal Liceo Volta e dall’ISS Lagrange di Torino, insieme all’ISS Ferraris di Settimo Torinese, hanno elaborato nel corso di mesi di lavoro; appuntamenti settimanali per lavorare su vocalità e canto, recitazione, danza. Il tutto sotto la guida dei nostri Annamaria Bruzzese e Ombretta Bosio (recitazione), Albert Deichmann (danza), Benedetta Macario e il Maestro Claudio Fenoglio per il coro, coadiuvati dagli educatori Silvano Corvaglia, Josette Cossu e Federica Mastronardi. Unica professionista del cast la primadonna Angelina, a cui presterà voce e persona il mezzosoprano Angela Schisano; la regia è di Annamaria Bruzzese, mentre la direzione e il pianoforte sono affidati al Maestro Fenoglio.

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Cosa può succedere quando il grande repertorio rossiniano incontra i teenagers di oggi? Quando il bel canto si fonde alla street dance?

Un sacrilegio, per molti; per noi, che sappiamo quanto scandalo fece Rossini ai suoi tempi e che da anni uniamo alla tradizione del repertorio la creatività di interpreti e pubblico giovani e sempre nuovi, un’opportunità da non farsi scappare. Un’opera 2.0 in cui il fascino del capolavoro rimane invariato e il potentissimo messaggio morale della Bontà in trionfo arriva, forte e chiaro, fino agli spettatori di oggi.

Ora di opera, questa sera al Piccolo Regio.

 

 

Lettere a Rigoletto&co

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Vi diamo il bentornato dalle vacanze presentandovi il bellissimo lavoro svolto dalla classe III H della Scuola Media Calamandrei di Torino: i ragazzi, guidati dalle professoresse Antonella Barra e Piera Del Col, dopo aver partecipato al progetto All’opera, ragazzi! e aver visto lo spettacolo di Stagione, hanno pensato di indirizzare alcune interessanti lettere ai protagonisti del dramma verdiano, Rigoletto, Gilda & company. Chiude la raccolta un’inedita missiva di Rigoletto a sua figlia.

Buona lettura!

Cara Gilda,