V vs W: il giovane Verdi

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Roncole di Busseto è una piccola frazione della Bassa padana, a pochi chilometri da Parma.

È là che il 10 ottobre del 1813 nasce il figlio di Carlo Verdi, oste, e Luigia, filatrice, Giuseppe Fortunino Francesco -o forse dovremmo dire Joseph-Fortunin-François, secondo i registri dell’anagrafe: il ducato di Parma è all’epoca sotto dominio francese e Giuseppe, esattamente come il contemporaneo Richard Wagner, ancora piccolissimo vivrà in prima persona le conseguenze delle campagne napoleoniche. Nel 1814, durante l’invasione dell’esercito russo alleato di Murat, Luigia si rifugia con il figlio in cima al campanile del paese per sfuggire alle razzie: un guizzo di avventura in una giovinezza tranquilla e provinciale. I tre impegnativi nomi francesi, infatti, così come l’impero creato da Napoleone, non avranno lunga durata e il piccolo Verdi diviene ben presto soltanto Bepìn: così lo chiamano i compaesani quando, all’età di otto anni, suona con profitto la spinetta che gli ha regalato il padre. Il suo non è un talento precoce e strabiliante, ma una discreta predisposizione.

All’epoca la professione di musicista poteva garantire una modesta ma certa sicurezza e rappresentava soprattutto una valida alternativa a mestieri molto più ingrati e pesanti, nonché la possibilità di migliorare la propria condizione sociale: questo devono aver pensato Pietro Baistrocchi, l’organista di Roncole, e Antonio Barezzi, negoziante e direttore della locale filarmonica, che decidono di sostenere l’inclinazione musicale di Giuseppe patrocinando i suoi studi. E Verdi studia, infatti, al ginnasio di Busseto e sotto la guida del maestro di cappella Ferdinando Provesi. In quattro anni di lavoro Giuseppe apprende tutto quello che il maestro può insegnargli: diviene suo assistente e organista della chiesa di Roncole, sostituendo il Baistrocchi, morto nel frattempo. A quindici anni già compone di tutto un po’, inni religiosi, pezzi per banda, brani sinfonici, solistici e vocali, e si cimenta persino nel confronto con il più celebre musicista italiano dell’epoca, Gioachino Rossini: nel 1828 viene infatti eseguita la sua sinfonia introduttiva per Il barbiere di Siviglia. Tentativo ambizioso, ma il mestiere di Verdi rimane ancora rudimentale e non gli permette di esprimere compiutamente le sue idee musicali.

Nel 1832 decide quindi di fare il salto di qualità, tentando l’ammissione al Conservatorio di Milano, sostenuto come sempre economicamente e moralmente dal Barezzi, che lo ospita da qualche tempo in casa sua. Alla prova di ammissione, Verdi viene respinto: a diciotto anni è troppo vecchio per frequentare i corsi e non dimostra doti particolari che potrebbero giustificare un’eccezione al regolamento. La delusione è grande, ma è di nuovo Antonio Barezzi a rinnovare la fiducia nelle doti del giovane studente: lo iscrive a sue spese alle lezioni di un insegnante privato e gli regala una spinetta. È un passo importante: dal nuovo maestro, Vincenzo Lavigna, concertatore alla Scala, Verdi apprende certamente il contrappunto e una base di composizione più solida e rigorosa, ma soprattutto viene a contatto con il fervido ambiente teatrale milanese, che lo affascina e lo suggestiona. Nel 1834 finalmente Verdi ha occasione di mettersi in mostra come direttore, cimentandosi con l’oratorio La creazione di Haydn. Il discreto successo ottenuto apre a Verdi le porte della Società Filarmonica, gli procura conoscenze tra i nobili dilettanti di musica  e qualche piccola commissione; ma l’avventura a Milano sembrerebbe volgere al termine.

Nel 1836 Verdi sposa infatti Margherita Barezzi, figlia del suo benefattore, e assume l’incarico di maestro di cappella di Busseto al posto del defunto Provesi: ma la vita provinciale è ormai un limite per il musicista, che ha scoperto le attrattive del teatro e non intende rinunciarvi. Non perde i contatti con l’ambiente milanese e infine, nel 1839, si licenzia e torna nella capitale lombarda, per il suo esordio teatrale con Oberto, conte di San Bonifacio, prima opera compiuta dopo un nebuloso tentativo mai terminato, il Rocester. L’opera va in scena per interessamento di una giovane ma già affermata cantante, Giuseppina Strepponi, ed ottiene un buon successo. Non si può dire altrettanto della seconda prova, Un giorno di regno, andata in scena senza entusiasmi nel 1840 e subito dimenticata. Verdi è stanco e abbattuto, provato dalla prematura scomparsa della moglie, morta nel giugno dello stesso anno, e di entrambi i figli, Virginia nel 1838 e Icilio nel 1839. La sua creatività subisce un arresto: non ha idee né spunti né voglia di rimettersi in gioco. Ma è il teatro a questo punto a venire incontro a Verdi; l’impresario della Scala gli procura un libretto dal titolo Nabucodonosor. Verdi non lo sfoglia neppure, ma gettandolo sul tavolo il libretto si apre ad un verso, che colpisce profondamente il compositore spingendolo a mettersi al lavoro: nasce così il celeberrimo coro Va’, pensiero, sull’ali dorate e la prima grande opera verdiana di successo.

È il 1842 e il Nabucco va in scena alla Scala con un trionfo senza precedenti: l’ascesa di un nuovo genio del melodramma italiano è cominciata.

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