Il Novecento di Puccini

Standard

Dormi, oblia!
Liu, poesia!

La Bohème segna anche l’inizio della collaborazione con i librettisti Giacosa e Illica, che firmeranno anche Tosca, andata in scena con un vero e proprio trionfo al teatro Costanzi di Roma nel 1900, e Madama Butterfly, presentata alla Scala nel 1904.

madama butterfly

[click per il link al video]

Quest’ultimo lavoro

[…] riporta un clamoroso (e in buona parte “orchestrato”) fiasco tra “grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate”. Puccini, indispettito e sicuro del valore di Butterfly […] ritira immediatamente l’opera e la rielabora […].[1]

Le versioni successive conoscono un grande successo; la stesura definitiva sarà infine la quarta (1906).
Puccini ha preso il soggetto da un lavoro teatrale in prosa di David Belasco che ha visto a Londra nel 1900: non conosce l’inglese ma ne rimane colpito e ne coglie immediatamente la potenza drammaturgica. È un musicista, certo, ma soprattutto, come già Verdi prima di lui, un uomo di teatro. Ha intuito, conosce ciò che funziona sulla scena; e soprattutto si informa, si tiene aggiornato. Segue le novità dei palcoscenici europei, le sa capire e reinterpretare. È al passo con i tempi anche da un punto di vista strettamente musicale: pur non condividendone il linguaggio, conosce le avanguardie e i loro principali esponenti (Debussy, Schoenberg, Strauss, Stravinskij) che spesso gli tributano stima, e questa competenza si riflette nella “modernità grammaticale” (VLAD 1992) della sua scrittura. D’altra parte non rinuncia alla melodia che, come aveva notato Verdi nella sua lettera[2], “non è né moderna né antica”: perciò, seppure moderna, la sua musica è orecchiabile, trascinante, piacevole e comprensibile, il che gli guadagna una grandissima popolarità. Amato dal pubblico, ma non dai critici, che lo qualificano come autore di musica “commerciale”, “facile”, “alla moda” ma senza futuro e senza spessore.

Sarà anche alla “alla moda”, ma Puccini è uno dei primi a seguire soltanto la sua ispirazione, a scegliere i propri tempi di composizione, anche lunghi, senza scendere a compromessi artistici. Forte dell’appoggio di Ricordi, seleziona accuratamente soggetti e librettisti, rifiutando le proposte che non gli sembrano convincenti.

Ed è soltanto tre anni dopo Butterfly che finalmente trova un nuovo titolo per lui: ancora un dramma di Belasco, questa volta visto e ambientato negli Stati Uniti, La fanciulla del West. La nuova opera andrà in scena al Metropolitan di New York il 10 dicembre 1910,
primo grande avvenimento lirico (preparato da una colossale campagna pubblicitaria) ospitato negli Stati Uniti […][3]

Puccini è internazionale, cosmopolita: e lo dimostra anche la scelta dei soggetti, ogni volta un nuovo mondo, completamente diverso dal precedente. Dalle soffitte di Parigi, alla passionalità della cruenta Roma di Tosca, alla fragilità della fine e delicata Cio Cio San, fino all’atmosfera quasi hollywoodiana del western.

[click per il link al video]

[click per il link al video]

Il successo planetario e il carattere gioviale e socievole del maestro, che conquista i salotti di mezzo mondo, nascondono in realtà grandi sofferenze: Puccini non trova pace. Dal 1898 ha acquistato una villa a Torre del Lago, presso Viareggio, un rifugio ideale in cui dedicarsi alla composizione e alla caccia – ma la quiete familiare e domestica della quale ha bisogno, se mai è esistita, è ormai distrutta. Il rapporto con Elvira, da sempre difficile, è irrimediabilmente deteriorato. Puccini è sistematicamente infedele; la moglie da parte sua è dispotica, aspra e ossessivamente gelosa. Nel 1908 la situazione, estremamente degenerata, sfocia in tragedia: Elvira accusa una cameriera ventunenne, Doria Manfredi, di una tresca con Puccini: per una volta il maestro è innocente, ma Elvira, esasperata, licenzia la ragazza e la perseguita fino a spingerla al suicidio. La famiglia Manfredi querela Elvira, che viene condannata a un risarcimento e a cinque mesi di carcere: Puccini offre allora la somma enorme di 12.000 lire ai Manfredi perché ritirino l’accusa. La tragedia segnerà per sempre il Maestro, i suoi rapporti familiari e la sua vita artistica.

[click per il link al video]

[click per il link al video]

Il titolo successivo, a cui Puccini comincia a lavorare nel 1914, è un’operetta, commissionatagli dal Carl-Theater di Vienna, La rondine. Tito Ricordi, che è succeduto a Giulio, morto nel 1912, si oppone al progetto: e sorgono anche problemi politici, visto che, dopo gli sviluppi della grande guerra del maggio 1915, Puccini si trova a scrivere “per i messeri nostri nemici”[4]. Il concorrente di casa Ricordi, Sonzogno, approfitta della situazione difficile e acquista dal compositore partitura e diritti detenuti dagli austriaci: il lavoro finito, che ha perso i caratteri di operetta per assomigliare sempre di più al melodramma, andrà in scena a Montecarlo il 27 marzo 1917.

La ricerca pucciniana di ambienti e situazioni drammaturgiche nuove, diverse, prosegue: nascono così i titoli del Trittico, tre opere brevi di un atto soltanto, che il Maestro avrebbe voluto rappresentate sempre insieme. La prima, Il tabarro, ha le tinte fosche e veriste di una tragedia passionale tra i lavoratori di una chiatta ancorata sulla Senna.

[click per il link al video]

[click per il link al video]

Il secondo quadro, Suor Angelica, è un’opera quasi corale, interamente femminile, ambientata in un convento, dove anche il dolore straziante di una giovane madre privata del figlio si stempera, nonostante la conclusione drammatica, nei toni dolci della riconciliazione e del perdono divino: un omaggio alla vita monastica a cui si era dedicata la sorella di Puccini, Iginia. Il Trittico si conclude con Gianni Schicchi, unica opera buffa del Maestro: divertentissima e ritmata, è un omaggio alla Firenze medioevale e allo spirito vivace e intraprendente della “gente nova”, proveniente dal “contado”, come lo stesso Puccini. Il Trittico raccoglie un nuovo successo – di pubblico, meno di critica – il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York.

[click per il link al video]

[click per il link al video]

Appena terminato il lavoro, Puccini cerca freneticamente un nuovo soggetto: ma il vecchio mondo non esiste più, distrutto dalla guerra. La società è in crisi: i disordini e gli squilibri disorientano il compositore, che non riconosce più la vita alla quale era abituato. Nel frattempo, inesorabilmente, sorge il fascismo: verrà da lì la soluzione, un ordine nuovo?

Puccini si rifugia in un mondo fuori dal tempo e dallo spazio: è la Pechino fiabesca, notturna, a cavallo tra sogno e incubo di Turandot, tratta dalla fiaba teatrale di Carlo Gozzi (1762). Il Maestro comincia a lavorare alacremente già nel 1920, insieme ai librettisti Adami e Simoni. Le difficoltà drammaturgiche e musicali non sono poche: prima fra tutte, la trasformazione della “principessa di gelo” in donna innamorata alla fine dell’opera. Il sacrificio estremo di Liu, che dovrebbe “dissolvere l’incubo”, è un nodo cruciale che il musicista non riesce ad oltrepassare se non con tentativi e abbozzi. Nel frattempo è sempre più sofferente: un accanito mal di gola – Puccini è sempre stato un convinto fumatore – lo perseguita; nell’autunno del 1924 arriva la diagnosi, cancro inoperabile. Puccini, tenuto all’oscuro della reale gravità della malattia, si reca a Bruxelles per una cura all’avanguardia, applicazioni interne radioattive (tramite aghi inseriti nel tumore). Ha portato con sé trentasei pagine di appunti per l’ultimo atto di Turandot, ma non arriverà a completarle. Il 24 novembre affronta la dolorosa operazione; il cuore non regge, e il musicista si spegne all’alba del 29 novembre 1924.

Turandot sarà messa in scena alla Scala nell’aprile 1926, terminata dal compositore Franco Alfano: ma la sera della prima Arturo Toscanini deporrà la bacchetta subito dopo il corteo funebre di Liu, esclamando “Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il Maestro è morto”.

L’integrità dell’emozione artistica che tutti coinvolse non fu guastata  dalle note di Giovinezza, imposta da Mussolini con apposito decreto (21 aprile 1925) come brano d’apertura di ogni recita nei teatri italiani: nonostante le pressioni, il grande direttore rifiutò di eseguire l’inno fascista, sicché il duce annullò la prevista partecipazione alla serata di gala. Fra i tanti meriti Toscanini ebbe dunque anche quello che il trionfo di Puccini non fosse guastato da quest’oltraggio. [5]

Incompiuta, difficile, tutta tesa in un’atmosfera tra il reale e il magico, Turandot rimane sicuramente l’ultimo melodramma. […] Dopo Turandot sarà la fine di un clima e di un linguaggio, la dissoluzione di un’espressione artistica. Ma come Butterfly è l’ultima opera della stagione ottocentesca, Turandot ha questo di miracoloso: che è l’ultima opera (e forse la prima) del Novecento.[6]

300px-Poster_Turandot

[click per il link al video]

[1] Fabrizio DORSI, Giuseppe RAUSA, Storia dell’opera italiana, Mondadori, Milano 2000, p. 552
[2] Vedi articolo precedente
[3] DORSI, RAUSA, op. cit., p. 561
[4] Cit. in DORSI, RAUSA, p. 582
[5] Michele GIRARDI, Puccini, L’arte internazionale di un musicista italiano, Marsilio, Venezia 2000, p. 438
[6] Giuseppe TAROZZI, Puccini, La fine del bel canto, Bompiani, Milano 1972, p. 148

Una risposta »

  1. Che tristezza infinita pensando alla vita del Maestro!!! Da un susseguirsi tale di eventi nefasti si sono generati tali opere d’arte……allora proprio dalla sofferenza l’uomo riesce ad innalzarsi aggrappandosi al proprio talento.

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...