Archivio mensile:novembre 2014

Valzer a tempo di guerra

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locandina

“L’immagine forte scelta per la locandina restituisce in pieno la drammaticità di questo racconto di guerra: vedere uomini e muli accomunati dalla maschera antigas è ridicolo e tragico insieme, coglie la drammaticità di un evento che ha travolto tutti, civili, soldati e generali, completamente impreparati, condannati a scoprire la portata tragica dell’evento direttamente sul campo. Un evento storico senza precedenti.”, dice Monica Luccisano, regista dello spettacolo Valzer a tempo di guerra in scena al Piccolo Regio Puccini il 4 e 5 dicembre. Per saperne di più l’abbiamo intervistata per voi.

Chi è Monica Luccisano e come nasce dal punto di vista teatrale?

Ho una formazione ambivalente. Da una parte gli studi umanistici, letterari e filosofici, dall’altra quelli di conservatorio; sono stata anche critica musicale e ho lavorato a lungo “dietro le quinte”. Ho cercato di unire queste due anime nel teatro musicale, trovando un nuovo linguaggio, che non sia soltanto la somma dei due ma qualcosa di originale, di “altro”.

Come e perché nasce questo spettacolo?

La scelta di dedicare uno spettacolo alla Grande Guerra deriva non solo dalla ricorrenza del centenario, ma vuole riportare l’attenzione sui temi assoluti della memoria storica, musicale e sociale: una o più storie di guerra ci restituiscono anche una riflessione sull’uomo e sulla sua identità.

Il tema della guerra mondiale è evidentemente universale e dunque ci riguarda a livello collettivo; ma quale può essere il messaggio personale, individuale rivolto a ognuno di noi?

Innanzitutto uno spettacolo non deve mai essere una lezione di storia: il teatro è sempre un momento espressivo. Il discorso strettamente didattico non viene portato sulla scena, ma è lasciato al percorso scolastico di ragazzi e insegnanti, e nello spettacolo l’attenzione non sarà rivolta al percorso cronologico, a date, battaglie, eventi, ma alle singole storie, alle vicende umane. Sul palcoscenico vedremo storie semplici, di persone comuni che ci raccontano il proprio punto di vista sulla guerra: sono queste che nella loro individualità possono far diventare attuale un avvenimento distante nel tempo. Le emozioni di allora possono appartenere anche all’oggi, al presente e all’esperienza di ognuno di noi: la paura della morte, il timore di non sentirsi adatti ad affrontare determinate situazioni, la solitudine, il senso di abbandono, l’insensatezza di alcune gerarchie … Tutte queste sensazioni sono amplificate all’estremo dall’esperienza di guerra, ma in un certo modo appartengono ad ognuno di noi, alla nostra esperienza quotidiana.

Il teatro è quindi un mezzo per fare di un evento storico un racconto affettivo, emozionale, e per fare di una storia individuale una narrazione collettiva.

Sì, il teatro può fare questo con qualsiasi tema, con qualsiasi evento: prende una storia singola, individuale, e la trasforma in un fatto universale. Attraverso il linguaggio teatrale la narrazione può rielaborarsi e trasmettersi allo spettatore, muovendo qualcosa di personale all’interno di ognuno di noi. Ogni spettatore porta con sé la sua storia, la sua esperienza, e questo background gli fa vivere la narrazione teatrale in modo originale e individuale. L’obiettivo dello spettacolo è proprio andare a toccare questa sfera personale, intrecciare storie di altri con la nostra storia.

Perché raccontare queste storie attraverso la musica?

Il mio sguardo sul teatro è sempre uno sguardo musicale, dove parola e musica sono strettamente interconnesse, creando un linguaggio nuovo, originale. La musica non sarà quindi una “colonna sonora” a quanto raccontato sul palcoscenico, ma è una componente attoriale anch’essa, così come le voci saranno a loro volta trattate come strumenti musicali. La parola deve acquisire il respiro, il ritmo della narrazione musicale: i due linguaggi insieme creano una forza espressiva unica.

Le storie che vedremo sul palcoscenico sono autentiche perché derivano dai racconti veri, personali, delle lettere e dei diari di guerra che sono arrivati fino a noi. Anche in questo la Grande Guerra ha segnato la storia: questa voglia di raccontarsi e di testimoniare, in un’epoca di ancora prevalente analfabetismo, la tragicità degli eventi, la voglia di normalità e un tenace attaccamento alla vita. Il messaggio che Giuseppe Ungaretti ci ha trasmesso così forte nella sua poesia Veglia:

Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la sua bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita

(Giuseppe Ungaretti, Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Sperando di vedervi allo spettacolo vi lasciamo come materiale di approfondimento una piccola antologia: qualche estratto da romanzi e saggi che ci hanno raccontato le diverse sfaccettature di questo evento storico senza precedenti.

Federico De Roberto, La paura
L’insensatezza di cadere uno a uno

Jaroslav Hašek, Il buon soldato Sc’vèik
Parte terza – Botte da orbi
Il cappellano militare Ibl e la “bella fine” del soldato; le pie dame dell’Associazione Accoglienza agli Eroi; l’ispezione alle latrine.

Ernest Hemingway, Addio alle armi
Retorica di guerra; un ammutinamento.

Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano
“Un vero eroe”

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
La morte di un compagno. La forza della terra. Una generazione perduta. “Prenditi vent’anni della mia vita”

Mark Thompson, La guerra bianca
Descrizione di un attacco con il gas sul fronte del San Michele, giugno 1916

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