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Il giovane Rossini: chi ben comincia…

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Il 29 febbraio 1792, un paio di mesi dopo la morte di Wolfgang Amadeus Mozart, talento e genio rivoluzionario, nasce a Pesaro, cittadina dello Stato pontificio, un altro grande personaggio. Un artista che in meno di venti densissimi anni di teatro concluderà portando a compimento l’epoca della commedia dell’arte e si affaccerà su un’epoca e uno stile nuovi, quelli del melodramma nazionale e romantico: stiamo parlando del protagonista del nostro torneo 2017/18, Gioachino Rossini.

Figlio di Giuseppe Antonio Rossini (detto “il Vivazza” per evidenti abitudini da buon gaudente), di mestiere suonatore di tromba e corno nella locale banda e presso il Teatro Comunale di Bologna, e della cantante autodidatta Anna Guidarini, voce di discreto successo sulle scene dell’epoca, anche Gioachino viene introdotto giovanissimo al mondo musicale: a sei anni è la mascotte della banda, dove suona la “lista” (uno strumento metallico a percussione), a dieci viene avviato allo studio della composizione sotto la guida di Padre Stanislao Martini a Bologna, scampa per un soffio alla castrazione a causa della sua bella voce bianca, si fa le ossa come accompagnatore e cantante nelle chiese e suonatore di viola nei teatri, facendosi conoscere per il carattere intemperante e insofferente alle regole. Non ama la scuola, i maestri e i precetti, ma non è uno scansafatiche: studia la grande musica strumentale che dopo Vivaldi aveva abbandonato l’Italia ed era fiorita oltralpe con Mozart, Haydn, Beethoven. Gioachino ricopia le partiture, prova a inventarsi nuove soluzioni armoniche, confronta la sua musica con quella dei suoi veri grandi “maestri”, fino a guadagnarsi il soprannome di “Tedeschino”.

In Italia però è pur sempre la scena teatrale a dettare legge, e Rossini non sfugge a questo sistema: la sua occasione si presenta nel novembre 1810 a Venezia, dove l’impresario Cavalli gli commissiona un’opera buffa per risollevare le sorti di una stagione poco felice al teatro San Moisé: nasce così La cambiale di matrimonio, primo successo, replicata 13 volte. Due anni dopo, la sua farsa La Pietra del paragone, composta per la Scala di Milano, di repliche ne conterà ben 53, un record in una città che all’epoca conta forse 200mila abitanti. Gioachino è lanciato nel sistema, e del sistema teatrale deve rispettare i tempi e i dettami, componendo opere a ritmo industriale fino a quattro o cinque opere all’anno e spesso su libretti incompleti, venendo a patti con cantanti inadeguati e spostandosi di città in città e di palcoscenico in palcoscenico lungo la penisola italiana. Quello dell’opera è, prima di tutto, un business, e non tutti gli affari vanno a buon fine: successi strepitosi si alternano a titoli destinati all’oblio.


Una tappa importante si ha con la restaurazione di Ferdinando IV di Borbone dopo l’esilio siciliano: Napoli ospita il palcoscenico più grande del mondo, il Teatro San Carlo, oltre a quattro teatri minori, e ha la chance di distinguersi in un panorama culturale italiano per il resto dominato dagli austriaci o dal papato. Rossini vi arriva al seguito dell’impresario milanese Domenico Barbaja e dell’amante di quest’ultimo, il contralto spagnolo Isabella Colbran, e vi mette in scena l’opera seria Elisabetta I Regina d’Inghilterra in onore del Principe ereditario il 4 ottobre del 1815, diventando presto uno dei protagonisti dei salotti intellettuali napoletani.
Ma è nell’anno successivo che la sua produzione conosce una vera svolta, leggibile anche alla luce dei posteri: nel 1816 compone per il teatro di Torre Argentina in Roma, in un mese soltanto, l’opera buffa Almaviva, o sia l’inutil precauzione –una commedia già messa in musica da Paisiello, dalla celebre trilogia di Beaumarchais da cui anche Mozart aveva attinto con Le nozze di Figaro. La celebre opera di Paisiello si intitolava Il barbiere di Siviglia, e sperando di evitare un confronto diretto Rossini ne cambia il titolo e scrive una schietta presentazione in cui rende omaggio al celebre predecessore. Dopo i fischi e i fiaschi della prima rappresentazione,dovuti proprio agli irriducibili sostenitori del compositore pugliese, passa per sempre alla storia guadagnandosi uno dei primi posti in assoluto nella nascita del repertorio. Seguono altri celebri successi dell’opera comica: La Cenerentola, sempre per Roma, e La gazza ladra per Milano, entrambi composti in tempo record nel 1817. Ma continua a scrivere anche opera seria, affiancando innovazioni e temi già romantici (un esempio, La donna del lago tratta da Walter Scott nel 1819) al compimento dei caratteri tradizionali dell’opera italiana. Semiramide, messa in scena alla Fenice di Venezia nel 1823, è la sua ultima opera italiana, la trentacinquesima.

Gioachino Rossini, 31 anni compiuti e soltanto 13 di carriera, ormai affermatissimo autore e conosciuto anche oltre i confini della penisola, è pronto a conquistare la scena mondiale.

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La bohème vista da voi

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Ho assistito a La bohème

di Matilde Marchisio – Istituto Tecnico Economico indirizzo Turistico “Bosso-Monti” – Torino 

 

Dove si trova la felicità quando il tuo petto non smette di tremare? Dove si trova il coraggio di sorridere quando le tue mani non trovano un luogo caldo? Come si vive sapendo di morire?

Io non lo so, forse non lo saprò mai, o forse lo scoprirò presto, ma lei conosceva il segreto e lo custodiva gelosamente in un cassetto, insieme al cerchietto d’oro e al libro di preghiere.

Una persona semplice, la fragile Mimì, dal viso bianco e baciata dalla primavera, come un germoglio bagnato di rugiada. Piccola, con la passione per i fiori e per l’amore. Così viene descritta, tutti parlano di lei e la sua voce delicata rimbomba nei teatri del mondo.

Io ho avuto la fortuna di vedere dal vivo una rappresentazione di Bohème. La cantante, su quel palco, era un tutt’uno con il suo personaggio, era come se la vera Mimì, quella creata dalla penna di Puccini, si fosse impossessata del suo corpo, della sua voce e del nostro cuore non con arroganza, neanche con la pretesa di essere ascoltata, ma in punta di piedi, proprio nel suo stile. Seduta su quella poltrona, insieme a tutti gli altri, guardavo incantata come la storia prendeva forma, come tutto si incastrava perfettamente, mentre le voci dei cantanti si aggrovigliavano e legavano raggiungendo Puccini, seduto spiritualmente in tribuna. Non posso far a meno di pensare all’orgoglio che starà provando, lassù, fiero di aver fatto commuovere anche acidi ragazzi come noi. Perché sì, io mi sono emozionata, quell’insieme di voci, pianti, litigate e amore mi ha fatto ricordare di avere un’anima, di provare dei sentimenti anche quando fuori il cielo è grigio.

Ah Rodolfo, l’amore lo logorava, la sua poesia non riusciva più ad esprimere quello che il suo cuore sentiva. Lui amava davvero Mimì, ma la sua miseria, i soldi che andavano e venivano e il camino che poltriva, non aiutavano a proteggere la sua amata. Come disse lui: « L’amore non basta a tenerla in vita », e aveva ragione: un sentimento, per quanto forte che sia, non potrebbe mai scaldare qualcuno, farlo sentire protetto e libero di ogni male. L’amore non basta mai, e Rodolfo lo sapeva.

Ogni gesto del cantante mi ricordava la difficoltà nel lasciare andare la persona che si ama. Mi pareva un attore di fama internazionale, quando in realtà era solo un ragazzo con abiti usati. La sua voce, il modo in cui si muoveva sul palco, tutto di lui mi ricordava il personaggio interpretato.

Persona emotiva o no, nessuno rimase indifferente a Mimì e Rodolfo, insieme a cantare. Sembravano proprio due innamorati, logorati dalla consapevolezza di doversi lasciare presto. Il tempo loro era prezioso, e non lo avrebbero sprecato.

Ho visto una sola volta la neve, sono sincera, forse nei film o in una cartolina di Natale. Rimasi folgorata quando il sipario si alzò, rivelando il paesaggio invernale. Non era neve vera quella che si posava sul cappotto di Mimì, lo sapevo, ma era così reale! Sentii freddo in quel momento, rabbrividii con tutto il mio corpo, avevo la pelle d’oca. La musica e l’ambientazione mi portarono in un giardino parigino innevato, potevo quasi sentire il gelo delle mani di Mimì e il cuore crepato di Rodolfo. Lasciarsi in inverno? Perché non in primavera, quando i fiori sbocciano e il sole dona colore ai volti pallidi?

All’ultimo atto la fiaba crollò, l’amore sfiorò e la giovinezza maturò, forgiata dal dolore. Mimì, Rodolfo e tutti gli altri erano giovani quando il loro stomaco brontolava, quando il camino dormiva e quando al Cafè Momus si assisteva alle sceneggiate di Musetta. Ignari del futuro, incerti del presente, già feriti dal passato, la giovinezza era l’unica cosa che li faceva sorridere e sperare in un qualcosa di meglio. Erano come bambini piccoli che negavano di voler crescere , ma è impossibile vivere senza soffrire.

Alla morte di Mimì, il piccolo fiore da proteggere, la disperazione e l’amore presero il sopravvento. “Non morire Mimì, non morire”.Perché pensavo a questo, quando sapevo già come sarebbe andata a finire? La speranza è l’ultima a morire, si sa, ma con lei Mimì.

Marcello e Musetta, i due amanti maledetti, quante ne avevano passate insieme! Ma lì, in quella stanza, al capezzale di Mimì, sembravano una coppia unita, senza nessun vecchio a separarli. Nel dolore di Rodolfo loro trovarono la tranquillità, un momento per fermarsi e chiedersi a vicenda: « Vale la pena litigare per futili cose? ». La risposta, ora e per sempre, è “no”.

In primavera la giovinezza muore insieme agli innocenti, all’amore e ai sorrisi. Questo sentirsi giovani e senza pensieri non dura per sempre, anche il più testardo deve arrendersi all’idea di non avere più un motivo per uscire a divertirsi, di non piangere più per un cuore spezzato, ma per un amico morto, persona con cui non si potrà più sorridere.

Applaudii con tutte le mie forze. Non piansi, cosa strana, ma dentro di me sentivo un’emozione fortissima, come mille fuochi d’artificio. Credo di aver imparato qualcosa da questa bellissima esperienza, ma non so cosa. Forse il coraggio di vivere sapendo di morire? Chissà.

Bohème vista dagli allievi della Classe III L – Scuola Calamandrei –Torino
Musicalmente, quale brano ti è piaciuto di più e perchè?
Mi piace il brano che i 4 cantano quando sono allegri, nell’ultimo quadro, perchè mette divertimento e fa molto ridere (soprattutto la parte in cui Colline fa finta di baciare Marcello) (Marika)
Mi sono piaciuti tutti i brani, anche perchè è la prima volta che vado a teatro di sera a vedere un’opera  (Giorgio)
Mi è piaciuto molto  quando sono in piena città , con tutto quel frastuono. La musica rende tutto molto più allegro. (Vincenzo)
La mia melodia preferita è stata “Che gelida manina”  (Diana)
Il brano che mi è piaciuto di più è quello del quarto quadro, quando Mimì e Rodolfo sono da soli. In quel momento si vedeva il loro amore molto forte. E’ stato un momento molto romantico ma anche triste, perchè quell’amore non era destinato a durare nel tempo.  (Alessia)

Il brano che mi è piaciuto di più è nell’ultimo quadro, quando Rodolfo, Marcello, Colline e Shaunard giocano e ballano. Mi piace perchè la musica è allegra e subito dopo entra Musetta e cambia di colpo.  (Mattia)

Il brano che mi ha colpito di più è stato “Che gelida manina” e anche quando Mimì è agli ultimi istanti di vita e ricorda insieme al suo amato quando si sono conosciuti e tutti i bei momenti che hanno passato insieme: dolce e allo stesso momento triste e commovente.  (Valentina)
Il brano che mi è piaciuto di più è cantato da Musetta nel secondo atto, dove lei si presenta nel Caffè Momus. L’intonazione con numerosi acuti è stata straordinaria e adoro questo personaggio per il suo carattere così deciso che è evidenziato nella canzone. (Francesca)
Esprimi il tuo giudizio sul lavoro svolto e sull’allestimento dell’opera alla quale hai assistito.



Per me il lavoro è stato divertente e anche triste. Divertente perchè è stato bello guardare un’opera di cui abbiamo parlato per mesi dal vivo. Poi a me ha interessato molto sapere della vita di Puccini, anche attraverso il film e le spiegazioni. Triste per la morte di Mimì e perchè non volevo che l’attività finisse così in fretta. La mia parte preferita è stata andare a teatro, la scena in cui erano al caffè Momus e quando entra in scena Musetta.  ( Marika)

L’allestimento mi è piaciuto molto. La cosa più bella è stata quando si passa al Caffè Momus: i protagonisti camminano nella direzione opposta rispetto al movimento del Caffè, come un tapis roulant. (Vincenzo)
Abbiamo avuto l’occasione di vedere le prove e capire com’è il lavoro dietro le quinte, non soltanto lo spettacolo finito. Il terzo atto per me è stato il più bello perchè erano nella periferia di Parigi e nevicava. Questa esperienza per me è stata unica. (Diana)

L’idea dell’ambientazione moderna mi è piaciuta molto, ma confrontando questa ambientazione con quella originale ho preferito l’originale perchè mi ha coinvolto di più.  (Alessia)
Sono rimasta impressionata dalle scenografie e dalle voci degli attori: a volte mi venivano i brividi… (Sara)
La Bohème mi è piaciuta abbastanza, anche se non mi piacciono le opere liriche. Mi è piaciuta soprattutto perchè ha un allestimento moderno ed è stata un’idea originale. (Mattia)
Prima di vedere l’opera pensavo di preferire l’allestimento originale, ma ho cambiato idea alla sera dell’opera. I personaggi sono stati formidabili: sono riusciti a proporre il nuovo nel vecchio. …Anche se sapevamo il finale, la scena della morte di Mimì è stata comunque molto triste perchè va via la giovinezza dei ragazzi. E’ stata una serata fantastica; almeno una volta nella vita bisogna viverla.  (Elisa)

La Bohème mi è piaciuta molto: è stata una bella idea ambientarla in una Parigi più moderna. Con le impalcature sembravano proprio quei palazzi grigi e tristi che ci sono a Parigi. (Valentina)

Non ho trovato gradevole la realizzazione in stile moderno, avrei preferito vederla “in stile antico”.  (Alessia)
Tutto il progetto è incominciato in classe, verso la fine di settembre. All’inizio non pensavo fosse così interessante, invece poi con il passare delle settimane, mi sono interessata sempre di più, come se facessi quasi parte della storia. A ogni lezione mi divertiva e mi piaceva parlare, ascoltare e raccontare la storia di questi ragazzi e di una storia d’amore vera, un po’ precipitosa e affrettata con i tempi, a parer mio, ma con la quale Puccini voleva esprimere il vero amore. …Mi ha sorpreso molto l’allestimento: mi sarei aspettata qualcosa di diverso nella realizzazione dei palazzi, sembravano un po’ cupi. Mi sono piaciuti molto i cantanti , anche se forse avrei preferito vedere l’opera nella sua forma originale. ( Francesca)