Intervista al Direttore degli allestimenti

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Abbiamo incontrato e intervistato per voi Saverio Santoliquido, il Direttore degli allestimenti del Teatro Regio, che con molta simpatia e disponibilità ci ha raccontato in cosa consiste il suo lavoro:

Il ruolo del Direttore degli allestimenti consiste nel permettere la fattibilità e la messa in scena di tutte le produzioni che il teatro decide di realizzare o ospitare in palcoscenico.
Bisogna innanzitutto distinguere tra allestimenti noleggiati, repertorio e nuove produzioni.
Per quanto riguarda gli spettacoli con allestimento noleggiato si deve verificare, con un anticipo di circa due o tre anni sulla Stagione nella quale si andrà in scena, se la produzione in questione ha una struttura, delle dimensioni e un funzionamento adatti al nostro palcoscenico e analizzare le caratteristiche tecniche di ogni singolo elemento che la compone. Una volta acquisite queste informazioni, bisogna inoltre capire se l’allestimento in questione potrà coesistere con le altre produzioni programmate per quel periodo, immediatamente precedenti, contemporanee o successive allo spettacolo, valutando anche le esigenze di spazio e di tempo per la preparazione di ogni elemento di costumi e scene e il montaggio in palcoscenico. È necessario quindi considerare tutti i diversi settori professionali che cooperano per la messa in scena e coordinare le diverse fasi di lavoro. Qui al Teatro Regio ospitiamo allestimenti realizzati in tutto il mondo: ad esempio, recentemente abbiamo messo in scena una produzione proveniente dalla Cina.
Abbiamo poi allestimenti di repertorio, cioè di proprietà del teatro: di questi facciamo una documentazione dettagliatissima, per quanto riguarda ogni elemento, attrezzeria, scene, costumi, luci, posizioni dei tiri di scena. Viene creato un archivio che contiene tutte le informazioni precise riguardo a quanti e quali elementi lo compongono e come allestirli in palcoscenico. Ogni componente della produzione è siglato e schedato con misure, disegni e immagini in modo che quando arriva dal magazzino non debba essere nuovamente studiato ma più facilmente ricollocato al suo posto in palcoscenico.
Per quanto riguarda invece i nuovi allestimenti, bisogna partire da zero: pensare a come realizzare scene, costumi e luci, nonché valutare le tempistiche di produzione. Il lavoro è quindi molto complesso; ancora di più in caso si tratti di una coproduzione, ossia di un allestimento realizzato in collaborazione tra più teatri. Bisogna in quel caso realizzare ogni cosa in modo che sia gestibile su tutti i palcoscenici coinvolti, che hanno dimensioni e caratteristiche tecniche a volte diverse. Dai bozzetti si passa a capire, tecnicamente, come realizzare i vari elementi. A quel punto si stende un capitolato e si fa una gara per la realizzazione, seguendo poi ogni fase della produzione, occupandosi contemporaneamente di scene, attrezzeria e costumi.
Nel fare questo bisogna accertarsi di concretizzare l’idea del regista nel passare dai bozzetti alle soluzioni realizzative, per quanto riguarda i materiali, l’utilizzo e il funzionamento di ogni singolo elemento una volta in palcoscenico.
In ogni singola parte del lavoro è richiesta assoluta puntualità, a partire dal trasporto dell’allestimento, ai montaggi, alle varie fasi delle prove; ogni scadenza è importantissima e va rispettata.

Che formazione ci vuole per fare un lavoro così complesso?

Secondo la mia esperienza, questo non è un lavoro che si possa studiare in qualche scuola. Io ho avuto la fortuna di far parte, nel corso della mia vita lavorativa, di moltissimi settori diversi che operano in palcoscenico, maturando quindi le mie conoscenze sul campo. Ho cominciato molto giovane nei laboratori, avendo una formazione dedicata alla costruzione. La tecnologia delle costruzioni teatrali è differente da tutte le altre: ho potuto imparare a costruire le scene con i metodi e le tecniche tramandate nei secoli, seguendo maestri “della vecchia scuola” che insegnavano i criteri e le pratiche tradizionali e sperimentate negli anni. Oltre alle costruzioni, mi interessava apprendere anche nel settore artistico, e di nuovo ho imparato sul campo. Mi ha sicuramente aiutato la mia capacità di fare le cose manuali. Ho dovuto poi imparare anche a gestire personale e lavori complessi. Dopo circa dieci anni di lavoro nelle costruzioni sono diventato vice capo macchinista; ho poi collaborato come assistente con il direttore tecnico degli allestimenti. Ancora adesso penso che il lavoro di ogni giorno, ogni diversa produzione sia un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo. A parte gli spettacoli di repertorio, è difficile che si ripetano cose già fatte in precedenza; mano a mano si acquisisce esperienza e un bagaglio di conoscenza. Un altro aspetto molto importante è la condivisione di questa esperienza con altri, tutte le persone che lavorano in teatro.
Quali sono le soddisfazioni più grandi del tuo lavoro?
Certamente il riconoscimento da parte di registi e scenografi; quando arrivano in teatro non sanno come potranno lavorare e come verrà portato a termine l’allestimento. È quindi molto bello riuscire a realizzare la loro idea, nonostante i problemi e le difficoltà che inevitabilmente si incontrano. È una grande soddisfazione quando alla fine ci si sente dire “ho lavorato bene nel vostro teatro!”.
È importante fare questo mestiere sapendo stare dietro le quinte, rispettando il ruolo del regista. L’idea e il gusto artistico sono suoi e vanno rispettati, anche se non li si condivide. Il giudizio estetico personale non deve condizionare chi lavora all’allestimento, altrimenti si rischia di comportarsi diversamente a seconda del proprio gradimento della produzione. È importante invece fare in modo che ogni allestimento funzioni allo stesso modo senza entrare nel merito delle scelte artistiche di chi ha ideato lo spettacolo. Noi dobbiamo fornire i materiali richiesti, la tela e i colori, ma è il regista a dipingere il quadro.

Perché un giovane dovrebbe venire a teatro?

Nel teatro musicale abbiamo tante forme d’arte messe insieme, le più belle e più importanti che l’uomo abbia mai creato; in più c’è l’aspetto artigianale, una sapienza antica in ogni elemento che compone lo spettacolo. Il saper fare un costume moderno oppure uno tradizionale, il saper costruire un oggetto o una struttura utilizzando materiali differenti … in un periodo storico in cui l’artigianato scompare, il teatro è uno dei pochi luoghi dove queste conoscenze e capacità ancora si mantengono e si tramandano. Sono valori e risorse culturali –e potenzialmente anche economiche- davvero inestimabili, di cui in Italia siamo ricchi.
Il teatro è, in fin dei conti, ciò che il pubblico vede e sente: se le cose sono state fatte bene, all’apertura del sipario gli spettatori entrano in un mondo assolutamente magico. Abbiamo tutti bisogno di vedere e sentire cose belle, non possiamo perdere questa ricchezza.

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  1. E’ un’intervista molto istruttiva. Colpisce quanta attenzione deve essere dedicata agli aspetti oggettivi del “reale” (dettagli, materiali, tempi, logistica, costi …), e con quale precisione, per poter ottenere ciò che, dalla sala, sarà ricevuto come una fantastica illusione collettiva, che poi ognuno vivrà soggettivamente a modo suo. Però tutta questa attenzione al “fare bene” le cose è una delle condizioni irrinunciabili perché, attraverso quell’illusione, il pubblico faccia un’esperienza che lo avvicinerà alla verità e non sarà fine a se stessa. Complimenti al Direttore Santoliquido!

  2. Bellissima intervista!!! Fantastica soprattutto l’umiltà di fare un lavoro così difficile sapendo di dover stare “dietro le quinte” per lasciare emergere la volontà del regista. Trovo ammirevole quest’aspetto del bravissimo nostro Direttore Santoliquido. Ha proprio ragione quando ci dice che ad ogni apertura di sipario siamo invitati in un mondo magico e tutto grazie anche al suo lavoro e a quello di tutte le maestranze del palcoscenico.

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