Il primo Otello

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Milano, Teatro alla Scala, 5 febbraio 1887. Sulla scena si consuma un dramma; un uomo, un guerriero, combatte contro se stesso e soccombe, lasciando dietro di sé una scia di vittime e di sangue.

È Otello: è il penultimo capolavoro del Maestro Giuseppe Verdi.

Otello è l’antieroe, che “ama, è geloso, uccide e si uccide”, ormai lontano dagli ideali romantici e risorgimentali di grandezza e purezza morale. Una tragedia senza vincitori, dove il carnefice è vittima di se stesso e le vittime cadono senza ragione, innescata da un antagonista che compie il male per il male, Jago, e che detta la sua legge a tutti i personaggi: “il giusto è un istrion beffardo; tutto è in lui bugiardo, lacrima, bacio, sguardo, sacrificio e onor.”

Arrigo_Boito_anzianoVerdi lavora all’opera dal 1879; per la seconda volta (dopo Macbeth, 1847, e prima del terzo, ultimo lavoro, Falstaff, 1893) attinge al repertorio, fonte di ispirazione per tutto l’Ottocento romantico, del teatro shakespeariano. Suo librettista è l’ex scapigliato Arrigo Boito, a sua volta compositore e in passato acerrimo oppositore: autore nel 1863 dell’ode “Alla salute dell’arte italiana”, dove questa veniva brutalmente definita un “altare bruttato come muro/ di lupanare” in un violento attacco ai mostri sacri Manzoni e Verdi. “Se anch’io, fra gli altri, ho sporcato l’altare, come dice Boito, egli lo netti e io sarò il primo a venire a accendere un moccolo”, aveva replicato il Maestro: occorreranno quasi vent’anni perché i due artisti arrivino a stringere una collaborazione e infine un’amicizia unendo i propri talenti nella scrittura di Otello e Falstaff[1].

Il panorama culturale è cambiato: Richard Wagner è morto nel 1883, lasciando in eredità un nuovo linguaggio musicale e drammaturgico. Verdi è anziano, consacrato dal successo, ma non smette di innovare e sperimentare: e Otello, terminato ben sedici anni dopo il precedente lavoro (Aida, 1871), lo dimostra. È una nuova, stupefacente tappa nel percorso verdiano, alla ricerca della “parola scenica” e della coerenza drammaturgica: in Otello il canto, la melodia e la struttura musicale sono indissolubilmente legati alla dimensione narrativa e psicologica della tragedia.

89007826Un capolavoro innovativo e complesso come Otello richiede un interprete d’eccezione: e lo è Francesco Tamagno, nato nel 1850 a Torino da famiglia modesta e numerosissima (ben quindici tra fratelli e sorelle, di cui dieci morti in tenera età), formatosi al locale Liceo Musicale (anche se probabilmente non concluse mai gli studi), debutta nel 1872 al Teatro Regio in una parte secondaria del Poliuto di Gaetano Donizetti e conquista in breve tempo fama internazionale grazie alla potenza e all’estensione vocale.

È lo stesso Tamagno a proporsi a Verdi per la parte di Otello già nel 1880, probabilmente dietro suggerimento di Giulio Ricordi; proposta alla quale il Maestro risponde freddamente, diffidente verso il tenore ancora giovane, piuttosto inesperto dal punto di vista scenico, che non offre garanzie se non quelle di “una voce eccezionale e dai strapotenti effetti[2].

Otello è una parte difficile: oltre alla tessitura vocale ardua e a uno stile di canto che attraversando tutte le sfumature espressive si trasforma dallo squillante “Esultate” all’ultimo morente “Un bacio, un bacio ancora …” fino a spegnersi in un pianissimo quasi inudibile, l’interprete deve saper sostenere l’azione scenica con la credibilità di un attore consumato.

Un critico (Ettore Moschino) ai primi del Novecento scriveva: “Certo prima di ogni altra cosa Tamagno sbalordiva. […] appariva in sulle prime rude, sfrenato, mostruosamente possente, ma quando giungeva l’attimo decisivo, allora quella voce dominava magnifica ed era veramente unica; allora quella gola cessava di avere l’irregolarità del fenomeno per comprendere ed esprimere l’angoscia concorde o la voluttà collettiva di tutti i cuori umani e di tutte le voci comuni.”

I successi internazionali che seguono, molti dei quali come interprete in opere verdiane (Don Carlo, Ernani, Simon Boccanegra), e il progressivo raffinamento di Tamagno nella recitazione e nella gestione del palcoscenico convincono infine Verdi: il tenore torinese è scritturato, puntigliosamente preparato –musicalmente e scenicamente- e consacrato infine come primo, e a lungo impareggiabile, interprete di Otello.

Nascono così due miti: il Moro e Francesco Tamagno.

Di entrambi il Teatro Regio di Torino conserva un’eredità: il prezioso Fondo Tamagno dell’Archivio storico, composto di cimeli, costumi e oggetti di scena, tra cui quelli del primo Otello scaligero, esposti al pubblico nel nostro foyer, e il nome dell’atrio delle carrozze, che dal 1997 è dedicato al celebre tenore.

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[1] Arrigo Boito lavorò inoltre al rifacimento di Simon Boccanegra nel 1881.
[2] Così la definì Franco Faccio, cit. in Raffaello DE RENSIS, Franco Faccio e Verdi, Treves, Milano 1934, p. 190

Una risposta »

  1. Bellissimo l’articolo e fantastica la foto di Verdi e Tamagno!! Vedere così il compositore sembra un caro nonnino e invece se ascoltiamo poi il suo Otello … quante sfumature dalla cattiveria alla brutalità, alla violenza, alla grandezza anche nei sentimenti più neri…… La potenza della musica……

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