ROSSINI: IL RITMO

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 La forza d’espressione si deve sentire da chi compone, non s’impara dalle scuole, non vi sono regole per insegnarla, e tutta consiste nel ritmo. Nel ritmo sta l’espressione musicale, nel ritmo tutta la potenza della musica.
Gioacchino Rossini [1]

Con la morte di Mozart siamo al tramonto del secolo e all’alba di un’epoca nuova, di una nuova sensibilità, di un nuovo stile: e insieme all’Ottocento irrompe sulle scene un nuovo travolgente genio, quello di Gioacchino Rossini.
Nato nel febbraio 1792, pesarese, figlio di un cornista e di una modista (all’occasione cantante d’opera), ragazzo prodigio: rischiò la castrazione a causa della sua bella voce, ma fu fortunatamente risparmiato per una folgorante carriera da compositore. Il padre di Gioacchino, repubblicano, viene imprigionato durante la breve restaurazione pontificia, nel 1799; liberato dopo dieci mesi di carcere, porta la famiglia a Bologna, dove insegna il celebre padre Martini, maestro anche di Mozart, e dove Rossini può studiare pianoforte, violoncello e composizione al Liceo Musicale. Non solo opera, quindi, ma soprattutto contrappunto e scrittura orchestrale: “Rossini si appassiona così tanto ai quartetti e alle sinfonie di Haydn e Mozart da guadagnarsi il soprannome di <<tedeschino>>”. [2]
Ma la produzione musicale italiana dell’epoca riguarda quasi esclusivamente il teatro, e Rossini non fatica ad adeguarsi: dopo un fortunato esordio nel 1810 sulle scene veneziane con La cambiale di matrimonio, a vent’anni, nel 1812, è già alla Scala, dove trionfa con La pietra del paragone. Opere buffe, quindi: ma già l’anno successivo, nuovamente a Venezia, al Teatro San Moisé, Rossini ottiene un altro strepitoso successo con il Tancredi, capolavoro serio, a cui segue a distanza di appena tre mesi un’altra opera buffa, L’italiana in Algeri.

È la festa del lazzo comico, la celebrazione della finzione teatrale, la ricomposizione di situazioni, personaggi e cose in un coerente gioco irresistibile, c’è, ormai atteso, nel momento più periglioso, il crescendo: ognuno imita cantando il rumore delle cose che immagina, e ne esce un vortice comico e fatale che trasporta in un concertato irrefrenabile sette personaggi e anche noi nelle sfere della gioia. [3]

Appena cominciata, dunque, la carriera del maestro pesarese è già caratterizzata da un continuo alternarsi di genere serio e genere comico, e da una produzione intensissima, quasi sfrenata: tra il 1810 e il 1815, oltre a quelle già elencate, vanno in scena L’equivoco stravagante, L’inganno felice, Demetrio e Polibio, Ciro in Babilonia (la prima opera seria, un fiasco), La scala di seta, L’occasione fa il ladro, Il signor Bruschino, Aureliano in Palmira, Il Turco in Italia, Sigismondo, Elisabetta Regina d’Inghilterra, Torvaldo e Dorliska.
E finalmente arriva il 1816, l’anno del Barbiere di Siviglia: Rossini ha solo ventiquattro anni, e il soggetto è difficile. Il libretto, di Cesare Sterbini, è nuovo, scritto per l’occasione, ma il titolo era già stato messo in scena, nel 1782, dal celeberrimo maestro Giovanni Paisiello. In un “Avvertimento al pubblico” del dramma comico Almaviva, o sia L’inutile precauzione Rossini mette le mani avanti “all’oggetto di pienamente convincere […] de’ sentimenti di rispetto e venerazione che animano l’autore del presente dramma verso il tanto celebre Paesiello [sic] che ha già trattato questo soggetto sotto il primitivo suo titolo” e della volontà di “non incorrere nella taccia d’una temeraria rivalità con l’immortale autore che l’ha preceduto”[4]. E dopo una prima disastrosa, funestata da fischi, risse e incidenti in palcoscenico, il Barbiere conquista senza riserve e per sempre il pubblico, prima opera a entrare stabilmente in repertorio e sicuramente la più celebre ancora oggi di tutta la produzione rossiniana.
Dopo Barbiere, Rossini compone un’altra opera buffa, la Cenerentola, nel 1817, e l’opera semiseria La gazza ladra.

Come primo ascolto vi proponiamo proprio un celebre pezzo dalla Cenerentola: il sestetto del secondo atto è uno dei più straordinari pezzi d’assieme rossiniani. Il caos è al culmine, l’identità dei sei personaggi è messa in discussione, la comprensione razionale della situazione vacilla. L’intreccio musicale, un meccanismo di altissima precisione, viene esaltato dall’allitterazione delle “r”; dal “nodo avviluppato” delle sei voci ne emerge talvolta una, come fosse il bandolo della matassa, ma si inabissa subito dopo insieme alle altre. Follia organizzata: nessun’altra definizione è preferibile a quella coniata da Stendhal per pezzi analoghi (precisamente il Finale I dell’Italiana in Algeri).

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[click sull’immagine per il link al video]

Il resto della produzione è un trionfo di opere serie: Otello, Armida, Mosè in Egitto, La donna del lago, Maometto II, Semiramide, Ivanhoe, solo per citarne alcune. Da alcuni titoli e nella scelta dei soggetti – derivanti ad esempio da Shakespeare e Walter Scott – è evidente che qualcosa, nel gusto teatrale, sta cambiando: sono le soglie del Romanticismo, al quale, tuttavia, Rossini non si adatterà mai. E tuttavia questi titoli convivono ancora con opere tipicamente barocche, il cui “punto d’arrivo e riassunto esaustivo” è proprio Semiramide.

Rossini rispetta la convenzione diffusa che vuole gli amorosi dell’opera seria affidati a due voci femminili, contralto e soprano […] Si tratta di un’eredità dell’antirealismo dell’opera seria settecentesca, cresciuta intorno alla figura vocalmente straordinaria del castrato.[…] Questa situazione aveva portato a un sovrano disprezzo delle convenzioni minime del realismo scenico, laddove la più moderna opera buffa cominciava ad attuare una stretta correlazione tra tipi fissi e ruoli vocali, con attenzione anche per la verosimiglianza […]
La nota staticità teatrale dell’opera seria, sequenza di pezzi vocali separati da lunghi recitativi, che minano ogni possibilità di creare un ritmo serrato nell’azione scenica, unitamente alla suddetta inverosimile confusione di personaggi e timbri vocali, rendono tale genere una pura festa belcantistica, un concerto travestito da lavoro teatrale, ove ben poca attenzione è posta alla costruzione unitaria di personaggi psicologicamente credibili. Affinandosi la sensibilità per la verosimiglianza, per il dinamismo dell’azione, per il carattere coerente dei protagonisti, grazie anche allo sviluppo sorprendente dell’opera buffa […], il destino dell’opera seria è definitivamente segnato […] Rossini è l’ultimo grande musicista a frequentare quel genere settecentesco, ma non è un caso se quasi tutti i suoi più grandi (e duraturi) successi li ottiene con farse e opere comiche, la cui vivacità e osservanza delle suddette regole teatrali permetterà loro di sopravvivere nei repertori. [5]

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Semiramide è l’ultima opera italiana, scritta per Venezia: dopodiché Rossini, in compagnia della moglie, la cantante Isabella Colbran, si stabilisce prima a Londra e poi, definitivamente, a Parigi, nominato direttore del Théâtre Italien nel novembre 1824.
Qui compone nel 1825 Il viaggio a Reims, una sorta di opera celebrativa con ben quattordici prime parti: tutti i migliori cantanti dell’epoca vi partecipano. Rossini ne vieta, in seguito, il riallestimento e riutilizzerà quasi interamente la musica nella sua seconda opera francese, Le comte Ory, messa in scena tre anni dopo. Come possiamo notare, l’impegno compositivo va quindi via via diradandosi: oltre a qualche riscrittura per il pubblico francese, comporrà un’ultima opera soltanto, il Guillaume Tell. Il libretto si rifà al celebre dramma di Schiller, “imperniato intorno alla lotta di liberazione nazionale del popolo svizzero all’inizio del XIV secolo [e] lancia un appello manifesto alla sollevazione antiassolutista”. Va in scena a Parigi il 3 agosto del 1829, sorprendendo il pubblico “per la sua completa novità tematica e musicale”: nel 1831 approda in Italia con la prima rappresentazione di Lucca e “con esso si inaugura nella penisola il melodramma risorgimentale e rivoluzionario”. [6]
Rossini ha capito il cambiamento che sta avvenendo nel mondo teatrale, il sopraggiungere della nuova estetica e sensibilità romantica, e sa di non farne parte: il Tell segna così l’ultimo suo lavoro operistico, in seguito al quale, ancora giovane, smette di scrivere per il teatro.
In tutto,
Rossini scrive trentasette opere (più alcuni rifacimenti per Parigi) delle quali una giovanile, trentadue nel periodo 1810-23 per i teatri italiani, una farsa per Lisbona (1818) e tre negli anni 1825-29 per i teatri parigini. A questa attività febbrile seguirà un sorprendente lungo silenzio, rotto solamente da alcune composizioni di musica sacra e drammatica. [7]

Muore nella sua villa di Passy, celebratissimo, il 13 novembre 1868.

Per approfondire divertendovi, vi invitiamo caldamente a vedere qualcuna delle bellissime animazioni di Gianini e Luzzati realizzate su musica di Rossini: ne avevamo già parlato l’anno scorso qui.

Vi ricordiamo inoltre che proprio sul nostro palcoscenico sta per andare in scena il Guglielmo Tell (nella versione italiana), con l’interessante allestimento di Graham Vick: dalla prima versione francese il nostro ultimo ascolto.

 

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Francesco Hayez, Ritratto di Gioacchino Rossini, 1870 [click per il link al video]

Una risposta »

  1. Una miniera di ricchezze musicali! Meraviglioso e commovente il Guillaume Tell, la preghiera di un padre… Una profondità che va ben al di là dell’opera seria convenzionale, il pathos è tutto romantico. Non si fa la storia coi se, ma… SE Rossini avesse continuato a comporre fino agli anni Sessanta, chissà che scontro tra titani ci sarebbe stato con Giuseppino…🙂

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