Una notarella fra le note

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Proponiamo questa settimana ai partecipanti al Gioco dell’Opera un ulteriore approfondimento mozartiano, scritto appositamente per noi dalla professoressa Mariangela Ariotti, per tanti anni docente di Storia e Filosofia al Liceo Gioberti e ora animatrice del Comitato Nenè Corulli, che offrirà il primo premio ai vincitori del torneo.

Siamo sicuri che vi offrirà ottimi spunti di riflessione!

Il dissoluto punito

Che il Don Giovanni fosse un soggetto scabroso lo si percepì con evidenza a Praga il 14 ottobre del 1787 quando si stava lavorando all’allestimento dell’opera appena terminata. In quei giorni in visita a Praga c’era la nipote dell’imperatore Giuseppe II, la principessa Maria Teresa col suo sposo, il principe Antonio di Sassonia. L’occasione sarebbe stata ottima per la prima del Don Giovanni. Ma in onore della giovane coppia furono messe in scena Le nozze di Figaro, forse, sospetta qualche critico come l’Einstein, perché Mozart e Da Ponte ebbero paura di sottoporre ai due giovani sposi un argomento così sconveniente.
Il soggetto era ‘di moda’: nel gennaio dello stesso anno a Venezia era stato accolto da un grande successo un Don Giovanni o il convitato di pietra di Giuseppe Gazzanica su libretto di Giovanni Bertati.
Soggetto tuttavia scabroso dal punto di vista di una concezione perbenista della vita.
Il personaggio teatrale di Don Giovanni era nato un secolo e mezzo prima, dalla penna del frate spagnolo Tirso de Molina come El burlador de Sevilla (1630); nell’opera si raccontavano la storia e le malefatte di un seduttore che inganna le donne. Le due colpe denunciate dal frate erano il peccato di lussuria e l’inganno. Nel clima occhiuto della censura della Controriforma il seduttore, simbolo della trasgressione delle regole sociali e religiose, compie una grave violazione morale.
Ma già pochi decenni dopo, nella seconda metà del secolo, le cose si complicano. La storia del seduttore, del burlador, si arricchisce di ulteriori sviluppi. Ne L’ateista fulminato di Rosimond, tragicommedia francese del 1669, e nel Festin de pierre di Dorimond, drammone del 1659, il duello finale fra il seduttore e il vendicatore (la Statua del Commendatore ucciso precedentemente da Don Giovanni) trasforma il fedifrago aristocratico in colui che, rivendicando la libertà di vivere come gli pare, sfida e si ribella alla giustizia divina. Al peccato di lussuria se ne aggiunge quindi uno assai più grave, quello di negazione e di sfida al soprannaturale, quindi di ateismo ed empietà.
Proprio in quegli anni, tra Seicento e Settecento, avevano iniziato a circolare in Francia manoscritti clandestini che sostenevano posizioni atee, anticlericali, antiassolutiste. Gli autori venivano detti libertini. Si trattava di un atteggiamento di pensiero, più che di una vera corrente filosofica, che tuttavia avrebbe anticipato alcuni temi dell’Illuminismo. La parola ‘libertino’ era fin dall’inizio sostanzialmente ambigua perché stava ad indicare sia chi conduceva una vita sregolata, dedita a perseguire i piaceri della vita e in particolare quelli del sesso, contro la morale tradizionale, ma anche il libero pensatore, che rivendicava una radicale libertà intellettuale contro i luoghi comuni del pensiero dominante, andando oltre la libertà di costumi, fino a criticare le credenze religiose e a ritenere che la religione fosse un mero strumento di potere. Questo atteggiamento di pensiero rimaneva sotto traccia per problemi di censura (per certi reati le leggi prevedevano la carcerazione e financo la condanna a morte) ma coinvolse più generazioni di intellettuali. Si trattò di una linea che, per citare qualche nome, partendo dall’italiano Giulio Cesare Vanini (1585-1619) si prolungava ai libertini eruditi come Francois de La Mothe Le Vayer (1588-1672), fino a Cyrano de Bergerac (1619-1655) per arrivare a influenzare Pierre Bayle (1647-1706) e successivamente Julien Offrey de La Mettrie (1709- 1751) e Denis Diderot (1713-1784) in pieno Illuminismo.
Forse alla fine del Settecento l’immagine del libertino razionalista aveva iniziato una fase di declino [1]: la generazione dei pericolosi illuministi era ormai sparita e stava cedendo il passo al nascente romanticismo, mentre la polemica antireligiosa e antiassolutista stava per essere superata dalle vicende della rivoluzione francese.
E’ a questo punto che nasce il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte. L’anima di Mozart era “timorata e buona” e sul tema del “dissoluto punito” Mozart era partito pieno di buone e pie intenzioni.
L’attività di seduttore, nella storia raccontata da Da Ponte, si insinua mettendo in crisi i rapporti socialmente riconosciuti: il matrimonio per la coppia Zerlina – Masetto, il fidanzamento fra Donna Anna e don Ottavio, fino a simulare il matrimonio con Donna Elvira. Il piacere di sedurre ed essere amato, di essere oggetto di innamoramento, porta il dissoluto Don Giovanni a forzare e a tradire uno dei patti solenni che rendono unita la società: quello coniugale. Per questo è comprensibile l’accordo che si instaura fra tante brave persone, la coppia aristocratica di Don Ottavio e Donna Anna, la coppia popolare di Masetto e Zerlina e la solitaria Donna Elvira, per deplorare coralmente il dissoluto e invocarne la punizione. Ma in questa corale riprovazione si inserisce nell’opera un insopprimibile moto di simpatia per il reprobo. Don Giovanni finisce con l’incarnare il desiderio di essere libero dalle convenzioni sociali e dall’ipocrisia che alle convenzioni spesso s’accompagna. I suoi vizi hanno qualcosa di eroico. L’Eros da cui è posseduto è un sentimento per giovani, è qualcosa di mobile, detesta ciò che è stabile, permanente, ripetitivo; un inno alla incostanza e alla volubilità, che non sono caratteri positivi, ma anche al cambiamento e alla versatilità. Eros si fa movimento, danza, musica. Un passo ulteriore è poi evidente nel finale, nell’ultimo incontro fra Don Giovanni e la Statua: il dissoluto non viene punito, fulminato mentre seduce e inganna, ma quando si ribella orgogliosamente al ‘vecchio infatuato’, contro ciò che trascende l’umano e lo opprime.
Dove sono finite le pie intenzioni di Mozart? Il compositore è caduto in un tranello? [2] E chi ha teso il tranello? Da Ponte, inducendoci con i suoi versi brillanti a provar simpatia per il dissoluto? Lo spirito sicuramente pio ma anche antibigotto di Mozart? O la musica, perché il passaggio dalla figura teatrale di parole alla figura sempre teatrale di musica libera potenzialità nuove, fondendo insieme la vita e l’Eros di Don Giovanni? [3] Ciò che aveva potuto un secolo prima fare la filosofia, trasformando la trasgressione delle regole del perbenismo sociale perpetrata dal seduttore in un atto di sfida nei confronti di qualcosa che pretende di trascendere l’umano,un gesto di libertà supremo, ora ancor di più fa la musica trasformando la figura del libertino settecentesco in qualcosa di complesso, poliedrico, misterioso. In questa vicenda fra cielo e terra, fra comico e tragico, fra bene e male, ma anche fra natura e ragione, fra autorità e libertà, gli elementi si intrecciano in modo indistricabile. E si spalanca la possibilità attraverso le coloriture della musica di leggere il personaggio creato da Mozart in modi diversi, di attribuirgli inesauribili significati[4].

Mariangela Ariotti

A commento di questo interessante approfondimento della professoressa Ariotti -che ringraziamo caldamente!- vi proponiamo un ascolto un po’ diverso dal solito, con la sconvolgente rilettura del Don Giovanni firmata dal regista Peter Sellars.

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Ricordate che aspettiamo i vostri commenti!

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[1] Cfr Alberto JONA, Il paggio, il libertino e il filosofo. Per una parabola mozartiana di Eros e finzione, Edizione Unicopli, Milano 1990
[2] Massimo MILA, Lettura del Don Giovanni di Mozart, Einaudi, Torino 1988 p. 36-37
[3] Il filosofo danese Sören Kierkegaard (1813-1855) nel saggio Don Giovanni, la musica di Mozart e l’eros contenuto nell’opera Aut-aut del 1843 sviluppa questo tema. Il testo si trova in forma antologica tradotto in Romanticismo e musica, EDT/musica Torino 1981
[4] Sulle molte interpretazioni del Don Giovanni di Mozart si può leggere di Massimo Mila, Lettura del Don Giovanni di Mozart, op. cit., cap. IV

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  1. Bello! Don Giovanni è davvero una di quelle opere nelle quali scavare all’infinito alla ricerca di sempre nuovi e più profondi significati.
    Grazie alla professoressa Ariotti per l’approfondimento e soprattutto per l’enorme opportunità che sta offrendo ai ragazzi e alla Scuola all’Opera tramite il sostegno del Comitato Corulli!

    • Vero! Un grazie di cuore. E che dire del Don Giovanni di Sellars…? la geniale (e fortunata!) scelta di assegnare a due cantanti gemelli i ruoli del protagonista e del suo alter ego, apre spazi a letture profonde (simbiosi , complementarietà…). Speriamo che i concorrenti abbiano voglia di cimentarsi anche su questo argomento. Leggete Mila, pag. 58 seg.

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