Note di regia a Children’s crusade

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 Il percorso di preparazione allo spettacolo Children’s crusade, in scena al Piccolo Regio dal 28 al 30 gennaio, prosegue con un’intervista alla regista Anna Maria Bruzzese, ballerina e collaboratrice de La Scuola all’Opera.

Quali sono state le sfide che hai affrontato per la messa in scena di questo lavoro?

“La difficoltà iniziale della messa in scena derivava dal fatto che si tratta di una cantata molto breve, che dunque non nasce per essere rappresentata in forma scenica. L’ispirazione è venuta pensando al Giorno della Memoria e vedendo alcune fotografie del 27 gennaio 1945 che ritraggono bambini sopravvissuti nel campo di concentramento di Auschwitz appena liberato: da qui è nata l’idea di spostare l’azione, ambientata da Brecht nel 1939, al 1945. La liberazione e la fine della guerra aprono i cancelli del campo ma non indicano la via da seguire: la crociata dei bambini parte da lì. Sono fisicamente dei sopravvissuti, usciti vivi dai campi di concentramento, ma condannati a vagare alla ricerca di una pace interiore che forse non troveranno mai, distrutta per sempre dall’esperienza della guerra e dello sterminio.

“Pace” per loro è soltanto una parola, un concetto astratto che non hanno mai vissuto.

Vanno quindi alla ricerca di un luogo, di un punto di partenza su cui appoggiarsi per ricostruire tutto quello che hanno perduto, ma la storia ci ha dimostrato che non sempre e non per tutti questo è stato effettivamente possibile.”

Sopravvissuti escono dalla baracca dei bambini

Sopravvissuti escono dalla baracca dei bambini, Auschwitz, 27 gennaio 1945

In una versione scenica di quest’opera il coro deve al contempo essere protagonista e narratore in terza persona: come si traduce questo nella tua regia?

Donne e bambini aspettano la selezione a Birkenau

Donne e bambini aspettano la selezione a Birkenau

“Abbiamo inserito un tulle davanti al boccascena e creato degli effetti di luce che isolano determinate zone del palco. Questo permette di far apparire dal buio solo alcuni elementi, tutto il coro o determinati personaggi che in quel momento sono protagonisti. Sebbene il testo sia narrato in terza persona, quasi tutti i protagonisti cantano di se stessi. Allo stesso tempo non sempre la scena è descrittiva di quello che accade, ma ci sono anche molti elementi simbolici o suggestivi.

Attraverso i costumi e l’interpretazione degli artisti del coro delle voci bianche abbiamo anche voluto rappresentare le diverse etnie rinchiuse nei campi: come racconta il testo stesso, il gruppo in marcia è composto da bambini di differente provenienza e origine, accomunati però dallo stesso obiettivo e dalle stesse condizioni di sopravvissuti. Cosa che in effetti riflette le vittime della persecuzione nazista, non solo ebrei ma anche oppositori politici, Testimoni di Geova, Rom, omosessuali, malati e senzatetto, tutti personaggi considerati “non adatti” e nocivi a quella società.”

Il testo brechtiano, rafforzato dalla musica di Britten, si conclude tragicamente: ogni richiesta d’aiuto rimane vana e i bambini dispersi per sempre.

Questa messa in scena si conclude con la morte dei bambini dietro quegli stessi cancelli dai quali erano usciti all’inizio. La loro disperata ricerca li ha ingannati e riportati al punto di partenza. Se siano usciti dal campo solo fisicamente e questa morte sia quindi metaforica oppure del tutto reale è lasciato alla libera interpretazione del pubblico: uno spunto di riflessione molto forte.

La conclusione quindi è tragica, ma c’è un messaggio di speranza?

“Il testo stesso, oltre alla musica, lascia capire che non c’è una salvezza possibile. Alcuni versi recitano:

Whenever I close my eyes
I see them wander
[…]
High above them, in the clouded sky
I see other swarming, surging, many!
[…]
Searching for a land where peace reigns,
No more fire, no more thunder,
Nothing like the world they are leaving
Mighty crowds too great to number[1].

I bambini sono accompagnati nel loro vagare senza speranza da infinite schiere celesti: l’interpretazione è chiara, è impossibile trovare salvezza in quel mondo e in quel momento storico.

Il messaggio è quindi universale e valido in ogni tempo: tutte le guerre non possono che finire con morte, annullamento, distruzione fisica e morale.”

Disegno di Thomas Geve (15 anni), sopravvissuto ai campi di sterminio [3]

Disegno di Thomas Geve (15 anni), sopravvissuto ai campi di sterminio [2]

 Una riflessione per il Giorno della Memoria ma non solo …

“Il messaggio è ancora attualissimo. Il Giorno della Memoria è un evento che nasce in un contesto preciso ma da questo vuole partire per lasciare un monito e un insegnamento sempre validi. Purtroppo finora questo insegnamento non è stato colto, anzi. Al giorno d’oggi i bambini non sono più soltanto le vittime dei conflitti, ma hanno spesso anche un ruolo attivo: pensiamo ai bambini soldato e all’educazione alla violenza che spesso e tramite diversi mezzi viene impartita ai più giovani[3].

Cambia il volto della guerra e delle violenze, ma il risultato è sempre che i più deboli soccombono.”

Se la speranza è impossibile, qual è il messaggio?

“È un’opera che invita alla riflessione. Il testo di Brecht, narrato in terza persona, e la musica di Britten, con questi suoni percussivi e stridenti, lasciano volutamente lo spettatore distaccato in modo che non sia travolto dalle emozioni ma possa riflettere e trarre consciamente delle conclusioni in modo personale e indipendente, una cosa molto importante soprattutto per un pubblico giovane come quello al quale è rivolto lo spettacolo.

La possibilità di offrire uno spunto di riflessione diretto e coinvolgente è un vantaggio che ha il teatro rispetto ad altri mezzi di espressione artistica. Per questo è giusto che il tema sia trattato in tutta la sua drammaticità senza concessioni, anche se può apparire scioccante. Non è uno spettacolo nato per commuovere o ammirare la bravura dei musicisti: il messaggio ne uscirebbe indebolito. Quando si cerca di far capire ai ragazzi che cosa sia stato un determinato periodo storico non si omettono particolari perché “troppo forti”, e anche parlando dell’attualità sarebbe una menzogna voler affermare che viviamo in un mondo positivo in cui tutto va bene.”

 …

Se non conoscono la strada e non c’è speranza di ritrovarla, cos’è che guida i bambini nella loro ricerca?

Bambini sopravvissuti, Auschwitz, 27 gennaio 1945

Bambini sopravvissuti, Auschwitz, 27 gennaio 1945

“Quello che li fa mettere in cammino è l’incredibile istinto di sopravvivenza propriodi tutti i bambini.

L’unico elemento di vita presente nel testo è l’infanzia. Sono bambini obbligati dalle circostanze a comportarsi da adulti, nascondersi, difendersi e rubare, ma a tratti gli elementi caratteristici dell’infanzia riescono comunque ad emergere: storie d’amore, litigi e riappacificazioni, giochi, canti in coro … Le cose belle ci sono ma vengono stroncate sul nascere dalla situazione.

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La speranza quindi è rappresentata dall’infanzia stessa, ma la guerra spezza alla radice l’una e l’altra, uccide i bambini e con essi ogni speranza per il futuro.

L’obiettivo deve essere la pace e la creazione di condizioni di vita possibili. Come dice il testo stesso, per ottenere questo le parole non bastano:

So there was faith, there was hope too,
But no meat or bread.
[…]
For fifty odd children you need flour,
Flour not sacrifice.[4]


[1] Tutte le volte che chiudo gli occhi/ li vedo vagare/ […] sopra di loro, lassù, nel cielo nuvoloso/ ne vedo altri a frotte, a ondate, sono molti!/ […] Alla ricerca di una terra dove regni la pace/ niente più incendi, niente più tuoni/ niente a che vedere con il mondo che stanno lasciando/ c’è una folla imponente, troppo grande da calcolare!
[2] I disegni di Thomas Geve sono conservati al memoriale Yad Vashem di Gerusalemme e pubblicati in Italia da Einaudi nel libro Qui non ci sono bambini
[3]Rimandiamo all’articolo precedente con le relative proposte di lettura
[4] Dunque c’era fede e c’era speranza/ ma né carne né pane./ […] per una cinquantina di bambini ci vuole farina/ farina, non sacrifici.

»

  1. I ragazzi di medie e superiori hanno avuto l’opportunita’ di prepararsi, oltre che con il materiale messo a disposizione sul sito, anche con l’attivita’ didattica La musica della Shoah, condotta in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza, un percorso tra storia , musica e regime.

  2. Bravissima Anna Maria! Dev’essere stato difficilissimo affrontare un argomento così “tremendo” ma ha ragione : la realtà NON va addolcita per rendere consapevoli le nuove generazioni in modo che esse costruiscano finalmente la pace!!!

    • Sui temi trattati da Children’s Crusade, per completare l’ampia e “terribile” antologia messa a disposizione nei Materiali del blog, consiglio il nuovissimo saggio di Bruno Maida (che tra l’altro presenta lo spettacolo, vero?): La Shoah dei bambini. Ricchissima documentazione, molto illuminante.

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